Le mani di Mosca e Ankara sulla Libia: a Berlino la firma di una pace armata

La conferenza di Berlino è molto più di un incontro per siglare la pace tra le milizie in lotta per il controllo del Paese. E intanto la Libia blocca l'export del petrolio. Allarme Onu: "Conseguenze devastanti"

Luigi Di Maio ministro degli Esteri in una foto di archivio ansa

"Gli errori in Libia sono stati commessi dalla Nato". L'accusa del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov racconta più di ogni altro retroscena quanto la sfera d'influenza di Mosca sia approdata sulla costa Sud del Mediterraneo. Lavrov, che domani a Berlino ha in programma un incontro con il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio prima dell'inizio della conferenza sulla Libia, vede una ipotesi di pace nel complicato risiko Nordafricano: "È importante che le autorità libiche non ripetano gli errori del passato e non ricomincino ad accusarsi a vicenda".

Libia, un risiko internazionale

La conferenza di Berlino è molto più di un incontro per siglare la pace tra le milizie in lotta per il controllo della Libia. Il ministro degli Esteri russo che accompagnerà Vladimir Putin a Berlino ammette che i colloqui saranno difficili e che le relazioni tra Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar sono "molto tese".

"Al-Serraj e Haftar non vogliono neanche stare nella stessa stanza, figurarsi parlarsi".

E se il Cremlino è riuscito ad applicare il modello Siria all'intervento diplomatico in Libia, fa ancora discutere l'intervento della Turchia che ha inviato in supporto a Tripoli un primo contingente di soldati dopo il patto siglato tra al-Sarraj e il presidente turco Erdogan. 

Ma il patto tra Ankara e Tripoli è malvisto dalla Grecia che si è trovata di fatto isolata e neppure invitata alla Conferenza di pace.  

"La Grecia si opporrà a qualsiasi documento emergerà dalla Conferenza di Berlino sulla Libia se prima non verrà annullato l'accordo raggiunto tra il governo di Tripoli del premier Fayez al-Serraj e le autorità di Ankara sui confini marittimi" ha detto il primo ministro greco Kiriakos Mitsotakis. Le mire turche hanno un chiaro intento: estendere l'influenza di Ankara sul Mediterraneo dopo la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi al largo di Tripoli. 

Un importante accordo siglato lo scorso 3 gennaio tra Israele, Cipro e Grecia prevede la costruzione di Eastmed, un gasdotto di circa 1.900 chilometri che dovrebbe collegare i ricchissimi giacimenti di Israele e Cipro con l’Europa. Un gasdotto che trova la disapprovazione del presidente turco Erdogan che ha più volte tentato di appropriarsi delle risorse mediterranee. D'altro canto lo stesso accordo tra Ankara e Tripoli ridefinisce l’estensione in mare delle zone di interesse economico di Libia e Turchia esludendo gli interessi della Grecia. E l'Italia rischia di rimanere strapazzata nel mezzo delle diverse influenze visti i tentennamenti mostrati da Conte relativamento al progetto Poseidon necessario a portare il gasdotto dalla Grecia ad Otranto.

La Libia blocca l'export del petrolio

E intanto, a poche ore dalla Conferenza di Berlino, la Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc) sta impartendo disposizioni per la chiusura dei terminal petroliferi di Ras Lanuf, Brega e al Sidra, nell'est del Paese, ipotizzando "cause di forza maggiore". L'ordine, si legge in un post sulla pagina Facebook della Noc, è arrivato da Haftar. L'Organizzazione delle Nazioni Unite si è detta preoccupata della situazione. Di fronte agli appelli e alle minacce di fazioni vicine al generale Khalifa Haftar (che comanda l'est della Libia compresa l'importante mezzaluna petrolifera) di bloccare i porti e gli impianti di petrolio della Cirenaica, l'Unsmil "esorta tutti i libici a esercitare la massima moderazione, mentre i negoziati internazionali continuano a mediare la fine della lunga crisi della Libia, inclusa la raccomandazione di misure per garantire la trasparenza nella distribuzione delle risorse". La produzione di petrolio verrebbe ridotta di "almeno 700mila barili al giorno" per un valore di "oltre 47 milioni di dollari" quotidianamente, scrive l'emittente Libya al-Ahrar sul proprio sito. 

Libia, la conferenza di Berlino

L'accordo da siglare alla conferenza di Berlino dovrebbe riprendere le decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ovvero la tutela dell'integrità territoriale della Libia, rappresentata da un nuovo governo di accordo nazionale. 

Un accordo politico da subordinare al cessate il fuoco e al disarmo delle milizie che nel dopo Gheddafi si sono spartite il paese nordafricano. 

Nel rimarcare il "rifiuto delle ingerenze straniere" resta l'incognita sulla possibilità che l'Unione europea invii in territorio libico una missione di pace "per il monitoraggio del cessate il fuoco in Libia" come chiesto dall'Italia. 

A Berlino il governo tedesco ha invitato le cancellerie di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d'America, insieme agli alti rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unione africana, dell'Unione europea e della Lega degli Stati arabi. 

Una pluralità di attori che documentano l'importanza della scena libica sul piano internazionale, anche per la presenza sul campo di trafficanti (di uomini e di armi), di gruppi armati e organizzazioni terroristiche.

Un ruolo chiave verrà sostenuto dall'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, lo stesso diplomatico che dopo sette anni di crisi politica ed umanitaria, aveva inviato al consiglio di sicurezza Onu un drammatico report sulla questione libica, enfatizzando la richiesta ad una maggiore cooperazione internazionale.

Un ruolo chiave sarà svolto dal riordino delle milizie che potrebbero essere integrate nelle istituzioni statali della nuova Libia. Qui saranno le Nazioni Unite a dove garantire assistenza e controllo assicurando il rispetto dell'embargo sulle armi.

Una attenzione specifica verrà sollevata a riguardo della distribuzione delle entrate dell'apparato statale libico, specialmente per quanto riguarda i ricavi delle risorse petrolifere. 

Capitolo a parte per quanto riguarda i migranti. Se la Libia ormai da decenni è il principale crocevia della rotta dei profughi in marcia dal Centrafrica verso l'Europa, le parti dovranno coordinarsi sul destino della cosiddetta Guardia costiera libica e dei miliziani che nella gestione delle carceri dei migranti si sono più volte macchiati di violenze e abusi.

Scontata la chiusura - per quanto graduale - dei centri di detenzione dei migranti: dovrà infatti la Libia adeguarsi agli standard internazionali sul diritto all’asilo. Un libro ancora da scrivere. 

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