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Martedì, 7 Dicembre 2021
Leggere il mondo

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A cura di Chiara Cecchini

Il mistero del capolavoro ritrovato: "Stoner" di John Williams

Di solito compro libri e li divoro subito. Non ho pazienza, non sopporto di dover aspettare la mattina di Natale per aprire i regali e con i libri è lo stesso. Come esco dalla libreria sono già con il naso tra le pagine, a rischio di inciampare in un sampietrino o farmi mettere sotto da una macchina.

Stavolta però mi era sfuggito un libro. Doppiamente sfuggito: prima di tutto perché è uscito nel febbraio 2012 e io l’ho comprato solo ad agosto 2013, poi perché, dopo averlo comprato in formato ebook, il libro in questione è finito sotto gli altri, mano a mano che li acquistavo, e l’ho “ritrovato” solo qualche settimana fa. Questo lungo preambolo per dire che, finalmente, ho letto “Stoner” di John Edward Williams, edito da Fazi con la traduzione di Stefano Tummolini.

Praticamente il libro più bello di questi ultimi anni.

L’ho aperto distrattamente andando in redazione e ho mancato la fermata dell’autobus perché stavo ancora leggendo. Eppure “Stoner” non è un thriller, non è uno di quei libri per il quale dovresti teoricamente mangiarti le mani fremendo e correndo fra le righe per sapere come va a finire non l’intero libro ma il paragrafo che stai leggendo.

“Stoner” è la storia della vita di un professore di letteratura inglese dell’università del Missouri dal 1910, anno in cui vi entrò come studente, fino al 1956, quando morì. Tutto qui. Stoner si iscrive alla facoltà di Agraria per volere dei genitori contadini, rimane folgorato dai sonetti di Shakespeare, si laurea in letteratura, inizia a insegnare, si sposa, ha una figlia, prosegue le carriera universitaria, incontra una giovane donna con la quale ha una relazione, è costretto a lasciarla, invecchia, si avvicina alla pensione, si ammala e muore. Il ritratto della vita grigia di un oscuro professore di provincia. Fine.

Eppure “Stoner” è un capolavoro, un caso letterario, un fenomeno pubblicato per la prima volta nel 1965 e finito subito nel dimenticatoio dei libri. Nel 2006 è stato ristampato dalla New York Review of Books. Fazi lo ha pubblicato, il successo è cresciuto con il passaparola, sono arrivati i primi premi. Questa estate Ian McEwan, intervistato dalla Bbc ha parlato di “Stoner” e di John Williams e il libro è subito ritornato in testa alle classifiche.

Ma che cosa c’è dietro questo successo? Perché questo ritratto in grigio attira così tanto? Semplicemente perché quelli che potrebbero essere i suoi difetti sono in realtà le sue potenzialità, i motivi per cui ogni lettore lo amerà e deciderà di tenerlo con sé.

La vita di Stoner è come quella di tanti altri, straordinariamente normale e quasi prevedibile (lo si capisce subito che quel matrimonio sarà un fallimento). Buono, gentile, remissivo fino alla pavidità, Stoner affronta la propria vita senza mai dare una svolta agli eventi. L’unico momento in cui questo accade è quando decide di passare da Agraria a Letteratura Inglese dopo aver scoperto Shakespeare. Quello che segna l’inizio vero e proprio della vita di Stoner, e del romanzo, è anche l’unico momento in cui il protagonista si oppone agli eventi. Stoner accetta tutto per troppa gentilezza, per quella mitezza tipica delle persone buone che non hanno ambizioni ma sperano soltanto in una vita serena che però alla fine è loro negata.

Eppure la vita di Stoner è tutt’altro che rosea. Quando avrà la possibilità di riscattarla, grazie all’amore giovane e vivo di una sua allieva con la quale vive una storia tenera e passionale insieme, non riuscirà a farlo e lascerà che la ragazza scivoli via (ma l’ultimo pensiero prima di morire sarà per lei). Dopo aver perso quest’ultima occasione, Stoner si lascia morire, tutto precipita intorno a lui, in casa come nella sua università.

Una vita così ordinaria diventa straordinaria da leggere e la scrittura vi si adatta. La prosa è semplice, asciutta, limpida, quasi nascosta. Il racconto in terza persona ci impedisce di guardare chiaramente all’interno della psiche di Stoner, come avremmo fatto invece se il romanzo avesse avuto il suo Io narrante, eppure anche questo non crea distanza fra noi e il personaggio, anzi ci avvicina ancora di più.

Alla fine si resta ipnotizzati da questa vita immobile, come presi da un incantesimo (e ogni buon mago non svelerà mai i propri trucchi), mentre sotto i nostri occhi si dipana una storia che commuove per la sua semplicità e ineluttabilità.

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