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Lunedì, 15 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La cementificazione acustica

Non faccio in tempo a mettermi comodo sulla panchina, che dall'altra parte dello specchio d'acqua, dove stanno ormeggiati i gonfiabili per i ragazzini, parte a volumi da incubo una melensa cover latina di «Piange il Telefono» di Domenico Modugno, seguita da un rosario di altri altrettanto martellanti pezzi che si mescolano agli strilli estasiati di chi scivola o barcolla sui giochi. Quasi impossibile leggere l'articolo che avevo salvato in archivio sul tablet, figuriamoci stare un po' in pace e rilassarmi, meglio cercare un altro angolo più lontano e magari riparato da una macchia di alberi. Stavolta il posto è un po' meno comodo di prima, più caldo, meno ventilato, non c'è nemmeno la panchina per sedersi e mi tocca arrangiarmi su un cordolo di pietra se non altro più accogliente del prato secco pieno di insetti. Ma se non altro quella musica a volumi impossibili è ridotta a una vaga eco lontana, e posso riaprire il mio articolo, arrivando addirittura quasi alla fine della prima pagina, quando alle spalle mi investe una vera e propria potente onda sonora, facendomi fare un salto: sono i ragazzi del gruppo rock-blues che si esibirà sul palco stasera, e poverini dovranno pure iniziare a fare il loro sound check di primo pomeriggio, no?

Decido di saltare in bicicletta e andare a cercarmi una parvenza di silenzio in un angolo di vera campagna… sempre sperando che a portata d'orecchio di quell'improvvisato sedile non piombino (succede spessissimo) un pescatore da fosso con lo stereo dell'auto al massimo che si sente per chilometri, o una festa di compleanno all'agriturismo con dee-jay, animatore di giochi di gruppo con megafono, e tanta tanta musica che fa bene al latte delle vacche, si mormora. Ma malissimo all'equilibrio mentale di chi cerca pace nel verde. Perché non passa giorno senza che qualche dipartimento universitario non sforni l'ennesima ricerca medica o psicologica, sugli straordinari benefici sanitari del verde pubblico, degli spazi aperti, del cosiddetto contatto con la natura, del passeggiare tra gli alberi e nei prati. Cosa che si somma e affianca, intuitivamente, ai benefici ambientali, climatici, più in generale urbani del verde. Ma tornando alla questione brevemente descritta sopra: si tratta davvero di verde nel senso sociale e sanitario originariamente concepito dagli standard urbanistici? I quali, val la pena rammentarlo, derivano proprio da precisi e quantificabili obiettivi, che qui paiono allontanarsi paurosamente.

Quando una norma urbanistica ammette alcune funzioni e ne limita o vieta del tutto altre, lo fa in modo generale e prevedendo alcuni aspetti diciamo così di buon senso. Se nella zona a prevalenza residenziale sono vietate le attività «industriali» a causa dei rumori o delle polveri o altre emissioni, nessuno si premura comunque di specificare, poniamo, la «abrasione di metalli o materiali lignei a qualunque scopo, producendo stridore, segatura, odori penetranti». Suonerebbe ridicola, una frase così in un piano urbanistico, no? Perché si dà per scontato che quegli stridori polveri eccetera, magari da attività di manutenzione o hobbistiche, siano qualcosa di molto limitato, episodico, perfettamente controllabile dentro le correnti relazioni di convivenza e vicinato, se del caso. Ma quando quella trasformazione di spazio episodica diventa semipermanente, allora anche dal punto di vista tecnico si tratta di «cambio di destinazione d'uso», da ufficializzare e regolamentare. Ecco: col verde letteralmente «cementificato dal rumore» così come accade oggi, a volte con l'attiva entusiasta partecipazione pubblica (le varie iniziative «per il tempo libero dei cittadini») accade esattamente lo stesso. Un parco che diventa una discoteca, un campo di grano trasformato senza spostare una zolla in una sagra paesana, dall'invadenza delle note sparate ovunque dalla festa all'agriturismo. È ancora quel verde – indispensabile per ragioni sociali e sanitarie - che descrivono gli studi medici? Quello che viene prescritto in dosi minime per legge nei piani regolatori? Certamente no. E se il vostro assessore interpellato a proposito vi risponde che tutto si risolve con un po' di «senso civico», semplicemente non sta facendo affatto il suo mestiere.

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