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Mercoledì, 17 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Finanza immobiliare, città immobile

Mi capita di leggere un articolo di cronaca locale che pare tirato fuori di peso da qualche film di quelli ambientati dalle parti di Wall Street. Giacche buttate sulle spalliere, maniche rimboccate, fronti madide e sguardi inchiodati su qualche tabellone, su cui scorrono cifre iperboliche riassuntive dei destini dell'universo. Oggetto del contendere, il passaggio di proprietà di un immobile di pregio comunale, in un'area di assai dinamica trasformazione come quella a tutti nota come Porta Nuova (in realtà il quartiere è molto più ampio di quelle strombazzatissime architetture), e si sprecano i commenti sull'affarone d'oro che alla fine ci ha fatto il venditore. Entusiasta anche l'acquirente, che immediatamente dopo essersi aggiudicato l'edificio chiarisce a cosa sta pensando: quello era solo il tassello di un mosaico molto più ampio, che vedremo comporsi nei mesi e anni futuri, ma di cui già ci svela qualche piuttosto prevedibile dettaglio: il nuovo che si integra col vecchio, il trascurato spazio pubblico che si valorizza grazie all'intervento privato, eccetera eccetera.

C'è però qualcosa che non va in questa joint-venture di condivisa soddisfazione pubblico-privata, o meglio qualcosa di squilibrato: l'ente pubblico che guarda troppo alla contabilità finanziaria, e che non esprime quella «idea di città» solida e invariante che dovrebbe tenere sempre come guida. Sembra che le forme urbane, i flussi, le funzioni, gli equilibri tra le relazioni dei singoli e dei gruppi, non interessino affatto alla pubblica amministrazione, soddisfatta di poter giocare su equilibri finanziari, come già avvenuto in altri casi di vendita di altri «gioielli di famiglia». Ma allora per quanto con qualche perplessità si poteva pensare davvero a una legittima logica contabile di bilancio: vendo di qui, incasso, investo di là, tutto fisiologico e niente da dire quanto a metodo. Però in quelle compravendite non emergeva così chiara l'assenza di una trasparente idea di città: il privato pensa in grande proprio nei termini dell'organizzazione urbana, il Comune sempre che lo stia facendo invece non è chiarissimo in materia. Sta scambiando una zona per un'altra? Sta rinunciando a una sovranità per guadagnare su un altro fronte di sviluppo? Sembra che si stiano giocando due partite diverse, una alla luce del sole, e l'altra chissà dove.

L'edificio stava al centro di una zona «in trasformazione» da decenni, con la vocazione di diventare il nuovo centro della città, o quanto meno un nuovo centro di attività e servizi. La presenza pubblica era simbolica e sostanziale, elemento ordinatore sia dei valori che delle funzioni che dell'organizzazione complessiva. La città pubblica si manifestava insomma come elemento ordinatore a tutto campo, ben oltre la sola proprietà immobiliare, era un presidio, un catalizzatore, una garanzia. Ora evapora, e come ci spiega subito il nuovo proprietario non lo fa cedendo solo quello spazio, ma lasciandoci entrare una specie di monopolista pigliatutto, facendo crollare la «biodiversità urbana». Certo, ci annuncia che quelle risorse saranno investite altrove per ricostruirne un'altra, ma come? dove? perché? In altri termini, che dovrebbero a ben vedere distinguere un approccio liberale-contabile da uno progressista riformista: ai cittadini cosa viene restituito? L'ennesima promessa di più periferie vivibili in cambio di un centro diventato inaccessibile ai più (se non come turisti e consumatori paganti)? Suona come una specie di involontaria adozione del concetto di capitalismo compassionevole, senza avercelo affatto chiesto nei programmi elettorali. E non va affatto bene.

A puro titolo di comparazione, un vecchio reportage di Lucia Tozzi sul citato Porta Nuova ci ricorda cosa significa, questo continuo inchinarsi «realisticamente» ad una logica altrui. Il Buco Nero Urbanistico-Finanziario

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