Domenica, 28 Febbraio 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Giochetti di parole sui quartieri

Foto di Fabrizio Bottini

Gli elenchi e graduatorie paiono essere il sale della nostra civiltà liberale postindustriale, al punto che esiste un periodico come Forbes sostanzialmente monotematico su quello: dalla graduatoria delle aziende coi manager più muscolosi a quella delle località balneari con meno attacchi di squali. Uno spazio particolare tra tutte queste graduatorie a punteggio ce l'hanno le città e i territori regionali, a cui tanti istituti dedicano anche rapporti periodici di aggiornamento internazionale. Lo spazio particolare di queste classifiche si deve al fatto che toccano un tema chiave come quello dello sviluppo locale, ovvero ciò che sistemicamente unisce tutti gli aspetti e attori di un territorio. Sappiamo bene però che i cosiddetti Ratings vengono sempre calcolati su variabili molto influenzate da tanti fattori, per esempio i committenti dello studio (che possono rappresentare un particolare settore ed essere in realtà interessati quasi solo a quello), che vedranno via via la centralità del turismo, o quella della produzione industriale, o gli orientamenti del mercato immobiliare e via dicendo.

Ed è solo quando si va a leggere il metodo di elaborazione dei dati che si coglie quello squilibrio, che si capisce come non si tratti di «graduatoria delle città» come spesso recitano i titoli e i lanci della stampa, ma una specie stato dell'arte e stimolo allo sviluppo per certi comparti, dagli alberghi a qualche ambito culturale o produttivo o di servizio eccetera. Come giudicare altrimenti la scelta di inserire come essenziale nella «qualità della vita» la disponibilità di saune, o la vicinanza di specchi d'acqua dolce, escludendo o mettendo in secondo piano altre cose magari più generalmente apprezzate o importanti? Insomma le graduatorie e i ratings urbani ci raccontano soprattutto il punto di vista del committente. Una prospettiva di osservazione questa, che ci consente di capire meglio «Il Ranking delle Zone di Milano» così come proposto nel racconto del Corriere della Sera da Scenari Immobiliari, ovvero quella che dovrebbe essere una classifica della cosiddetta Città dei Quindici Minuti, un concetto introdotto pionieristicamente a Parigi e quasi subito fatto proprio anche dal capoluogo lombardo.

In realtà si tratterebbe di una ennesima evoluzione dell'idea di villaggio urbano così come si è affermato dall'alba del '900 in poi, ovvero uno spazio fisico e sociale in cui individui famiglie e attività provavano a ritrovare un riferimento identitario diverso dall'integrazione economica e di diritti della metropoli. La cui forma più nota è quella detta Unità di Vicinato coi suoi parametri calcolabili a tavolino. La lettura di Scenari Immobiliari su Milano però dice di far riferimento a una non meglio precisata «politica mutuata sul modello delle grandi metropoli industriali americane d’inizio 900» e come ci spiega il Corriere costruisce una sorta di graduatoria dei quartieri con più o meno servizi raggiungibili in quindici minuti, che salta a piè pari sia l'idea di spazio/quartiere alla base del ragionamento (ovvero un raggio fisico delle distanze più o meno determinato), sia quella di integrazione potenziale andando a sottolineare proprio ciò che divide, la relativa specializzazione nel bene e nel male delle zone circoscritte da confini fisici o amministrativi. Con un esercizio che certo può costituire anche una base per un ragionamento e un progetto: quel che non c'è dovrà essere inserito, pare ovvio. Ma soprattutto ci rivela l'idea di quartieri e loro composizione che un operatore immobiliare ha invariabilmente in testa col suo slogan LOCATION-LOCATION-LOCATION.

Non i villaggi urbani o unità di vicinato tendenzialmente omogenei oltre certe vocazioni o specializzazioni, non spazi integrati e complessi di fasce di reddito, servizi e accessibilità, tipi edilizi e attività economiche, ma il loro contrario: le Zone Omogenee relativamente segregate per fasce individuate da una storica ordinanza di New York (ecco il modello industriale di primo '900) del 1916 pensata e attuata per proteggere i valori immobiliari di mercato di una circoscritta zona da indebite interferenze esterne. La lettura di Milano, sostanzialmente immersa dentro quella logica opposta al quartiere integrato e multifunzionale in senso lato, non riesce a proporre se non vasi incomunicanti ma mercati protetti, esprimendone la domanda di integrazione interna ma segregazione rispetto al fuori. L'opposto della filosofia di fondo della Città dei Quindici Minuti, dove invece di un mosaico si può immaginare una continua ricomposizione di spazi e flussi, dove si inseriscono agevolmente anche lavoro agile, pendolarismo tradizionale, innovazioni architettoniche, tecnologiche, sociali e comportamentali. Mentre nel quartiere tradizionale dello Zoning anche economico non accade nulla di tutto ciò. E c'è da sperare che il Comune, dopo aver preso spunto dalla sperimentazione parigina di questo genere di idea del quartiere integrato, non decida di dar troppo retta a quella declinazione immobiliarista e tradizionalista che pare andare nella direzione opposta pur adottando formalmente il medesimo slogan. Insomma speriamo che con tutto il rispetto del contributo della rendita alla ricchezza e allo sviluppo locale, una amministrazione progressista si scordi di essere tale lasciando troppo spazio a questo genere di economia decisamente «ancien régime». Ci sono tanti altri spunti di riferimento possibili a disposizione.

Riferimenti:

Giacomo Valtolina, Milano, la città dei «quindici minuti»: ecco la raggiungibilità dei servizi secondo i quartieri, Corriere della Sera online, 2 ottobre 2020

La Città Conquistatrice – Unità di Vicinato 

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