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Lunedì, 29 Novembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La fake news della città patriarcale

Inutile ricordare come qualunque idea di città, di trasformazione, di politiche o di convivenza civile nello spazio, stia letteralmente appoggiata sulla prospettiva particolare di osservazione che la sottende. Pronta a cadere desolatamente nel vuoto nel momento in cui questa raggiunge i suoi limiti. Limiti intrinseci o di relazione con le altre prospettive: la città del lavoro e dell'economia, la città della politica e del consenso, la città degli architetti e della forma-funzione-qualità, la città delle tecniche specializzate e dei servizi a reti. Solo per fare alcuni esempi. Tutti di solito però in una misura o nell'altra sia ben consapevoli della propria parzialità e necessità di integrazione col resto (pur spesso con comprensibili pretese di primato o egemonia come con l'architettura-urbanistica), sia percepiti come tali dal resto delle sensibilità e interessi. I problemi iniziano quando la consapevolezza di parzialità, per qualche ragione, o si affievolisce o non si manifesta proprio, per ragioni culturali o strutturali che siano. Qualcosa di simile è accaduto per esempio in tutto l'arco di tempo non remoto (né in realtà particolarmente lungo) dello sviluppo industriale quando il criterio della cosiddetta Efficienza, che in realtà era efficienza produttiva con appendici riproduttive, ma veniva accettata quasi da tutti come irrinunciabile luogo e spazio comune comprensivo e immutabile. Lo stesso avviene con quella che potremmo chiamare provvisoriamente Città Patriarcale.

Che non è certo una invenzione paranoica da laboratorio di ricerca femminista, anche se da quelle sistematiche riflessioni sostanzialmente deriva. Partendo da una domanda apparentemente banalissima che suona: chi ci racconta la città? E in sott'ordine: chi da sempre nelle generazioni nei millenni si assume automaticamente quel compito? Riassumendo schematicamente: un signore di mezza età con una barba bianca che sembra uscito dalle carte un mazzo da gioco o da un affresco. Per dirla alla lettera con l'autrice di Feminist City (Verso, New York 2020) Leslie Kern, se si va a guardare qualunque opera per quanto proclamatamente comprensiva e di sintesi sulla città i suoi «bisogni sociali di accessibilità economica o di sostenibilità o di culture è scritta inevitabilmente da maschi bianchi di mezza età che citano come riferimenti altri maschi bianchi di mezza età». Tocca rassegnarsi, conclude Kern. Ma non nel senso di accettare quello stato delle cose. Piuttosto di iniziare a delimitare il campo di questa Città Patriarcale distinguendolo dagli altri con cui dovrebbe mescolarsi e interagire senza pretendere di rappresentare «il tutto che comprende le parti»: perché secondo la nuova prospettiva che abbiamo assunto le cose non sono affatto così.

Basta il meccanismo della citazione, quello che legittima e oggettiva la Scienza per capirci, quello che fa poggiare tutto su tutto il resto: un Patriarca che parla addosso a un altro Patriarca senza cogliere il limite del suo discorso sulla città. Eppure esiste, o meglio esisterebbe, una incredibile abbondanza di riferimenti assolutamente scientifici, sistematici, storicamente sedimentati, fuori da quella linea di pensiero. Ci ricorda Kern come «esistano moltissime donne che hanno scritto sulla città, a partire da Charlotte Brontë in Villette, donne che esprimono il bisogno di cittadine urbane, come le riformatrici sociali Jane Addams o Ida B. Wells, donne che progettano abitazioni, quartieri, è il caso di Catharine Beecher e Melusina Fay Peirce. Architette e urbaniste femministe, geografe urbane, contribuiscono con le loro riflessioni ad avanzamenti del sapere con una forte connotazione di genere, indicazioni operative e gestionali, ipotesi di riorganizzazione dei servizi rivolti ad un'utenza femminile. Eppure ancora ci ritroviamo alle donne che di notte attraversano la strada con la paura che ci possa essere un estraneo a seguirle». Uno dei temi che almeno messo così non leggeremo mai nel racconto della Città Patriarcale. Che per questo solo fatto si dimostra esistente, parziale, e di sicuro da delimitare e circoscrivere come fosse quella del Cane Domestico, della Danza Vegana o dell'Ingegneria Elettrotecnica Finanziaria. Pare il minimo.

Riferimenti: Apoorva Tadepalli, Una Città – Soggettivamente – Femminista

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