Giovedì, 15 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Verde privatizzato virtuale

Si parlava tempo fa della perniciosa tendenza a interpretare in modo assai ideologico gli «standard urbanistici», a partire da scuse apparentemente molto ragionevoli e condivisibili. Queste scuse suonano, più o meno, focalizzate su un rapporto equilibrato tra qualità dell'offerta e pura quantità, ovvero: a che servirà mai un servizio quando è concepito un tanto al quintale, senza alcuna attenzione agli aspetti qualitativi della domanda, all'inserirsi adeguatamente in un tessuto complesso e svolgere al meglio il proprio mestiere? Obiezione apparentemente corretta, se non fosse che si basava su una lettura appunto rozza e da un tanto al quintale, di quelle quantità fissate per legge in assenza di criteri migliori, ma che per propria natura si prestavano, anzi erano obbligate, alla interpretazione progettuale volta per volta. Ma evidentemente gli stessi progettisti erano incapaci mediamente di usare questa potenzialità, e finivano per farne un uso svogliato, improprio, solo quantitativo, trasformando di fatto il servizio in disservizio. Cosa ampiamente rilevabile per esempio quando andiamo a vedere l'inserimento del verde pubblico nei quartieri: discontinuità e cul-de-sac (per scarsa attenzione alla composizione proprietaria o ad altri vincoli) che paiono studiati apposta per promuovere gli usi impropri di soggetti indesiderabili e il degrado; forme graziose al limite della leziosità, che però sovraccaricano le casse comunali di impossibili oneri di manutenzione o addirittura di realizzazione secondo i criteri minimi.

I risultati, sotto gli occhi di tutti noi abitanti delle città dopo un paio di generazioni di questo andazzo, sono abbastanza evidenti al volerli osservare in questa prospettiva. In termini tangibili e prestazionali, perché gli utenti del verde continuano a cercare impropri sfoghi in spazi lontani o teorici come quelli delle campagne o della natura, anche per funzioni che sarebbero caratteristiche del «verde standard». In termini culturali perché trova sempre più spazio, anche coerentemente ad altri orientamenti di pensiero, il ruolo ideologico del verde privato-collettivo. Che si presenta in svariate forme: tradizionali, innovative, e anche del tutto inedite al limite del subdolo. La forma tradizionale è quella del primato del privato sul pubblico, che è sempre stata dominante ad esempio nell'ambiente del suburbio di casette, in cui il verde caratterizzante è appunto quello che sta oltre le recinzioni di ciascun edificio, e addirittura anche il parco pubblico idealmente finisce per connotarsi come prolungamento di quello familiare, sorta di «cortile interno» al raggruppamento di case ben oltre le esigenze di progetto, o sicurezza da vigilanza spontanea. Il medesimo criterio assume poi forme innovative anche tecnicamente nell'ambiente urbano denso, con quei parchi prolungamento di grandi complessi coordinati, dove diventa difficile distinguere lo spazio aperto naturale vero e il «tetto verde» degli autosilos o di altri impianti sotterranei. È in questo genere di progetti che poi prendono piede altre innovazioni come quello del «verde verticale», ovviamente solo contemplativo e soprattutto pubblico esclusivamente da questo punto di vista, essendo in sostanza un equivalente urbano dei giardini privati delle casette suburbane.

Ma c'è qualcosa di ancora più ambiguo, entrato in campo pian piano e abbastanza di recente, non a caso proprio e soprattutto nei medesimi complessi coordinati dove dominano queste forme intricate e complesse di spazio aperto: il verde pubblico-privato, ovvero dove la gestione della proprietà si sostituisce tecnicamente all'amministrazione cittadina nelle manutenzioni. Oggetto dello scambio è un aspetto altrettanto complesso di questi spazi: sono progettati quantitativamente a standard pubblico, ma qualitativamente come se fossero a tutti gli effetti dei complementi dello spazio privato, con scelte formali, di specie, tipologie, che mirano alla valorizzazione immobiliare oltre che al servizio alla città, spesso ridotto a pura forma burocratica. Perché il genere di verde non potrebbe essere più lontano dalle tecniche piuttosto rustiche, e rivolte a una utenza tendenzialmente altrettanto rustica, ben diversa da quella del verde contemplativo del passeggio, sosta, meditazione. A risolvere il dilemma arriva appunto l'offerta chiavi in mano dell'operatore privato, che in sostanza in cambio della possibilità di progettarsi e costruirsi quegli spazi «standard anomali», difficilmente classificabili come un parco normale cittadino, si fa carico dei notevoli oneri di manutenzione. E accade così che a ben vedere il cittadino si ritrova a contemplare almeno due indebite sottrazioni: una qualità del verde per nulla «standard» rispetto alle esigenze reali, perché la logica simbolico-decorativa si mangia tutto, e una vera e propria inaccessibilità del servizio per le frequentissime manutenzioni indispensabili a mantenere quella qualità visiva che in realtà nessuno ha chiesto. Non c'è qualcosa che non va proprio dal punto di vista dello standard?

La Città Conquistatrice Verde
 

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