Sabato, 6 Marzo 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Un'occasione "antirazzista" per il verde urbano

Testo e foto F. Bottini

Dopo i tragici incidenti stradali che hanno coinvolto gruppi di braccianti immigrati, si è aperto il dibattito sulla filiera alimentare, i suoi costi sociali, il rapporto tra prezzi, lavoro, sfruttamento, potere relativo dei vari attori in campo nell'accaparrarsi la fetta più grossa del torta. Trovo di particolare interesse e stimolante un articolo che analizzando con dovizia di statistiche il mercato dei prodotti freschi, nota come "la strada vincente non è lo sfruttamento dei braccianti, ma l'innovazione tecnologica", e sottolinea il primato assoluto delle produzioni olandesi, che a partire da un territorio microscopico e per nulla favorito dalla geografia o dal clima, riescono a invadere i mercati europei, ed essere addirittura concorrenziali in quelli locali italiani che invece tutto avevano puntato proprio nell'altra direzione, del neoschiavismo. Anche perché, tornando ad altri contributi giornalistici sul tema, si nota poi che anche cancellando ipoteticamente e teoricamente del tutto quel costo del lavoro (cioè non pagando proprio nulla la manodopera, addirittura non pagando nulla il raccolto dai campi), si inciderebbe comunque sul prezzo finale di una quota parecchio inferiore al 10% del prezzo al consumo. Cosa ci dicono, questi dati?

In termini insediativi e socioeconomici, quelli su cui si concentra sempre il nostro ragionamento, che esiste un potenziale gigantesco per le aree urbane e metropolitane, a suo modo ben esemplificato proprio dal caso olandese. Cioè territori con una quota preponderante di artificialità e urbanizzazione più o meno densa (nel caso olandese spesso si tratta di superfici letteralmente strappate al mare e di bonifica), dove la produzione agricola ha dovuto sin dall'inizio organizzarsi per sfruttare premesse naturali ridotte al minimo, a partire dalle quantità di suolo, e puntare sul massimo contenuto scientifico-tecnologico, nonché su una capillare organizzazione di mercato e distributiva. In pratica, l'antenata nobile di tutto ciò che propriamente oggi chiamiamo coltivazione urbana, periurbana, a chilometro zero e socio-territorialmente sostenibile. Pur a grande scala, diciamo di macroregione urbanizzata per usare un termine in voga, questo sistema ad alta tecnologia e occupazione relativamente qualificata altro non è che quello spesso auspicato per esempio dai teorici della vertical farm. Teorici che, non scordiamocelo impressionati dai soliti rendering sognanti degli studi di architettura, sono del tutto interessati alla vertigine delle torri, e molto propensi invece a privilegiare il migliore sfruttamento e tutela delle risorse ambientali.

Di cosa si compone, idealmente, la rete sottesa alla vertical farm vera e propria? Innanzitutto della nuova dicotomia città-campagna che si viene a delineare: da un lato le superfici sottratte al ciclo predatore dell'agroindustria chimica moderna, e restituite a qualche forma di recupero della biodiversità, dall'altro gli spazi che la pianificazione attribuisce a funzioni urbane e umane, produttive, residenziali, commercial, incluse le cosiddette Infrastrutture Verdi anche sostenibilmente produttive. Appare quasi evidente e consequenziale, come questa organizzazione spaziale finisca anche per plasmare la società e il mondo del lavoro, alzando di parecchie tacche l'asticella delle qualifiche, per esempio tagliando la filiera del trasporto, ridotto quasi a nulla, e le professioni dequalificate connesse, e poi lo stesso «contadino tecnologico» impossibile da immaginare, professionalmente o socialmente, come il semischiavo del neolatifondo di oggi. E i costi, i profitti, il mercato che tutti sempre invocano a giustificare qualunque nefandezza, inclusi gli «incidenti sul lavoro»? Basterebbe appunto il successo del modello olandese, che dopo aver saturato il mercato locale si è allargato a scala continentale, a ridicolizzare quell'obiezione. Pensiamoci, invece di sognare rivolte bracciantili contadine improbabili, che riproporrebbero magari poi analoghe questioni per il 90% della filiera trascurato da ceto moralismo.

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