Lunedì, 2 Agosto 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Foraggio da bestiame urbano postmoderno

Foto di Fabrizio Bottini

Abbiamo tutti ben presente, credo, l'immagine dei classici raccoglitori di erbe spontanee che specie a primavera iniziano a popolare prati, scarpate, radure di parchi urbani, rilevati ferroviari. Armati di sacchetto di plastica e di qualche più o meno improvvisato piccolo attrezzo da scavo e taglio, da soli o in coppia di solito, vanno alla ricerca di cespi di insalata selvatica, fiori, bacche, germogli. Un interesse e un gusto che da qualche tempo viene anche sfruttato dalla distribuzione commerciale, sempre attenta a cogliere certe evoluzioni dell'immaginario e dei consumi, con la proposta di piccole e spesso abbastanza costose confezioni di quelle medesime erbette, adeguatamente ripulite, sterilizzate e presumibilmente cresciute in una specie di laboratorio atomico segreto, lontanissimo dai cordoli di marciapiede o trafficate aiuole spartitraffico in cui di solito collochiamo quei ciuffi verdi commestibili. Ma in fondo da un certo punto di vista sia i pionieri raccoglitori alla scoperta di nuovi inusitati angolini, sia i laboratori sterilizzati della produzione in vitro, appartengono al medesimo filone culturale e anche ecologico: la rete in crescita delle infrastrutture verdi metropolitane, intese sia come strascico di una antica cultura ecologica e agricola, sia come fatto inedito e ad alta raffinatezza tecnica e sociale. Dentro questo orizzonte nasce il cosiddetto Urban Foraging.

La parola "forager" nel dizionario sta letteralmente a indicare chi raccatta da mangiare qui e là, una specie di versione moderna dell'antenato cacciatore-raccoglitore bipede che milioni di anni fa iniziò ad aggirarsi per le savane, molto prima di scoprire che con certe precondizioni poteva anche fermarsi e aspettare che crescessero davanti al suo naso, le cose da mangiare, e inventando così la forma primordiale di agricoltura alla base della nostra civiltà. E facendo così nascere gli insediamenti stabili, poi urbani, poi nodi di commercio, produzione, potere che sono arrivati con varie evoluzioni e involuzioni fino ai nostri giorni. Niente di particolare quindi, se ancora tra i parcheggi del supermercato e il cantiere del nuovo complesso residenziale, nel praticello residuo non ancora percorso da vialetti e panchine, si aggira qualche tizio con coltellino e sacchetto: sarà un istinto atavico insopprimibile quello del "forager", no? E invece niente affatto, perché l'accezione contemporanea del termine sta a indicare una nuova crescente consapevolezza sul ruolo della natura in città, sulla funzione non solo decorativa o pittoresca del parco urbano, sulla necessità di costruire nuovi equilibri fra trasformazioni edilizie urbane e spazi verdi pubblici (o privati di pubblica utilità, ma questa è un'altra storia).

Da una intervista volante con un'organizzatrice di eventi "Urban Foraging" in un tipico quartiere gentrificato post-moderno di una metropoli terzo millennio, come è quello di Lambrate e Milano, emergono questi obiettivi dichiarati dell'attività:

  • Raccogliere erbe spontanee è un'occasione per uscire di casa, dall'auto, dalla logica pendolarismo-shopping, e scoprire la città nei suoi equilibri cangianti fra natura e macchina produttiva e per abitare.
  • Per fare certe cose non è obbligatorio andare in montagna o al mare (magari riproducendo gli stessi tic e comportamenti della città). Basta entrare nei prati, nell'erba fino al polpaccio, e vedere (cosa diversa dal solo guardare), sentire, raccogliere e poi mangiare un "verde" che va molto oltre la classica funzione decorativa.
  • La libera raccolta delle erbe spontanee è un'ottima attività per il tempo libero, sana e aggregante, alternativa a certi hobby di effimera tendenza, o all'abbonamento alla palestra con allenamenti su macchine in solitaria.
  • Accedere senza alcuna intermediazione, a costo zero, a un cibo sostanzialmente non diverso da quello che compriamo nei supermercati (spinaci, erbette, insalate, funghi), pretagliato e surgelato, è anche occasione per riflettere sulla filiera alimentare, le sue dinamiche, certe distorsioni.
  • Infine si possono recuperare conoscenze tradizionali sulla commestibilità, il gusto, le proprietà benefiche delle erbe, da tavola e/o curative. Conoscenze del resto abbastanza a portata di mano: usando il buon senso e informandosi un po', è facile imparare a riconoscere piante e funghi buoni, e scartare il resto.

Significativo, che il recupero della tradizione arrivi solo all'ultimo punto, preceduto da tutta la sequenza degli obiettivi moderni e progressivi. E non è neppure un caso se queste attività di "foraging" metropolitano siano state rilanciate nelle forme attuali, consapevoli e organizzate, là dove non esisteva alcuna tradizione consolidata, ovvero nelle grandi metropoli ex industriali alla ricerca di una nuova identità ed equilibrio. Un motivo in più per riflettere sul ruolo delle cosiddette Infrastrutture Verdi.

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