Mercoledì, 22 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La modernità, il Ponte sullo Stretto e i gufi

Foto di Fabrizio Bottini

Racconta uno degli urbanisti italiani da sempre più critici e schierati, di essere rimasto scioccato sbarcando a Milano Porta Nuova, nello scintillante quartiere del neo-immobiliarismo terzo millennio, promosso dall'ex amministrazione di centrodestra della città: si guardava attorno, e non si poteva certo negarlo, gli piaceva, gli piaceva molto. Si sentiva in colpa, e sotto sotto pensava: dove avrò sbagliato? Perché quel prodotto del male, dell'intreccio perverso fra certo professionismo senza troppi scrupoli e la cosiddetta «urbanistica contrattata», in fondo aveva prodotto uno spazio di qualità, visivamente accattivante e coinvolgente: ci si respirava sul serio, e senza troppe storie, l'atmosfera della città terzo millennio

Anche se ovviamente restavano, eccome e guardando meglio assai evidenti, tutte le pecche e lacune di quella perversa genesi, a partire dall'assenza di spazio pubblico vero e proprio, all'asservimento a un impianto automobilistico, alla scarsa integrazione col resto della città. Nondimeno, quel fiore all'occhiello del patto tra finanza globalizzata e archistar, a spese della collettività, restava tale, e subdolamente affascinante.

Forse quell'urbanista, e tutti quelli che come lui da lustri provano a fustigare i mali costumi dello «sviluppo» locale nazionale e globale assai poco attento a giustizia e ambiente, non dovrebbero tanto sentirsi in colpa per l'ammirazione che li coglie davanti allo spettacolo scintillante di quei prodotti di consumo dell'immaginario collettivo. Dovrebbero invece cospargersi il capo di cenere per la dimostrata incapacità di comunicare efficacemente quant'è bella la loro idea di mondo e città giusti sostenibili e progressisti. Soprattutto progressisti verrebbe da dire, perché da troppi anni il grosso delle critiche ai grossolani difetti del nostro modello di sviluppo finisce per focalizzarsi su uno sguardo rivolto all'indietro anziché in avanti. Si demonizzano gli ingorghi di traffico e l'inquinamento, delineando utopici viali pedonalizzati, scampanellio di biciclette o carrozzelle a cavalli. 

Si dicono anche giustamente peste e corna dei quartieri degradati e insicuri nelle periferie, progettando o comunque pubblicizzando strane caricature di villaggio campagnolo con acqua calda corrente e mulinelli a vento sul tetto di paglia. Si tuona contro lo strapotere dei centri commerciali ricordando la nonna che andava al mercato portando a casa cespi di lattuga fresca, o lo zio che dall'orto giusto dietro casa raccoglieva quelle squisite patate a grana grossa da friggere. Ma poi, quando si tratta delle decisioni vere, alla gente pare non fregare più assolutamente nulla di queste immagini sognanti: si sveglia di botto nel «mondo reale», e vota per gli sviluppisti, speranzosa di sciamare poi tra i grattacieli della città moderna, che sotto sotto apprezza un po' di più di qualunque cascina riverniciata.

Deve essere questa consapevolezza ad aver ispirato l'ultima sparata comunicativa mediatica, quella con cui da consumato politico che cerca consenso a mani basse il nostro presidente del consiglio ha detto: il Ponte di Messina, perché no? E proprio nel momento in cui apparentemente tutto indicava maggiore cautela nello sbilanciarsi. Certo come hanno poi osservato i commentatori più attenti, la contraddizione sta più nell'eco mediatica pronta a cogliere le forme, che nella sostanza, e in fondo la sparata non è davvero tale, si legge: il Ponte di Messina non è cosa impossibile, prima o poi si può anche pensarci. Ma appunto, è chiaro lo strizzare l'occhio a quello spirito istintivamente progressista che prima o poi, più prima che poi, ci spinge a sperare il meglio, e il meglio sta sempre avanti non indietro. Non è difficile, volendo, capire cosa significa da un punto di vista comunicativo: se indichiamo difetti anche macroscopici in qualcosa proposto dal nostro avversario, politico o professionale o sociale che sia, la cosa migliore da fare non è costruire barricate di NO, ma spiegare da subito che quel NO serve a preparare il nostro balzo in avanti alternativo, in un'altra direzione. Se invece ci presentiamo sempre come conservatori, gelosi custodi di un nostro tesoro che in fondo non interessa gran che al resto del mondo, finiremo sempre sconfitti, arrabbiati e conciati peggio di prima. Pensiamoci.

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