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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Le nuove sfide post-pandemia

Boom del risparmio ai tempi del Covid. Ma tenere i soldi in banca non fa bene all'economia

Come canalizzare questo 'tesoretto' verso le pmi? Un nuovo patto tra risparmiatori e imprese al centro del IX meeting dell'Associazione Italiana Dottori Commercialisti

Gli italiani sono un popolo di risparmiatori e la pandemia ha esasperato questa tendenza. Al punto che - complice il lockdown e il crollo dei consumi - i depositi bancari sono saliti a 2.000 miliardi di euro, una cifra record. Come è possibile fare incontrare questo 'tesoretto' nazionale con l'economia reale? Questa, in sostanza, la domanda al centro del IX Meeting Nazionale Aidc, Associazione Italiana Dottori Commercialisti, il cui tema principale è stato appunto “Dal risparmio improduttivo all’economia reale”. Un incontro organizzato su tre tavoli istituzionali a cui hanno preso parte tecnici ed esperti del settore, rappresentanti politici ed istituzionali. 

L'Italia torna a cresce più della media dell'Eurozona

L'emergenza Covid ha non solo sconvolto la vita di tutti noi ma anche impresso una drammatica contrazione all'economia mondiale. Per fortuna nel 2021 tutti gli indici sono tornati a crescere e, per la prima volta, "in modo bilanciato tra paesi più ricchi ed economie in via di sviluppo", come spiegato da Giorgio Di Giorgio, professore di Teoria e Politica monetaria alla Luiss, che ha tracciato un quadro macroeconomico generale. Il trend positivo coinvolge anche l'Italia che - con una crescita del Pil stimata al 6,1% - è tornata ad essere "più performante della media dei paesi dell’Eurozona", fenomeno che non accadeva da 30 anni. Il contesto è dunque estremamente promettente e i finanziamenti che arrivano dall'Europa rappresentano un'occasione unica per poter porre mano ai problemi strutturali, a partire dalla "riforma della Pubblica Amministrazione, della giustizia civile e del sistema fiscale".

Boom del risparmio: l'impatto vale 120 miliardi

In questo contesto s'inserisce il nodo del risparmio 'improduttivo', cresciuto in modo esponenziale nel 2020 (in alcuni trimestri la propensione è schizzata addirittura al 20%). Si parla - come precisato da Riccardo Barbieri Hermitte, capo economista del ministero dell'Economia - di "un impatto che vale circa 120 miliardi" generato dalla preoccupazione del Covid ma anche dal crollo dei consumi, frenati dalle restrizioni sanitarie e dai vincoli sull'offerta ("basti pensare al blocco delle catene approvvigionali, se volete comprare un auto, vi chiedono di aspettare un anno per alcuni modelli"). L'eccesso di risparmio è destinato a ridursi con la ripresa globale, anche se non si tornerà ai liveli pre-Covid. "Il tema dell'abbondanza di risparmio sussisterà", ha sottolineato il chief economist. E questo capitale può bel essere convogliato verso obiettivi di sviluppo. Ad esempio, "il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) ha notevoli risorse per la transizione ecologica e la mobilità sostenibile ma questo non è abbastanza per gli obiettivi 2030 (che prevedono emissioni inquinanti ridotte del 55%). Uno sforzo del sistema finanziario è fondamentale per canalizzare queste risorse".

Va detto che la questione dei soldi 'fermi' sul conto corrente rischia di diventare un boomerang per il settore bancario, se non riesce a indirizzare tali somme verso famiglie e imprese, dato che tenere riserve liquide in eccesso rispetto alla riserva obbligatoria le espone a un costo di 50 basis points da versare alla Banca Centrale Europea. E, soprattutto, rappresenta uno spreco di risorse per l’economia reale, dato che questo risparmio, a oggi inutilizzato, potrebbe finanziare progetti di capitalizzazione, sviluppo e crescita delle tante pmi che faticano a compiere quel salto dimensionale in una economia sempre più globalizzata. 

Qual è allora la strada da seguire? Per Barbieri Hermitte "negli ultimi anni si è molto operato attraverso il lato fiscale della questione: le piccole e medie imprese non hanno abbastanza capitale, allora incentiviamo il risparmiatore". In quest'ottica "sarebbe fondamentale puntare a una maggiore stabilità del quadro" poiché "cambiamenti di regole troppo frequenti confondo l’operatore". 

La sfida delle pmi, più capitale di rischio per strutturarsi e innovare

Secondo Fabiano Schivardi, professore di Economia politica alla Luiss, il nodo è anche "la qualità del credito che arriva alle pmi", cioè se arriva sotto forma di capitale di debito o di rischio. "Negli anni '60 eravamo la Cina del mondo, poi l'economia italiana si è inceppata e abbiamo perso 25 punti di produttività. Abbiamo un sistema produttivo con caratteristiche storiche che andavano bene in fase post seconda guerra mondiale ma il mondo è cambiato. Oggi il modello del piccolo imprenditore, con la famiglia che possiede e gestisce l'impresa e si finanzia con la banca, è entrato in crisi. Le imprese devono diventare più sofisticate, bisogna innovare, conquitare nuovi mercati, aprire catene di distribuzione. E’ necessario che una quota consistente delle nostre pmi cresca e passi la linea". Per l'esperto è "necessario che i processi gestionali diventino più strutturati". "La maggiore strutturazione dei processi gestionali delle imprese tedesche, unita all'entrata dell'IT nella gestione delle imprese, spiega quasi la metà del nostro gap in termini di produttività", ha insistito. Di qui l'importanza della qualità del credito perché quando un imprenditore apre il capitale a investitori esterni, gli effetti positivi si moltiplicano: assunzione di maggior rischio (troppi soldi personali sono spesso un limite all'ambizione dell'impresa) e maggior spinta a strutturarsi. 

Infine il tema dell'inclusione finanziaria. "Come dice la Costituzione, la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, ma l'accesso deve avvenire sempre di più superando alcuni totem", ha chiosato Carmine di Noia, commissario Consob. "Per aiutare questa canalizzazione forse occorre, da parte di tutti, superare alcune categorie tradizionali mentali e introdurre concetti diversi", ad esempio metodi come l'investment escalator (ovvero di progressione negli investimenti azionari).

La missione è far dialogare risparmio e impresa

"La domanda che ci facciamo è: il risparmiatore è sereno nel lasciare i soldi in banca o rischia di vederli erodere da un incremento generale del costo della vita? D'altra parte non possiamo, come dottori commercialisti, non considerare che c'è un'altra parte di quel mondo che ha un costante fabbisogno di denaro finalizzato alla crescita: gli imprenditori", ha osservato Andrea Ferrari, presidente Aidc, nella sua prolusione. "Noi viviamo, misuriamo con mano un'impresa in Italia tuttora sottocapitalizzata ma soprattutto, da professionisti, purtroppo vediamo spesso imprese che tendono a rinviare il momento della reale strutturazione, cioè del consolidamento. C'è una tendenza ad accogliere reddito piuttosto che costruire valore, cioè ad appropriarsi nell'immediato del surplus generato dalla produzione anziché utilizzarlo per costruire un futuro non di breve periodo. E' un rischio che, nel momento in cui stanno arrivando sul terreno gli ammontari del Pnrr, si fa molto concreto. Che quel denaro si trasformi in un fuoco di paglia, in una ricchezza effimera, per il nostro Paese è più un rischio che un'opportunità", ha avvisato il numero uno dell'Associazione. "Trovare un luogo dove questi due mondi, risparmio e impresa, riescano a parlarsi efficientemente è quindi un nostro dovere".

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