Mercoledì, 12 Maggio 2021
Vicini al record del 2013

Le tasse non conoscono pandemia: sale (ancora) la pressione fiscale

Secondo l'Ufficio studi della Cgia di Mestre, nel 2020 il ''macigno'' fiscale è salito al 43,1% a 0,3 punti percentuali dal record storico del 2013. Gli artigiani: ''Serve un taglio delle tasse per le imprese e 50 miliardi di contributi a fondo perduto''

Foto di repertorio Ansa

Il 2020 è stato un anno terribile per l'economia italiana: le conseguenze nefaste provocate dall'emergenza sanitaria hanno colpito duramente diversi settori e migliaia di famiglie. Ma nonostante l'epidemia di Covid abbia messo in ginocchio, la pressione fiscale non accenna a fermare il suo incremento: nello scorso anno è salita al 43,1%, la  stessa soglia che avevamo toccato nel 2014, a soli 0,3 punti percentuali dal record storico che abbiamo registrato nel 2013. 

A segnalare l'incremento del macigno fiscale è l'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che inoltre ricorda come l'incremento di 0,7 punti percentuali rispetto al 2019 è ascrivibile in massima parte al crollo del Pil che l'anno scorso è sceso dell'8,9%. Sebbene sia stata più contenuta di quella registrata da quest'ultimo, anche le entrate fiscali e contributive hanno comunque subito una forte contrazione del gettito (-6,3%). In termini assoluti il fisco, l'Inps e le casse previdenziali hanno riscosso 711 miliardi di euro, 48,3 miliardi in meno di quanto registrato nel 2019.

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L'ipotesi taglio delle tasse per le imprese

Gli artigiani della Cgia di Mestre ritengono che l'erogazione dei nuovi sostegni alle micro e piccole imprese che il Governo Draghi sta mettendo a punto in questi giorni deve essere accompagnata da un azzeramento del carico fiscale per l'anno in corso. "Altrimenti, rischiamo che una volta incassati, questi rimborsi vengano subito restituiti allo Stato sotto forma di imposte, tasse e contributi". "Questo taglio generalizzato di tasse e imposte erariali per tutto l'anno in corso - stima la Cgia - costerebbe al fisco tra i 28-30 miliardi di euro. Una stima che è stata calcolata ipotizzando di consentire a tutte le attività economiche con un fatturato 2019 al di sotto del milione di euro di non versare per l'anno in corso l'Irpef, l'Ires e l'Imu sui capannoni".

"Queste aziende, che ammontano a circa 4,9 milioni di unità (pari all'89% circa del totale nazionale), - sottolinea la Cgia - dovrebbero comunque versare le tasse locali, in modo tale da non arrecare problemi di liquidità ai sindaci e ai presidenti di regione. Non solo, ma con 28/30 miliardi risparmiati metteremo le basi per far ripartire l'economia del Paese".

"Servono altri 50 miliardi di contributi a fondo perduto"

Secondo l'Ufficio Studi degli artigiani, il Governo dovrebbe mettere sul piatto nuove risorse: "L'esecutivo metta sul tavolo almeno altri 50 miliardi di euro entro il prossimo mese di luglio che consentano di rimborsare in misura maggiore di quanto è stato fatto sino a ora le perdite subite dalle aziende e permettano agli imprenditori di compensare anche una buona parte dei costi fissi sostenuti". 

''Si tratterebbe – prosegue l'analisi della Cgia - di una modalità, quest'ultima, che la Francia e la Germania hanno applicato da alcuni mesi, avendo recepito le nuove disposizioni introdotte dall'Ue in materia di aiuti di stato alle imprese". I costi fissi come gli affitti, le assicurazioni, le utenze, etc. che, nonostante l'obbligo di chiusura e il conseguente azzeramento dei ricavi, le attività economiche continuano purtroppo a sostenere. 

"Questo sforzo così importante deve essere fatto entro l'estate, periodo in cui, grazie agli effetti della campagna vaccinale e alle condizioni climatiche, dovremmo esserci lasciati alle spalle la pandemia ed essere tornati ad una situazione di 'normalità'. Dalle indiscrezioni apparse in questi giorni, sembra che il decreto 'Sostegni bis' in fase di approvazione preveda la compensazione dei costi fissi, anche se in misura molto contenuta e del tutto insufficiente a rispondere alle istanze delle attività economiche".

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