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Mercoledì, 28 Febbraio 2024

L'editoriale

Roberta Marchetti

Giornalista

Le femministe violente in piazza contro la violenza. Che peccato

"Una donna emancipata è di sinistra, riservata è già un po' più di destra" cantava Giorgio Gaber nel '94, scimmiottando il pensiero politico dell'una e dell'altra parte. Sono passati quasi trent'anni e l'ideologia - "malgrado tutto", come ben sospettava - è ancora lì, radicata in ogni partito, ma ancor peggio nell'associazionismo, pronta ogni volta ad appropriarsi di quella o quell'altra protesta, a cavalcare battaglie, a invadere piazze. E la piazza, direbbe certamente Gaber, è di sinistra. 

Sabato 25 novembre, a Roma, al corteo contro la violenza sulle donne - organizzato dal movimento Non una di meno - mancavano infatti esponenti di centrodestra. Un'occasione sprecata per dimostrare come su certi temi, oggi urgenti più che mai, bisognerebbe mettere da parte, appunto, l'ideologia, per marciare insieme verso un unico traguardo, indispensabile. Così, oltre a cedere agli antagonisti l'egemonia culturale sulla questione diritti, la destra sembra voler consegnare anche quella che riguarda l'impegno civile. Un'assenza 'per partito preso' - è proprio il caso di dirlo - che però non è l'unica ombra sulla mobilitazione di massa, stupenda e commovente, oggetto di una strumentalizzazione (qui sì) bipartisan. Mezzo milione di persone si sono ritrovate al Circo Massimo e si sono messe in marcia verso piazza San Giovanni. Una marea umana fatta di donne, uomini, bambini, coppie, famiglie, tutti con l'unico scopo di dire basta a certe atrocità, di ricordare le vittime dei tanti, troppi femminicidi - l'ultima, la 22enne Giulia Cecchettin per cui con i cartelli in strada tante promettevano di "bruciare tutto" - di arginare ogni tipo di violenza e sopruso nei confronti delle donne e di impegnarsi per scardinare una cultura patriarcale che ancora oggi vede spesso il sesso femminile in una situazione di sudditanza. Una manifestazione bella, doverosa, senza casacche, eppure intaccata da quell'ideologia che sembra proprio non poterne fare a meno di silenziarsi neanche in una giornata così importante e, purtroppo, ancora urgente. Non sono mancate, ad esempio, le bandiere pro Palestina - a quanto pare le uniche concesse dagli organizzatori - tanto per fare un esempio su come sia routine politicizzare anche eventi del genere. E via, a cascata, l'immediata polemica sull'altra sponda del fiume, in una gara a chi si prende di più la scena. 

Contro la violenza con la violenza: l'assalto femminista

Braccio di ferro politico a parte, a macchiare la manifestazione del 25 novembre con inchiostro nero sono state le stesse femministe. Circa 200 persone - tra cui diverse a volto coperto - si sono staccate dal corteo per assaltare la sede di Pro Vita & Famiglia, associazione ultra cattolica e dunque quasi per natura in contrasto perenne con i movimenti femministi visto le diverse posizioni su aborto e maternità surrogata, per citarne alcune. Motivo che non dovrebbe però legittimare la violenza, condizionale d'obbligo in questo caso, dato il totale silenzio con cui la sinistra sta reagendo al facinoroso attacco. Nessuna condanna. Sembra proprio che a certe frange si possa perdonare tutto, o comunque concedere il beneficio del dubbio, se non addirittura una giustificazione. Fumogeni e bottiglie di vetro contro i poliziotti in tenuta antisommossa, scontri, calci sulle serrande, vetrine rotte con sbarre di ferro, insulti, scritte sui muri con minacce di morte, grida di "odio eterno" contro i "catto-fascisti" - rigorosamente con il pugno chiuso - il giornalista invitato a non riprendere con il telefono perché "non si può", poi il coro sanguinario: "I pro vita si chiudono col fuoco, ma con i pro vita dentro, se no è troppo poco". E negli uffici, il giorno dopo, è stata trovata una molotov. Una guerriglia che oggi verrebbe senza alcun dubbio tacciata di "fascismo" - termine molto caro a certe associazioni - se solo fosse scoppiata su altri fronti, condannata senza se e senza ma. Si sarebbe parlato di squadrismo, repressione, intollerabile violenza. Intollerabile violenza, quella per cui sabato c'erano 500 mila persone in piazza, mentre dietro l'angolo scoppiava una rivolta feroce e gratuita mossa da chi sfilava inneggiando al rispetto, ai diritti, all'educazione. Allora, viene da pensare, anche la violenza ha un colore, un'ideologia, ed è di conseguenza più o meno accettabile, più o meno concessa. Più o meno grave. 

Stigmatizzare la profonda contraddizione di tutto questo, così come il fallimento morale del più estremo femminismo che ha assediato sabato Pro Vita & Famiglia durante quella che sarebbe dovuta essere per definizione una manifestazione pacifica, dovrebbe essere scontato. Eppure passa in sordina. Evidentemente anche l'ipocrisia è di una certa sinistra.

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