Giovedì, 23 Settembre 2021
Mondiali

Il tradimento di Balotelli, Prandelli ha sconfessato il suo progetto

Si è chiusa nel peggiore dei modi la spedizione italiana al Mondiale in Brasile. Sotto le macerie annaspano l’attaccante, isolato dai compagni più anziani, e il commissario tecnico che in lui aveva creduto più di ogni altro

Doveva essere il figliol prodigo ma invece ha tradito. Se le aspettative dell’Italia pallonara fanno oggi i conti con le capocciate al muro, una parte di responsabilità ce l’ha sicuramente Mario Balotelli. Il suo mentore, Cesare Prandelli, si era illuso di averlo redento, ma l’attaccante dopo un buon esordio contro l’Inghilterra ha smarrito la retta via, lasciando spazio prima al purgatorio e poi all’inferno nel quale si sono squagliate senza pietà tutte le illusioni.

Il commissario tecnico gli ha sempre teso la mano, lo ha protetto quando tutti gli davano addosso, gli ha lasciato uno spiraglio aperto anche nelle fasi peggiori della sua turbolenza emotiva e ha finito per impostare intorno a lui il progetto tecnico della spedizione in Brasile. Entrambi sono ora sommersi nelle macerie: ma se l’allenatore, oramai ex, ha dato prova di piena consapevolezza assumendosi per intero e forse anche oltre tutte le responsabilità del caso, per il calciatore c’è una sorta di scomunica che non sarà facile superare, quella ricevuta urbi et orbi dai senatori azzurri, Buffon e De Rossi in primis.
Balotelli ha dalla sua l’età, ma anche il talento. Però l’ha fatta grossa, si è comportato in maniera indisponente oltre che fornire un rendimento assai meno che sufficiente: un fallimento come quello al Mondiale, del resto, può avere conseguenze su una carriera sempre ipotecata dall’imprevedibilità di un carattere ancora privo di una struttura affidabile. Il conto di queste bizze le paga il commissario tecnico che però ha alzato bandiera bianca soprattutto per aver sconfessato se stesso.

Alla fine della fiera, con la mente un poco più lucida di quanto lo fosse ieri, Prandelli non ha avuto il coraggio di essere coerente fino in fondo con le scelte adottate nel corso di una gestione della quale, per onestà intellettuale, non si può dimenticare la finale persa contro la Spagna al campionato europeo di due anni addietro né un girone di qualificazione al Mondiale ben giocato. Dal punto di vista del comportamento – vedasi il tanto decantato codice etico - ha annunciato severità, ma non è poi stato davvero rigoroso con tutti allo stesso modo. Tatticamente è rimasto impigliato tra la tentazione del cambiamento di mentalità e le sabbie mobili del calcio cosiddetto all’italiana, riemerse con prepotenza, come un arcaico vizio, con l’approssimarsi dell’obbligo del risultato. Forse perché pensava che un compromesso al ribasso sarebbe stato meno rischioso in una competizione nella quale l’importante è arrivare il più lontano possibile. La miscela tra buone intenzioni e pratica “situazionista”, tanto più nella fase di avvicinamento al torneo brasiliano, ha creato uno iato nello spogliatoio e nella resa sul campo.

Prandelli non ha torto quando afferma che la Nazionale ha cercato di coprire i mali del calcio italiano, ma lui, che pure aveva in mano una terapia promettente, è rimasto in mezzo al guado. Che peccato, per tutti.

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