Martedì, 23 Luglio 2024
L'intervista

"Mio figlio ha ucciso a sangue freddo": la storia di Valeria Collina, madre di un attentatore

La consapevolezza di un atto terribile commesso da un figlio che non c'è più e al cui funerale la mamma ha deciso di non partecipare. La vita di questa donna ha un prima e un dopo. E nel dopo c'è anche il coraggio di raccontarlo

Scoprire all'improvviso che il proprio figlio è stato capace di uccidere. Mamme che li chiamano "mostri" così come è successo negli scorsi giorni alla madre di Alessandro Impagnatiello, che ha tolto la vita alla fidanzata Giulia, al settimo mese di gravidanza. Chi sono i genitori di questi assassini? Cosa provano e come riescono a convivere con un dolore così grande? Valeria Collina ha visto la sua vita spaccarsi in due nel giugno del 2017, quando ha scoperto che uno degli attentatori del ponte di Londra era il 22enne che aveva portato in grembo, cresciuto, educato. Lei, dalla sua abitazione di Valsamoggia, lo aveva chiamato ripetutamente dopo il 6 giugno, ma dall'altra parte nessuna risposta, fino alla certezza: le paure che si erano fatte strada mettendo insieme i pezzi, poco alla volta, si sono dimostrate fondate e il nome del suo Youssef Zaghba veniva pronunciato in mondovisione per essere uno dei componenti del commando jihadista del London Bridge. 8 vittime, tutti accoltellati.

Così, la storia di Valeria Collina, madre di uno dei tre terroristi degli attentati a Londra del 3 giugno 2017, è diventata oggi un documentario ("After the bridge", per la regia di Davide Rizzo e Marzia Toscano) forse anche per la necessità di trovare parole per rintracciare il filo di un possibile senso, per individuare colpe o possibili assoluzioni e auto-assoluzioni, una verità che ricomponga la crepa insanabile causata da un gesto di inaccettabile violenza. La prima del film documentario, che verrà proiettato a Bologna in occasione del Biografilm, è il pretesto per parlare con lei. 

L'intervista a Valeria Collina

Il documentario segue il presente di Valeria e insieme il suo passato, ciò che è stato prima e dopo il ponte, scomponendone l’immagine in una molteplicità di rappresentazioni: la Valeria bambina nella Bologna che rivive grazie alle immagini in pellicola del Novecento provenienti da Home Movies - Archivio Nazionale del Film di Famiglia, la Valeria liceale e universitaria nei Super-8 del suo prezioso archivio privato, la Valeria contestatrice, femminista e animatrice del teatro povero di Grotowski, quella che, sulle assi di legno di un palcoscenico, incontra il suo futuro marito, un marocchino, decidendo di seppellire il suo passato per abbracciare la religione islamica con il nome di Khadija. Ma c’è anche il suo inevitabile riflesso pubblico – ciò che emerge dalle interviste che i giornalisti, riversatisi in massa davanti alla sua casa sui colli bolognesi dopo l’attentato, le chiedono con insistenza, il suo dover giustificare, in qualche modo, una ulteriore identità, quella di "madre del terrorista", così lontana da quella di madre di Youssef. Così, nello scollamento e nel rifrangersi caleidoscopico della sua rappresentazione e auto-rappresentazione, la voce di Valeria/ Khadija che arriva dalle registrazioni e da conversazioni durate anni segue il dipanarsi delle sue emozioni, dei suoi sentimenti, della necessità di ricomporre l’insostenibile lacerazione, in una sorta di terapia filmica che consenta, attraverso il racconto, di giungere a una nuova tappa della sua esistenza.

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Come e quando ha saputo di quello che aveva fatto suo figlio Youssef?

"L’ho saputo solo tre giorni dopo l’attentato del 3 giugno, in un primo momento erano state rese note solo le identità degli altri due attentatori. Nel frattempo Youssef era irreperibile, ma un suo amico mi aveva detto di averlo visto con uno degli attentatori di cui era già stata mostrata la foto. Non lo avevo comunque associato ancora all’attentato, temevo piuttosto che la conoscenza di uno dei terroristi e il tentativo, un anno prima, di partire per la Siria, lo avesse indotto a nascondersi, a fuggire. Ne ho parlato con la Digos che lo monitorava da quando era stato fermato all’Aeroporto di Bologna. Mi rassicurava che lo facessero, la consideravo una protezione, almeno qui in Italia dove la paura della comunità islamica di avere al suo interno un potenziale foreign fighter lo aveva isolato, bandito. Il martedì un funzionario della Digos che conoscevo e che pensavo mi portasse notizie di Youssef venne a casa mia per comunicarmi la sua morte. Solo allora ho realizzato che il terzo terrorista era lui". 

Da quando lui si era trasferito a Londra, quali erano i loro rapporti? 

"Ci sentivamo su Whatsapp, lui è venuto tre volte in Italia per pochi giorni, io sono stata una settimana da lui a Londra. I rapporti da parte sua sono sempre stati improntati a sollecitudine e tenerezza, solo avevamo a volte discussioni su argomenti religiosi. I nostri modi di vivere l’Islam stavano divergendo: io mi ero avvicinata al sufismo e lui invece professava un Islam rigorista".

C'è stato anche un solo momento in cui ha provato a capire e giustificare suo figlio?

"Giustificare certo che no, capire nel senso di cercare di reperire le motivazioni molteplici che lo hanno portato a compiere quell’atto terribile, sì".

Il funerale e la scelta di non esserci. E' stata la cosa giusta? A distanza di tempo cosa sente?

"In quel momento era la sola cosa da fare: dissociazione senza ambiguità. Alcune donne musulmane mi avevano fatto le condoglianze consolandomi con il fatto che Youssef, come martire, sarebbe stato in Paradiso. No, lo ho rifiutato. Non sono mai riuscita a immaginare Youssef colpire a morte delle persone, a vederlo uccidere. So che lo ha fatto, ma mi mancano le immagini. Così i ricordi hanno preso alla fine il sopravvento. Recentemente sono andata in Marocco a visitare la tomba di quel Youssef che ho conosciuto e amato nei 22 anni prima del 3 giugno del 2017"

Le mamme degli assassini, donne che hanno provato qualcosa di simile a quello che ha vissuto lei: cosa direbbe loro?

"Non chiudersi in un dolore muto e sordo. Capire, comunicare. Dare per quanto possibile un apporto affinché ciò non avvenga più".

Valeria Collina - After The bridge

Valeria Collina: chi è la madre di Youssef

Valeria Collina nasce nel 1949 a Bologna, dove trascorre tutta la giovinezza assieme al padre, un ex partigiano comunista, e alla madre, che lavorava come artigiana costruendo fiori di stoffa. Valeria riceve un'educazione liberale, ispirata ai valori della solidarietà e dell'uguaglianza. Nel 1969 Valeria si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna, dove inizia ad avvicinarsi al movimento studentesco partecipando alle lotte di quegli anni. Ben presto entra a far parte di un collettivo femminista con cui intraprende un percorso politico attraverso l'attività teatrale. Tra gli anni settanta e ottanta, Valeria abbraccia l'esperienza del "teatro povero" di Jerzy Grotowski e fa di tale attività la sua professione. Grazie al teatro, alla fine degli anni ottanta conosce il suo futuro marito, un uomo marocchino.

Dopo un viaggio in Marocco compiuto insieme, Valeria decide di convertirsi alla religione islamica. Presto nasce la prima figlia e, dopo qualche tempo, il figlio Youssef. Dopo un primo periodo in Italia, la famiglia decide di trasferirsi in Marocco dove i figli crescono. Vent’anni dopo Valeria decide di tornare in Italia e si stabilisce in Valsamoggia, luogo d'origine dei suoi genitori che le hanno lasciato una piccola casa in eredità. Nel frattempo suo figlio Youssef decide di abbandonare gli studi per un anno per fare delle esperienze all'estero, e si trasferisce a Londra. Improvvisamente, il 3 giugno 2017, la vita di Valeria viene sconvolta dalla morte di suo figlio, uno degli autori dell’attentato di stampo jihadista sul London Bridge. Quarantotto ore dopo l'attentato, una volta resi noti i nomi e i volti di tutti gli attentatori, la piccola casa di Valeria sulle colline della Valsamoggia viene assalita dalle troupe televisive di tutto il mondo. Valeria rinnega pubblicamente l'azione del figlio, rifiutandosi di partecipare al suo funerale. Attualmente Valeria vive in Italia e ha ripreso la sua attività teatrale scrivendo e interpretando uno spettacolo teatrale dal titolo "L’Isola".

"The Bridge" sarà presentato in anteprima nazionale sabato 10 giugno al Biografilm Festival di Bologna, per poi approdare in Inghilterra allo Sheffield Docfest, in programma dal 14 al 19 giugno.

Valeria Collina - After The bridge


 

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