Odissea Alan Kurdi, "vergogna" europea tra silenzio assordante e indifferenza politica

A che punto sono i negoziati tra i Paesi Ue sulla distribuzione dei migranti salvati al largo della Libia dalla nave Alan Kurdi della ong tedesca? Non si sa. La sensazione è che a pesare sia la campagna elettorale già iniziata. Intanto arriva notizia di nuovi naufragi

Una delle 64 persone salvate prega sul ponte della nave della ong tedesca | Foto: Fabian Heinz/Sea-eye.org

Da quando l'Italia ha rifiutato lo sbarco, la notizia ha smesso di essere da prima pagina per la maggior parte dei media italiani. L'odissea della Alan Kurdi non è però ancora finita. La svolta non c'è. Potrebbe arrivare a minuti, a ore. Ma sembra che le trattative non siano caratterizzate da quell'urgenza che sarebbe doverosa. Intanto arrivano notizie di nuovi naufragi.

A che punto sono davvero i negoziati tra i Paesi membri dell'Unione europea sulla questione dello sbarco e della distribuzione delle 64 persone (ora solo 63) salvate dalla nave della Ong tedesca al largo della Libia? Non è dato saperlo. Riepiloghiamo i fatti. Ai naufraghi di fatto è stato impedito fino ad ora di scendere dalla nave. L'Italia ha prima rifiutato l'attracco in un porto sicuro dopo il salvataggio, modificando poi leggermente il tiro: sì allo sbarco di madri e bambini, ma la proposta è stata rifiutata dalle famiglie. Malta dal canto suo non ha dato il consenso all'attracco. 

Un team di legali della Ong è al lavoro sul caso: "Dopotutto, le convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti umani regolano, tra le altre cose, il diritto alla libertà, alla sicurezza e all'integrità fisica. Queste leggi regolano anche gli obblighi di uno Stato per proteggere le famiglie", dice il portavoce della Sea Eye Dominik Reisinger.  Sta accadendo qualcosa di grave, anche se non di inedito. La nave della Sea Eye è in alto mare, al largo delle coste di Malta. La Alan Kurdi è l'unica rimasta in mare a pattugliare la zona Sar: mercoledì scorso ha salvato il gruppo di migranti da un gommone in difficoltà al largo di Zuara. Dalla guardia costiera libica solo silenzio, così la nave Alan Kurdi, dopo aver dato comunicazione alle centrali operative di Roma e La Valletta, ha fatto rotta verso Lampedusa - prima che si arenasse la trattativa tra Italia e Germania sull'accoglienza delle famiglie - e in seguito Malta. Tutto tace a livello di Unione europea. 

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Alan Kurdi, una settimana di silenzio: pagina nera per l'Unione europea

È passata una settimana intera. A bordo ci sono ora 63 persone, evacuata ieri una donna di 24 anni dopo che ha perso conoscenza. "Una donna di 24 anni è stata evacuata dopo che ha perso conoscenza e le sue condizioni mediche sono peggiorate. La permanenza a bordo mette in seria difficoltà la salute delle persone soccorse: hanno bisogno di sbarcare il prima possibile", scrive su Twitter la ong. Malta ha inviato acqua e cibo. Da giorni sono in corso trattative tra il governo di Berlino (sia la nave sia la Ong sono tedesche), la Commissione europea e il governo maltese per trovare una soluzione: l'obbligo degli Stati di garantire lo sbarco in un luogo sicuro delle persone soccorse in mare nel più breve tempo possibile non dovrebbe mai essere condizionato dalla disponibilità di altri Stati ad accogliere successivamente le persone sbarcate: così non è stato. Un'Unione europea che non ha la forza politica di trattare e fare sbarcare poche decine di persone allo stremo delle forze, prima di deciderne la redistribuzione, ha un problema di fondo irrisolto e gigantesco.

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"Sessantaquattro persone, sommate ai 17 membri dell'equipaggio, superano la capacità di trasporto della Alan Kurdi. Tuttavia, chiunque è più al sicuro sulla nostra nave che su un gommone che affonda. Da un punto di vista legale non può esserci alcuna discussione sul nostro obbligo al salvataggio" ha dettoCarlotta Weibl, portavoce di Sea-Eye, all'assemblea di Mediterranea a proposito del salvataggio dei 64 naufraghi di sette giorni fa.

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Foto: Fabian Heinz/Sea-eye.org

Alan Kurdi: "Trattative politiche sulla pelle delle persone"

I missionari Scalabriniani che operano in Europa ed Africa lanciano un appello ai leader politici "a compiere urgentemente il proprio dovere: mettere in salvo questi ennesimi naufraghi è un atto dovuto e non è più tollerabile sottostare ad altalenanti trattative politiche sulla pelle di altre persone". La presa di posizione degli Scalabriniani riguarda la vicenda della nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea-Eye, da giorni nel mar Mediterraneo tra le coste italiane e quelle maltesi.

Gli Scalabriniani richiamano l'Europa "a non continuare a voltare le spalle di fronte al dramma umano in atto che non conosce pause, nonostante certa comunicazione faziosa tenda a ridimensionare il fenomeno, e a decidersi una volta per tutte per l'apertura ordinaria di corridoi umanitari sicuri, riprendendo il salvataggio in mare, come prescrive il diritto internazionale".

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Migranti, i porti non sono chiusi

Che l'Europa sia in confusione totale lo dimostrano le parole di Federica Mogherini: "L’Ue non ha mai considerato la Libia un Paese sicuro e gli ultimi eventi ce lo dimostrano", ha detto pochi giorni fa l’Alto rappresentante dell’Ue. Poi ha però aggiunto che l’Europa continuerà ad addestrare la Guardia costiera libica, proprio quella che non risponde alle chiamate di soccorso. Contraddizioni. Paradossi. La sensazione, sgradevole, è che a pesare su tutta la vicenda sia la campagna elettorale ormai già iniziata. "Per un pugno di voti", né l'Italia né la Germania né  altri partner europei hanno ancora ritenuto necessario prendere l'iniziativa per risolvere in maniera decisa la situazione. Qualcuno è arrivato al punto di considerare un successo politico tenere bloccati uomini, donne e bambini in mezzo al mare. Una pagina nera per la politica dell'Ue, da qualsiasi punto la si guardi.

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A tal proposito, giova ricordare che #portichiusi è un hashtag da social network, ma i porti in realtà sono aperti. Non c'è alcun decreto ministeriale che disponga la chiusura dei porti: qualsiasi nave può quindi chiedere l’autorizzazione all'attracco. La misura sarebbe illegale sotto il profilo normativo e costituzionale: e andrebbe contro il regime giuridico del soccorso in mare. E' anche per questa che è stato presentato un esposto urgente da parte di Mediterranea per denunciare il comportamento del governo, sia per la mancata autorizzazione ad entrare nelle acque italiane sia per la mancata assegnazione del porto sicuro.

Come scriveva a gennaio su Repubblica Armando Spataro,  magistrato e giurista, i ministri italiani "in assenza di ragioni di ordine pubblico (da individuare specificatamente e non da ventilare senza alcun dettaglio concreto, ndr) non possono né “chiudere porti”, né indirizzare le navi giunte nelle nostre acque territoriali verso porti di altri Stati. [...] Ci sono limiti giuridici e non solo che in un Paese civile la politica non può oltrepassare". Intanto in mare, al largo di Malta, il tempo peggiora.

Migranti, altri dispersi in mare: le notizie di oggi

Ci sarebbero otto persone disperse dopo essere cadute in mare e altre venti su un gommone in difficoltà davanti alle coste della Libia. A lanciare l'allarme, su Twitter, è Alarmphone che ha ricevuto una chiamata alle 6 di questa mattina. Sono 20 le persone in difficoltà, tra cui donne e bambini, a largo delle coste della Libia. "Il motore non funziona e l'imbarcazione imbarca acqua. Le autorità sono informate", dice il servizio telefonico per i migranti in difficoltà in mare. In zona Sar del Mediterraneo centrale navi per eventuali soccorsi non ce ne sono più, da quando l'operazione Sofia dell'Ue conta solo sul supporto aereo. In queste ore gli appelli affinché qualcuno provi a soccorrere il gruppo di migranti si susseguono. A sera è stata confermata la decisione della Guardia costiera libica di soccorrere i migranti.

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