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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
Un mondo sommerso

Altro che diritti e salari: in Italia lavorano anche i bambini

L'indagine di Save the Children: si stima che 336mila minori tra 7 e 15 anni abbiano avuto esperienze lavorative. Il fattore economico incide ma il problema è anche culturale: una forte spinta arriva dal desiderio dei più giovani di essere indipendenti, mentre nelle famiglie è ancora diffusa l'idea che sia giusto "farsi le ossa" fin da piccoli

Il lavoro minorile esiste anche in Italia, anzi è più diffuso di quanto si pensi. Si stima che un 14-15enne su cinque svolga o abbia svolto un'attività lavorativa prima dell'età legale che nel nostro Paese è di 16 anni (a patto di aver assolto agli obblighi scolastici). Un fenomeno in larga parte sommerso che costituisce l'altra faccia della dispersione scolastica ed è legato a doppio filo alla condizione socioeconomica delle famiglie, ma in alcuni casi sembra anche frutto di una mentalità, dura da sradicare, che vede il lavoro come un valore in ogni caso e a qualsiasi età, anche quando va a scapito della formazione. 

L'Italia dunque ha il suo esercito di piccoli schiavi, bambini costretti a crescere in fretta e a rimboccarsi le maniche, sottraendo tempo prezioso allo studio o agli amici. Uno spaccato di società di cui si sa poco e si parla ancora meno. Per cercare di accendere un faro sulle dinamiche del lavoro minorile, Save the Children ha realizzato un'indagine (presentata oggi a Roma alla presenza della ministra del Lavoro Calderone) sottoponendo un questionario a oltre duemila studenti di 14 e 15 anni iscritti al biennio delle superiori. Sono emersi alcuni aspetti che andiamo a elencare brevemente di seguito.

Il primo è che il lavoro minorile non è un fenomeno limitato a Paesi lontani e in via di sviluppo, ma riguarda da vicino anche l'Italia: più di un minore su dieci dei  14-15enni che lavorano o hanno lavorato, si legge nel rapporto, ha iniziato già all'età di 11 anni o prima. Si stima inoltre che circa 336 mila bambini e adolescenti tra i 7 e i 15 anni - ovvero quasi 1 minore su 15 - abbiano avuto esperienze di lavoro. C'è poi un altro dato che dovrebbe preoccupare: il 27,8% dei 14-15enni che lavorano (circa 58mila minorenni) ha svolto mansioni che mettono a rischio il proprio sviluppo educativo e il loro benessere psicofisico: parliamo dunque di lavori pericolosi oppure svolti in orari notturni o in maniera continuativa durante il periodo scolastico.

Il secondo: le esperienze lavorative precoci mettono a rischio il percorso educativo dei ragazzi influenzando la loro condizione futura. I numeri sono eloquenti: la percentuale di minori bocciata alle medie o alle superiori è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato.

Terzo: c'è una connessione piuttosto evidente tra questo fenomeno e la condizione sociale e culturale delle famiglie (per quanto non si possa parlare di causalità). La percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media è molto più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro. L'indagine ha poi dimostrato che meno libri ci sono in casa più è alta la percentuale di minori che lavorano prima dei 16 anni.

Anche l'emarginazione sociale ha un peso. Il numero dei lavoratori bambini è altissimo (pari a quasi il 40% del totale) tra i minori presi in carico dai servizi della giustizia minorile. Va poi osservato che due terzi dei minorenni che hanno sperimentato forme di lavoro sono di genere maschile (65,4%) e il 5,7% ha alle spalle una storia di migrazioni (anche dei genitori).

Lavoro minorile, quanto incide il titolo di studio dei genitori

"La scuola ti dà solo il pezzo di carta"

Ma sui risultati dell'indagine torneremo più tardi. Sono le testimonianze dei ragazzi coinvolti a colpire di più. "Dalla scuola non mi aspetto niente, ti dà solo un pezzo di carta" dice uno dei giovani intervistati nell'inchiesta.

Un altro adolescente racconta che il titolare lo ha licenziato "per prendere uno più piccolo". Le condizioni di lavoro? "In fondo è giusto essere pagati di meno quando si è più giovani" dice un 17enne. Mentre un altro osserva: "Usano la scusa che sei piccolo, che devi imparare", ma "le troppe ore comunque sono stancanti e il corpo a volte non ce la fa".

Per alcuni ragazzi quella di iniziare a lavorare già da piccoli è stata una scelta personale, presa con consapevolezza. O meglio: così viene percepita. "Voglio essere autonomo, voglio essere indipendente" racconta un adolescente. "Non voglio chiedere nulla a nessuno e se voglio una cosa non voglio spiegare perché la voglio". E un altro: "Non ho mai visto i miei fratelli andare a chiedere i soldini per comprarsi qualcosa o anche per viaggi in generale. Erano tutti abbastanza autosufficienti. Quindi è iniziata proprio per questo motivo, per non pesare sugli altri. Non l'ho mai vissuta come l'idea di lavoro minorile che si pensa, magari obbligati in miniera, era proprio una roba molto self. Cioè che avevo scelto io".

L'indagine: chi sono i minori che iniziano a lavorare precocemente

In effetti tra i motivi che spingono adolescenti e bambini a lavorare precocemente ci sono l'avere soldi per sé (56,3%), la necessità o volontà di offrire un aiuto materiale ai genitori (32,6%), ma non è trascurabile è la quota (38,5%) di chi afferma di lavorare per il piacere di farlo.

Sono pochissimi coloro che giudicano il lavoro minorile negativamente: il 3,8% lo ritiene duro e stancante e solo il 2,2% pensa che sia meglio andare a scuola. Non bisogna dunque pensare che dietro i lavoro minorile ci sia sempre una condizione di estrema povertà (solo il 5,9% degli intervistati dice di lavorare per contribuire al sostegno economico della famiglia). Una spinta forte sembra venire dal desiderio di acquisire una certa indipendenza economica unita a un rapporto problematico con l'istituzione scolastica. 

Ma dove lavorano in Italia i minori sfruttati? Più di uno su quattro nella ristorazione (25,9%), uno su sei in un negozio (16,2%), meno uno su dieci in campagna e (9,1%) e una percentuale non indifferente perfino in un cantiere (7,8%).

Il lavoro minorile e l'abbandono scolastico

Uno degli aspetti emersi con forza dall'indagine di Save the Children è che esiste una correlazione tra lavoro minorile e l'abbandono scolastico. Quasi uno su tre dei minori tra i 14 e i 15 anni che lavora o ha lavorato dichiara di farlo durante i giorni di scuola. Tra chi ha lavorato precocemente la percentuale di chi ha interrotto il percorso di studi anzitempo è quasi il doppio rispetto alla media. Anche perché conciliare gli impegni non è facile. Tant'è che il 40,4% dei ragazzi risponde che il lavoro incide sulla possibilità di studiare, poco meno del 20% dice di riuscirsi sebbene sia stancante, mentre il 14% quando lavora non riesce a studiare. Infine c'è un 6,5% che riesce a conciliare studio e lavoro solo alcune volte.

Il lavoro tra i minori presi in carico dalla giustizia

Altri numeri preoccupanti riguardano i giovani presi in carico in carico dai servizi della giustizia minorile. Tra questi minori quasi il 40% degli intervistati ha affermato di aver svolto attività lavorative prima dei 16 anni. Tra i giovani che hanno avuto esperienze di lavoro precoci, il 41,8% a causa degli impegni lavorativi non riusciva a frequentare regolarmente la scuola o saltava le lezioni e un altro 28,9% andava a scuola e lavorava negli stessi giorni. Uno su quattro ha interrotto gli studi per periodi prolungati per lavorare. Un problema che in questo caso è anche culturale: i giovani intervistati ritengono che anche la maggior parte dei genitori abbia un'opinione tutto sommato positiva dell'esperienza lavorativa: solo il 9,8% di loro pensa infatti che un ragazzo non dovrebbe lavorare prima dell’età legale consentita.

Per completare il quadro diamo un altro numero: tra i minori e i giovani adulti in carico ai servizi della giustizia minorile, soltanto un terzo dei partecipanti all'indagine ha dichiarato di voler continuare gli studi, e del resto tra chi lavora precocemente il tasso di dispersione scolastico è altissimo. 

A Napoli il problema è strutturale, ma il fenomeno riguarda anche la ricca Treviso

Nell'indagine Save the Children ha provato a indagare il fenomeno in quattro diverse città: Vittoria (nel Ragusano), Napoli, Prato e Treviso. Il lavoro minorile è una piaga diffusa da nord a sud, ma ogni territorio ha la sua specificità. A Vittoria i minori provengono per lo più da Romania e Nord Africa. I minori provenienti dall'Est Europa sono impiegati principalmente nelle piccole aziende famigliari e di solito lavorano in piccole aziende familiari. Ma lo sfruttamento riguarda talvolta anche gli adolescenti italiani. La retorica, molto diffusa nelle famiglie, è che i giovani "devono farsi le ossa".

Poi c'è il caso di Napoli. Qui il lavoro minorile è un fenomeno "strutturale" che non è mai stato eradicato. Forse rispetto al passato un cambiamento c'è stato, ma non in meglio. "Il mercato del lavoro non esiste" racconta un operatore sociale, e "in assenza di una reale offerta lavorativa nelle generazioni ha smesso di passare un messaggio di attitudine al lavoro, lo sforzo di alzarsi la mattina non esiste più nella vita delle famiglie; l'assenza di lavoro è un messaggio che respirano da quando sono piccoli". Né può essere taciuto il fatto che molti bambini e adolescenti sono coinvolti in attività illegali, spesso legate allo spaccio. 

A Treviso i minori che lavorano sono impegnati soprattutto nell'agricoltura o nelle attività tessili in aziende familiari. Molto spesso lavorano d'estate. Al problema del lavoro minorile non è estranea la comunità bangladese: la competenza linguistica di molti bimbi di origine straniera, ma che frequentano le scuole italiane, in molti casi si rivela utile per agevolare i genitori nel rapporto con fornitori e clientela. Altre volte, si legge nel rapporto, i minori vengono impiegati "in lavori di cura all'interno del nucleo familiare allargato, attività spesso in carico alle ragazze".

Gli interlocutori ascoltati da Save the Children segnalano che in questa zona la diffusione di una cultura del lavoro "tendenzialmente slegata da ragioni di ordine economico". L'obiettivo sembra essere, banalmente, quello di "imparare un mestiere" e inserirsi anzitempo nel tessuto lavorativo.

Infine c'è lo strano caso di Prato dove i dati istituzionali "non rilevano il fenomeno". Una circostanza curiosa se pensiamo che in questo territorio, negli ultimi decenni, sono emersi molti casi di sfruttamento o di mancata sicurezza sul luogo di lavoro. Il sospetto è che le indagini svolte dalle istituzioni non siano riuscite a portare a galla il problema. 

(Il video nell'articolo è di Save the Children)
 

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