Mercoledì, 21 Aprile 2021

Salario minimo: il giuslavorista, va deciso a livello regionale

Francesco Rotondi (LabLaw), per applicare il principio di uguaglianza previsto dalla Costruzione


Roma, 29 lug. (Labitalia) - "La proposta di introdurre un salario minimo per legge presenta lo steso vizio della contrattazione nazionale: si basa sull'idea errata di un costo della vita uguale in tutte le parti d'Italia. Un grave errore fonte di ingiustizia. Se salario minimo per legge deve essere, ebbene che sia calibrato al reale costo della vita delle singole regioni d'Italia. O, meglio, è bene che s'introduca un salario minimo su base regionale". Ad affermarlo è Francesco Rotondi, giuslavorista, Managing Partner di LabLaw.


"La determinazione dei minimi salariali - ricorda - è oggi di competenza delle parti sociali, non c'è nessuna legge in tal senso, attraverso i contratti collettivi nazionali di lavoro. I minimi salariali, quindi, che dovrebbero garantire un'equa retribuzione in rapporto al costo della vita sono gli stessi da Palermo e Milano. Tale omogeneità nazionale, in realtà, è fonte di evidenti disuguaglianze perché il costo della vita nel nostro Paese è differente tra regione e regione e soprattutto tra le grandi aree geografiche dell'Italia: Nord, Centro e Sud. La centralità del contratto nazionale non tiene conto delle differenze connesse al potere d'acquisto differenziato a livello territoriale producendo, così, un ingiusto squilibrio del salario reale".


"La nostra Costituzione - sottolinea - attribuisce un compito e una responsabilità immensa alle parti sociali, sindacati e imprese, ossia la determinazione di un sistema di diritti e doveri con l'intento di garantire ai cittadini per il tramite del lavoro un'esistenza 'libera e dignitosa' in un'ottica di 'non discriminazione', il tutto tenendo a mente l'esercizio dell'attività d'impresa che, anch'esso tutelato dalla Carta Costituzionale, diventa lo strumento necessario, allo scopo".


"L'appiattimento retributivo nazionale così come visto - avverte Rotondi - è un dato solo italiano. In nessun'altra parte d'Europa è prevista un'omologazione delle retribuzioni su scala nazionale. Per fare due esempi: nel land della Germania dell'Est del Meclemburgo un lavoratore prende il 62% dello stipendio rispetto a un omologo del land più ricco dell'Assia; nel Galles, dove il costo della vita è più basso, un lavoratore ha una retribuzione del 63% rispetto a un altro che vive a Londra e dove il costo della vita è notevolmente più alto".


"Non solo: se si guarda al dato della produttività, secondo i dati Istat, un lavoratore in Lombardia produce 60,8 mila euro di valore aggiunto contro i 42 mila di un lavoratore in Calabria. Un divario di produttività del 30%. Tale specificità solo italiana porta a conseguenze paradossali in cui il tasso di povertà medio in Lombardia è giunto al 9% contro il 7% della media nazionale", aggiunge il giuslavorista.


"La via per applicare il principio costituzionale di non discriminazione - spiega - è legare la determinazione dei minimi salariali alla dimensione territoriale, quella più vicina alle reali condizioni delle imprese e dei lavoratori. In virtù di tale convinzione, ho elaborato un progetto di legge regionale presentato in Regione Lombardia che stabilisce la competenza della determinazione dei minimi salariali a livello territoriale e financo aziendale".


"Le ragioni a sostegno di tale proposta - assicura Francesco Rotondi - sono innumerevoli, ma per tutte valga la mancata considerazione degli elementi territoriali e produttivi nel contratto nazionale che sono alla base di una corretta determinazione del costo della vita reale. Il presente disegno di legge si applica alle relazioni industriali sia del settore privato che pubblico, altrimenti alimenteremmo ancora ingiustificate disuguaglianze".


"Dal punto di vista economico e sociale - prosegue - si è potuto apprezzare che la differenza territoriale basata su indici collegati al costo della vita nonché alla produttività ha consentito un riequilibrio di eguaglianza e giustizia sociale con effetti positivi sia in termini di recupero di efficienza produttiva che di occupazione".


"In particolare, occorre che vi sia coincidenza fra le differenze retributive e la differenza in termini di produttività, cosa che attualmente in Italia non avviene: il potere d'acquisto del salario minimo è più alto dove la produttività è più bassa", conclude.


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