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Domenica, 25 Settembre 2022
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Dissesto idrogeologico: dalla tragedia del Vajont, cos’ è cambiato?

Oggi ricorrono i 50 anni dalla terribile strage dal Vajont dove persero la vita quasi 2 mila persone. Questo tragico evento, certamente non il primo, ha acceso un faro su uno dei più grandi problemi del nostro Paese: il dissesto idrogeologico

9 ottobre 1963, una data che difficilmente possiamo dimenticare. Dal monte Toc si stacca una roccia enorme che va a cadere direttamente nel lago dietro la diga del Vajont. Un tonfo enorme che in pochi secondi alza un muro d’acqua alto ben 230 metri che inevitabilmente esce dalla diga. Una quantità enorme di acqua si riversa allora nei paesi sottostanti. Pochi secondi, tanto è bastato, nemmeno il tempo di rendersi conto di quello che stava accadendo, e molti paesi sono letteralmente spazzati via. Longarone, Pirago, Rivalta, Codissago Faè e molti altri. 1910 morti è il triste bilancio ufficiale di quella maledetta notte. Un tragico evento, certamente non il primo, che ha acceso un faro su uno dei più grandi problemi del nostro Paese: il dissesto idrogeologico. 
 

Tra i fattori naturali che predispongono il nostro territorio ai dissesti idrogeologici, rientra in modo particolare la sua conformazione geologica e geomorfologica, caratterizzata da bacini idrici generalmente di piccole dimensioni, che, come si legge molto bene nel sito della protezione civile, «sono quindi caratterizzati da tempi di risposta alle precipitazioni estremamente rapidi». Il che vuol dire che Il tempo che intercorre tra l’inizio della pioggia e il manifestarsi della piena nel corso d’acqua può essere dunque molto breve. Questi elementi possono creare un mix che può diventare addirittura letale.
 

Ma non sono solo le caratteristiche intrinseche del territorio a determinare questi fenomeni: ruolo fondamentale lo gioca anche l’opera dell’uomo. «La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano e aumentato l’esposizione ai fenomeni e quindi il rischio stesso», si legge sempre nel sito della protezione civile.
 

Secondo il Report dell’Anbi 2013, il dissesto idrogeologico interessa l’82% dei comuni italiani e determina che 6 milioni di persone abitino in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a rischio medio. Si calcola che 1.260.000, edifici tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali siano a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del C.N.R. rivela, inoltre, che fra il 1950 e il 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9000 e gli sfollati o “senza tetto” oltre 700.000.
 

«Il disastro del Vajont è un simbolo. Un simbolo degli errori, delle tragedie, che avremmo potuto evitare. Perfino le Nazioni Unite lo citano come un caso paradigmatico di un rapporto, di un calcolo sbagliato dell’uomo con la terra, di ciò che non si deve fare». Ad affermarlo il Ministro dell’Ambiente Orlando ieri al Senato in un discorso di commemorazione a nome del Governo per i cinquant’anni della strage.

«La grande questione della difesa del suolo e della sicurezza idrogeologica, prosegue il Ministro, si pone con maggiore acutezza rispetto al 1963. È una vera e propria emergenza nazionale: 5581 comuni italiani ricadono in aree classificate a potenziale rischio più alto. Le conseguenze del dissesto idrogeologico non sono solo sociali, economiche e ambientali ma oggi come allora, il rischio di eventi catastrofici espone le vite umane che vivono in quei luoghi».
 

Dal quel tragico giorno che cosa è cambiato? Molto poco in realtà. Pesanti ritardi nell’esecuzione di progetti di ricostruzione o di bonifica che si vanno a sommare alla scarsità di risorge che in più vengono concesse con moltissimo ritardo alle singole regioni. Secondo il ministro Orlando per mettere in sicurezza le aree a più elevato rischio idrogeologico servirebbero circa 11 miliardi all'anno, per un totale di 40 miliardi.

A livello normativo, le leggi che si sono susseguite a partire dalla 183/89, la prima legge che persegue la finalità di protezione del suolo, fanno tutte perno sullo strumento del piano di assetto idrogeologico (PAI) che si pone l’obiettivo prioritario di ridurre il rischio idrogeologico entro valori compatibili con gli usi del suolo in atto, in modo tale da salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti. Belle parole ma che purtroppo sono rimaste tali: Il Decreto legge 11 giugno 1998, n.180 (decreto Sarno) che ha fatto seguito alla 183/89, introduce una prima scadenza per l’adozione del PAI al 31dicembre 1998 poi posticipata al 30/06/99. Ma niente da fare. Il D.L.132 del 13.05.99 sposta al 30/06/2001 il termine per l’adozione del PAI ma la legge Soverato (L.365/00) l’anticipa al 30/04/2001.
 

A peggiorare ulteriormente le cose la mancanza di una definizione di dissesto idrogeologico, definizione che viene introdotta soltanto dal d.lgs. 152/06 c.d. Codice dell’Ambiente. In altre parole per più di quarant’anni si è cercato di porre rimedio ad un problema senza nemmeno prima definirlo. Per non parlare del “problema alluvioni” introdotto per la prima volta solo con il decreto 49/10 dove per la prima volta nella normativa italiana viene definito l’alluvione, la pericolosità da alluvione e il rischio di alluvioni.
 

Il governo Letta lo scorso 15 giugno ha approvato il Ddl consumo del suolo, un disegno di legge che definisce una volta per tutte la volontà del governo di combattere l’abusivismo edilizio e che pone un freno alla cementificazione compulsiva. Per la sua definitiva attuazione ora si aspetta il parere della Conferenza unificata Stato-Regioni. Legato a doppio filo con il grave problema della fragilità del nostro territorio è infatti il tema del consumo di suolo che contribuisce a indebolire i terreni, aggrediti e resi impermeabili dal cemento. Inoltre il ministro Orlando ha espressamente chiesto, nella legge di stabilità, uno stanziamento di 500 milioni per gli interventi sul dissesto idrogeologico, una cifra assai modesta rispetto ai 40 miliardi che, secondo lui, servirebbero per mettere in sicurezza l’intero Paese. 

Insomma a cinquant’anni dal disastro del Vajont il problema dissesto idrogeologico è ancora lontano dall’essere risolto. 

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