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Domenica, 22 Maggio 2022
peste suina

Peste suina, anche i boschi vanno in lockdown

Adesso la montagna è a rischio. Vietate per sei mesi pesca, trekking, biking e ogni altra attività all’aperto nelle province di Alessandria, Savona e Genova. Chiusi i Parchi del Beigua e dell’Antola, coro unanime per chiedere al Governo deroghe e ristori per le attività coinvolte

Nell’era delle pandemie, anche la natura va in lockdown. Funghi, pesci, marmotte e lupi delle province di Savona, Genova e Alessandria: tutti in zona rossa a causa di sette cinghiali trovati morti di peste suina. Insieme a loro, chiudono di nuovo le casse dei rifugi, degli agriturismi, delle guide ambientali, dei produttori tipici, del turismo equestre e degli sportivi che dalla montagna traggono il proprio reddito. E l’orizzonte temporale dell’ordinanza firmata dal Ministro Patuanelli il 13 gennaio scorso, non è nemmeno prossimo. Nei 114 comuni liguri e piemontesi limitrofi ai ritrovamenti, sono state vietate per 6 mesi “la raccolta dei funghi e dei tartufi, la pesca, il trekking, il mountain biking e le altre attività che comportino un rischio per la diffusione della malattia”, oltreché l’attività venatoria. Ovvero fino a luglio di quest’anno, a estate inoltrata. La ragione? Il contagio si trasmette solo tra suidi, ma l’uomo potrebbe essere vettore inconsapevole attraverso oggetti e superfici come scarponi o ruote delle auto. Insomma, “chiudiamo” i cinghiali per salvare i maiali. Ovvero per tenere il più lontano possibile dal contagio gli allevamenti di suini domestici, che - tutto compreso - valgono 6 miliardi di export. Anche se dal Giappone, da Taiwan, dalla Cina e dal Kuwait hanno già sospeso le importazioni di salumi Made in Italy. Ma il mondo della montagna rischia di fare da vittima sacrificale. E lancia un immediato grido dall’allarme al Governo, al quale chiede - per lo meno - di mettere mano ai cordoni della borsa. Intanto però i due Parchi Regionali più importanti dell’Appennino Ligure - il Beigua e l’Antola - hanno dovuto sbarrare i cancelli. Cosa succederebbe se il contagio dovesse allargarsi ad altre zone d’Italia?

“La chiusura prolungata di interi territori montani al turismo outdoor - spiega Roberto Costa, coordinatore di Federparchi Liguria - colpisce un entroterra ligure già pesantemente provato da due anni di pandemia. Chiediamo che, come accaduto per bar, ristoranti, palestre e discoteche durante le chiusure causate dal Covid 19, vengano previsti adeguati ristori per tutte le attività direttamente o indirettamente danneggiate. Evitiamo ulteriori danni ad una vasta utenza turistica e all'economia di territori già pesantemente svantaggiati”. Come quelli che stanno subendo le guide ambientali. “Il paradosso - interviene Andrea Parodi, alpinista, scrittore e guida ambientale di Cogoleto (Genova) - è che noi non possiamo andare per sentieri né per piacere, né per lavoro. Ma i cinghiali scendono come se nulla fosse negli ambienti urbani a recuperare cibo e rifiuti. A Genova se ne vedono più in città che in ambiente naturale. Questo è un territorio molto antropizzato. Ad esempio c’è il rifugio dell’Antola che ricade sul confine della zona rossa: da un sentiero si può raggiungere ma poi non si può proseguire. E probabilmente chiuderà. Ha senso tutto questo?”. Al coro unanime che chiede a Patuanelli e Speranza deroghe alle restrizioni e ripensamenti, si unisce la voce del presidente del Club Alpino Italiano Vincenzo Torti che apre lo sguardo ad uno scenario più ampio. “Il futuro della montagna si sta giocando in questi anni su molte forme alternative di frequentazione rispetto a quella classica che gira intorno agli impianti sciistici. In questa stagione, racchette da neve, sci di fondo e scialpinismo stanno finalmente dando nutrimento ad un’economia più sostenibile, in grado di alimentare e lasciar sopravvivere le comunità montane. Il nostro auspicio è che si riescano a circoscrivere di più gli ambiti di divieto, individuando i focolai e lasciando aperte le fasce di frequentazione dove i cinghiali non arrivano”. L’auspicio di tutti, è questo non sia un déjà-vu. E che l’Appennino Ligure non sia una nuova Codogno.

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