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Sabato, 2 Marzo 2024
CRONACA

L'EDITORIALE - "La mia sofferenza nell'inferno di Avellino"

E' stato brutto, davvero brutto, contare quelle trentotto bare uscire dalla scuola del mio Paese e vedere il figlio di chi non c'è più gettarsi sul carro funebre come per volere bloccare per sempre l'ultimo viaggio di suo padre.

AVELLINO - I lampeggianti ad illuminare una notte che più nera non si può. Gli occhi dei soccorritori persi nel vuoto. Le urla dei feriti. E quel sinistro rumore di una sega che distrugge quelle maledette lamiere. Sono scene che ormai tutti conoscono: in tre giorni si è detto tutto, scritto di più e visto di più ancora sulla strage del bus in Irpinia. Solo di una cosa non si è mai parlato: sentimenti, emozioni, stati d'animo. Non quelli delle vittime, dei loro parenti e degli amici. Ma quelli di chi, per lavoro, quelle scene si è trovato a raccontarle ad altri. 

Perché così vuole il manuale del buon giornalista. Perché il giornalista deve essere un semplice specchio che informa. Perché un giornalista non deve mai aggiungere nulla di suo. Cercare la notizia, trovarla, scriverla. Punto. Ricominciare. Ancora e ancora. Questo è il lavoro di un giornalista.

Dopo tre giorni passati in strada, però, senti il bisogno di qualcosa di diverso.

Dopo avere visto gli occhi piangenti di una madre o di un figlio, capisci che quei sentimenti sono solo loro e tali dovrebbero restare. Capisci che, per una volta, forse, sarebbe più giusto raccontare i tuoi di sentimenti, che sei pagato per fare questo lavoro, piuttosto che rendere pubblico il dolore di chi, in fondo, sta soffrendo davvero. 

Quando ho saputo della tragedia ero a cena. In pochi minuti sono arrivato sul posto, ero elettrizzato, quasi felice perché era un "grande caso", il primo della mia "carriera". Mi è bastato incrociare lo sguardo del primo soccorritore in quella maledetta stradina buia che l'elettricità e la gioia si è trasformata in paura, tensione. E' bastato sentire, per la prima volta, l'urlo di una signora sofferente per farmi smettere di parlare con i carabinieri per avere informazioni. Con buona pace del manuale del "buon giornalista". 

La mattina dopo sono tornato sul luogo dell'incidente. L'ho fatto per lavoro, per curiosità, per capire. In una sciagura immensa, fra lamiere, sedili, un guard rail di almeno una tonnellata, una sola cosa mi è rimasta in mente: un piccolo, sgualcito, cappellino rosa poggiato sul ramo di un albero. L'ho portato con me per tutto il giorno, ancora ora ce l'ho nella mente. 

E' stato brutto, davvero brutto, contare quelle trentotto bare uscire dalla scuola del mio Paese e vedere il figlio di chi non c'è più gettarsi sul carro funebre come per volere bloccare per sempre l'ultimo viaggio di suo padre. La mia mente è tornata al funerale di un mio amico che oggi non c'è più. Stesse scene, stesse lacrime, le mie comprese. Lì ho capito, davvero, che quel dolore era solo il loro. Era quanto di più grande e privato potesse esserci. Ecco perché oggi, fregandomene di tutte le regole del buon giornalismo, ho deciso di raccontarvi il mio di dolore. 

Non sarò stato un buon giornalista, ma almeno avrò fatto il mio piccolo regalo a chi ho visto piangere con i miei occhi. 

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