Lunedì, 21 Giugno 2021
Economia

Pechino continua a svalutare lo yuan: pro e contro della decisione cinese

Per il terzo giorno consecutivo la Cina ha deciso di continuare a svalutare la propria moneta. La decisione cinese divide gli economisti sulle possibili conseguenze. Perché la mossa è destabilizzante e per ora ha dato vita a effetti negativi. Ma potrebbero esserci anche dei pro

La Banca popolare Cinese ha svalutato lo yuan tre volte: il primo giorno dell'1,9% e il secondo dell'1,6 e il terzo dell'1%. Nessuno se lo aspettava e questo ha causato crolli giornalieri disastrosi. il governo ha rassicurato dicendo che si tratta di una misura "una tantum" che non verrà ripetuta e che porterà le contrattazioni che riguardano lo yuan più accessibili per il libero mercato. Ma dopo gli scossoni subiti dai mercati è tempo di bilanci: la mossa è sicuramente destabilizzante ma non c'è la possibilità di prevederne le conseguenze. C'è ancora da comprendere se questo è l'inizio della prima "guerra valutaria" della storia o se si tratta invece di una scelta utile, che avvicinerà ulteriormente Pechino alle dinamiche del mercato globale. 

Le tre svalutazioni in sequenza ravvicinata messe in atto hanno comportato un calo del 4.4% nella quotazione dello yuan. Questo è già un record: è il maggior deprezzamento dal 1994, quando con l'istituzione di un nuovo mercato dei cambi, ci fu una svalutazione del 33% in un colpo solo. Se l'importanza di tale cambiamento di strategia è fuori discussione, meno facile è dare un giudizio univoco su un passo che sicuramente cambia il quadro globale del mercato. 

I "CONTRO" - Finora i paesi asiativi avevano evitato ostilità aperte sui mercati. Ma se la maggiore economia della regione ha deciso di lanciare una vera propria offensiva, non rimarrà da sola ancora per molto. Un esempio su tutti: la rupia indiana e il ringgit malese hanno toccato con Pechino il loro minimo storico. Secondo l'analista Morgan Stanley in realtà nei programmi del governo cinese c'era un calo previsto maggiore, del 15%: una scelta del genere provocherebbe un vero e proprio scossone (tra il 5 e il 7%) per le altre valute asiatiche. 

Tutto ciò in qualche modo avrà ripercussioni anche sul mercato esterno al continente asiaticco: molti capitali fuggirebbero dalla Cina alla ricerca di migliori rendimenti. Il calo dello yuan mette a rischio prima di tutto le aziende cinesi: le prime negli anni dello sviluppo hanno accumulato migliaia di dollari di debito in valuta estera. Se lo yuan non recupera terreno, restituire il debito con un'altra moneta sarà molto più costoso. 

Infine questa decisione ha sicuramente anche delle ripercussioni politiche: da anni, uno schieramento bipartisan del Congresso degli Stati uniti accusa Pechino di manipolare artificialmente il corso della sua divisa. E certamente la tempistica delle nuove svalutazioni non aiuta le relazioni tra i due Paesi, considerando l'imminente visita negli Stati Uniti del presidente cinese Xi Jinping e la campagna per le presidenziali Usa del 2016, che si preannuncia rovente. 

I "PRO"  - In realtà la scelta del governo cinese è qualcosa di "già visto": come ha sottolineato il Fondo monetari internazionale tutto ciò ha portato a un graduale ritorno alle "forze di mercato". L'Fmi spera che l'obiettivo di Pechino sia quello rendere la propria moneta più libera per i prossimi anni. In realtà questo tipo di dichiarazione può essere intesa anche come una "mano tesa" dell'Fmi verso la moneta cinese: uno degli obiettivi di Pechino è da sempre rendere lo yuan una "moneta paniere" che renderebbe la mmoneta più stabile e farebbe crescere a dismisura gli investimenti. 

In realtà questa scelta abbatte anche l'inflazione in Cina e potrebbe allontanare il programmato aumento dei tassi statunitensi da parte della Federal Reserve. La Banca Centrale Usa, infatti, stava programmando un rialzo dei suoi tassi che sobno rimasti vicino allo zero per molti anni dopo la crisi finanziaria del 2008. Ma uno yuan più debole, riducendo il costo in dollari delle merci cinesi, spingerebbe ulteriormente al ribasso l'inflazione Usa che oggi si trova attorno all'1,3%. La Fed vuole infatti essere "ragionevolmente fiduciosa" che l'inflazione americana torni al livello obiettivo del 2% prima di alzare i tassi. 

Infine uno dei risvolti positivi maggiori è che la svalutazione è che tiene bassi i prezzi delle materie prime, con effetti sicuramente positivi anche per i consumatori occidentali. Uno yuan più debole, infatti, implica che la Cina e il suo enorme apparato produttivo, pagheranno il petrolio, il rame, il carbone, con una valuta meno cara. Lo prova ad esempio, il prezzo del petrolio che è calato del 4% dopo le prime notizie della svalutazione, mentre il rame ha perso addirittura l'8%. Se i consumatori sorridono, comunque, gli stati produttori di materie prime non gioiscono.

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