Sabato, 13 Luglio 2024

Daniele Tempera

Giornalista

Quell’eterna devozione per l'uomo della Provvidenza

C’è un prima e un dopo. Nonostante l’innegabile autunno del Patriarca quasi tutti abbiamo appreso con incredulità la morte di Berlusconi. Dopo più di trent’anni viene meno uno spartiacque non solo politico, ma anche culturale, capace di dividere come pochi questa nazione. Perché la verità è che, al di là delle riabilitazioni postume, il leader di Forza Italia per anni si è fatto amare o odiare senza soluzione di continuità. E se, come in molti sottolineano, Berlusconi è rimasto sulla cresta dell’onda per oltre un ventennio perché ha saputo entrare in sintonia con le corde emotive degli italiani (anche con i loro non trascurabili vizi e difetti), la sua parabola politica ci racconta anche altro del nostro Paese. In primis che rimaniamo, nell’inconscio collettivo almeno, una nazione profondamente cattolica. E se questo accostamento suona strano, accanto a quello che è diventato famoso anche come ‘l’uomo del Bunga Bunga’, forse conviene a provare ad allargare la prospettiva.

Berlusconi come uomo della ‘provvidenza’

Quasi tutti abbiamo studiato a scuola i 'Promessi Sposi'. Nel primo romanzo storico della letteratura Italiana Alessandro Manzoni introduce nella narrazione il concetto di 'provvidenza’': la vera forza che spinge verso il lieto fine la storia dei due protagonisti. Salva ad esempio Lucia dalla peste o Renzo dal compiere violenze. Ma cos'è nel mondo cattolico la provvidenza? La potremmo definire come una mano invisibile di Dio nella storia degli uomini, una'azione impalpabile per noi umani, ma capace di ribaltare situazioni disastrate e affermare la volontà divina.

L’ossessione per la catastrofe e per la futura palingenesi è da sempre una parte costitutiva del nostro inconscio collettivo. Una verità che i pubblicitari intuiscono forse più dei preti. E quando Berlusconi nel 1994 scende in campo si pone esattamente come l’''uomo della provvidenza''. Si appella, non a caso, a un ''Nuovo miracolo italiano'' e agita lo spettro della catastrofe. Il messaggio in codice è: o me o il diluvio. Poi alimenta la paura che sosterrà tutti i suoi anni di governo: quella del comunismo e dei comunisti. A nulla vale l’evidenza che il muro di Berlino sia già crollato da oltre cinque anni, che nessuno si sognerebbe mai di cambiare l’orientamento atlantico del Paese (anche perché il Patto di Varsavia non esiste più) e che nessun golpe abbia sabotato la vecchia classe politica. Berlusconi si pone da subito come redentore. Chiama il suo partito ''Forza Italia'' e poi il suo polo ''Popolo della libertà''. Il corollario è semplice: chiunque si oppone al suo progetto è automaticamente anti-italiano e anti-libertario. Instaura subito un rapporto diretto e populista con la sua base elettorale che verrà coronato, anni dopo, nel famoso 'contratto con gli italiani' firmato in diretta dagli studi di Bruno Vespa.

La retorica cristologica che ha diviso l’Italia

Nel corso della sua lunga carriera politica indosserà poi le vesti di un’altra figura cristologica, quella del martire. Se Cristo viene condannato dal Sinedrio, Silvio viene perseguitato da una magistratura politicizzata guidata da forze illiberali. Questa la vulgata che, ancora una volta, trova terreno fertile nel nostro inconscio forgiato da secoli di cultura cattolica. E sono proprio queste due figure, quelle del messia-redentore e quella del martire, che allontanano Berlusconi da un giudizio oggettivo sulla sua figura che trova un'eco anche nelle polemiche di queste ore. Perché a un messia o si crede o si considera un pataccaro: non ci sono altre strade.

Così chi ha adorato il leader di Forza Italia non riesce a percepire aspetti essenziali del suo percorso politico ed esistenziale. Quali? I tanti processi finiti quasi sempre per prescrizione e quasi mai per assoluzione, il rapporto quantomeno sospetto con uomini legati a doppio filo a Cosa Nostra, un conflitto di interessi senza precedenti in tutto l’Occidente, lo stravolgimento del diritto per la creazione di leggi ad personam, l’abbattimento sistematico dell’argomentazione razionale con l’evocazione dello spettro del comunismo (memorabile uno sketch di Corrado Guzzanti sul tema) e il 'benaltrismo' sistematico, le tante gaffe e volgarità esibite come trofeo (dare del Kapò a un europarlamentare tedesco o fare battute sull’aspetto fisico di Rosy Bindi sono molto più di ‘sgrammature istituzionali’). Non ultimo la promessa di una ''rivoluzione liberale'' trasformatasi ben presto in una politica corporativa per alcuni e, allo stesso tempo iper-liberista per altri, in grado di condannare alla marginalità molti lavoratori italiani, soprattutto i più giovani. 

Analogamente i suoi detrattori più acritici non sono riusciti a coglierne l’enorme capacità di entrare in empatia con le corde popolari, creando consenso e quella che Gramsci chiamava 'egemonia culturale'. E ancora in pochi ne hanno analizzato a pieno la genialità imprenditoriale, ad esempio con la creazione di quella che Eco chiamava ‘neo-televisione’, ovvero la televisione generalista e commerciale, la capacità di rappresentare la piccola imprenditoria italiana, e la base artigiana e commerciale di lavoratori autonomi di questo Paese, l'ideazione di un partito-azienda e di un modello di leadership che, piaccia o meno, verrà poi copiata all’estero (leggi Donald Trump, ma non solo), la forza politica di una visione ottimistica e spesso astorica della realtà. Per ultimo non si è riuscito ad analizzare l’affetto sincero che ha generato in molte persone e che è evidente in queste ore. Identificando Berlusconi come un ‘mostro’ da abbattere o peggio, come una sorta di dittatore del nuovo millennio, non si dice solo una palese sciocchezza, ma si abdica di fatto a comprenderne il fenomeno. Peggio: si cede alla narrazione cristologica della sua comunicazione. Una narrazione che nel corso della nostra storia è ricorrente.

La larga schiera dei ‘leader redentori’

Già, perché prima di Berlusconi l’uomo della provvidenza era Craxi. Se la missione messianica di Berlusconi è traghettare il Paese fuori dalle nebbie di tangentopoli e dalla fantomatica ''minaccia comunista'' quella di Craxi era quello di allontanarsi da un mondo, quello del vecchio keynesismo-fordista che negli anni ’80 mostra tutte le sue crepe. Anche Craxi finisce la sua vita terrena incarnando, molto più di Berlusconi, la figura cristologica del ‘martire della giustizia’. Il leader socialista è poi tra i primi a utilizzare la comunicazione in modo massiccio, contrapponendosi spesso in modo personalistico agli avversari e a parlare e nome dell’interesse nazionale. Una modalità che gli varranno molte vignette di Forattini che identificheranno il leader socialista con quella di Benito Mussolini.

E se si parla di provvidenza, del resto, come ci ricorda un bel libro di Antonio Scurati, non si può citare la figura dello stesso Mussolini. Il dittatore si è posto da subito come elemento (fintamente) ''pacificatore'' nel turbolento primo dopoguerra italiano, poi ha sostituito il concetto di sindacato e di partito a quello di corporazione nel nome dell’'interesse della nazione', per imporre infine un vero e proprio culto della personalità. Anche in quel caso, negli anni ’20 la retorica è quella di un Paese da salvare e una catastrofe imminente. Mussolini incarna la provvidenza, l’uomo capace di guidare il Paese fuori dalle nebbie. Il prezzo e l’orrore di questa narrazione lo conosciamo tutti. Non è un caso che nel secondo dopoguerra i costituenti puntarono molto su una repubblica parlamentare diffidando di un uomo solo al comando.

Tornando al presente e allontanandoci dai drammi (veri) della storia, non si può non sottolineare che figure provvidenziali sono state anche personalità come Monti e Draghi. Entrambi vengono chiamati a redimere situazioni catastrofiche come la crisi del debito del 2011 e la crisi pandemica del 2021. In entrambi i casi la provvidenza prende corpo nella ‘’competenza’’. Nella narrazione collettiva i due economisti vengono visti come gli unici, grazie alle loro qualità, a poter salvare la nazione. Per rendersene conto basta prendere in mano qualche titolo di giornale di quei giorni. A essere perseguito è un interesse nazionale assoluto e una razionalità superiore, come se l’economia fosse una scienza esatta come la matematica e non una disciplina sociale fatta di scelte politiche parziali (e discutibili). Come se non esistessero interessi e forze in campo.

E che dire di Grillo e del ''Vaffa'' della missione pentastellata di rigenerare il paese dalla corruzione, aprendo il Parlamento come una ‘scatoletta di tonno’. O della parabola renziana con il 'rottamatore' che imposta la narrazione della corsa o della palude. Anche in questi casi le connotazioni sono incerte: lo sono nel caso dei cinquestelle, a-partitici per loro natura, lo sono per Renzi che, da leader del Pd, parla spesso direttamente con gli ''italiani'' e si scosta, fin dal principio, dalla sua compagine politica per approcciare un personalismo che in molti hanno accostato alla narrazione berlusconiana. In entrambi i casi c’è la narrazione di una nazione in rovina da salvare e ricette da seguire senza troppo spazio al dialogo. ‘

''Beato il paese che non ha bisogno di eroi'' recita una celebre frase di Bertold Brecht, uno che di dinamiche di potere se ne intendeva. Potremmo tradurla in Italia con ''Beato il popolo che non ha bisogno di redentori''. E che sia capace di assumersi le proprie responsabilità, uscendo una volta per tutte, dalla retorica della catastrofe e della salvezza.

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