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Sabato, 25 Maggio 2024
L'intervista

"Così ti manipolo le elezioni in tre mosse": dentro il nuovo scandalo social

Un reportage di un pool di giornalisti d’inchiesta di tutto il mondo ha portato alla luce un team che si vanta di aver influenzato le elezioni e il dibattito pubblico in oltre venti nazioni. Ma che impatto ha realmente la propaganda on-line? Ne abbiamo parlato con uno dei più importanti ricercatori italiani sul tema

Si facevano chiamare “Team Jorge” e avevano una mission definita: perturbare e cercare di orientare i risultati elettorali in più di trenta nazioni nel mondo. A quattro anni dallo scandalo di Cambrige Analytica, un gruppo di giornalisti d'inchiesta ha acceso, appena qualche giorno fa, un nuovo faro su quella che è ormai una vera e propria industria della disinformazione su scala globale. I giornalisti si sono finti interessati a manipolare le elezioni di uno stato africano e i consulenti dell’azienda israeliana hanno spiegato loro i dettagli del loro operato.

Il primo: poter contare su un vero e proprio esercito di “troll”, profili falsi e automatizzati creati con un grado di sofisticazione abbastanza elevato. Tutti i falsi avatar avevano foto realistiche e profili presenti su vari social, alcuni anche su piattaforme tipo Amazon o Airbnb con biografie coerenti in grado di coprire anni. La piattaforma è stata attiva nelle campagne social, perfino quelle relative alle dispute commerciali in almeno 20 stati, compresi Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Germania.

Il secondo punto era disporre di quella che hanno chiamato “Blogger machine”, ovvero un sistema automatizzato per creare contenuti che tutti gli avatar potevano diffondere in maniera virale per creare fake news su Internet.

Il terzo punto consisteva invece nella capacità di hackerare profili Telegram e mail di candidati e uomini d’affari, carpendo informazioni essenziali o spedendo comunicazioni compromettenti ad alleati e avversari. Uno scenario, come già accennato, che costituisce un vero e proprio déjà-vu.

C’era una volta Cambridge Analytica

La fine della nostra ingenuità nei confronti dei social ha una data: 17 marzo 2018. Quel giorno uno scoop del New York Times e dell’Observer rivelarono al mondo come un’azienda di consulenza britannica - Cambridge Analytica - era riuscita manipolare le elezioni americane, e perfino la votazione per la Brexit, tramite una serie di tecniche che costituivano una novità assoluta. Certo, i social erano stati utilizzati anche nelle campagne elettorali di Barack Obama e l’Alt Right trumpiano era presente su 4Chan e Reddit, ma lo scandalo di Cambrige Analytica concretizza per la prima volta il concetto di “psicometria” e propaganda. L’idea che i dati raccolti sui social con i nostri like, commenti, foto, video e quant’altro, possano essere utilizzati non solo per vendere automobili o pacchetti assicurativi, ma anche proposte elettorali in chiave propagandistica.

In breve, Cambridge Analytica è stata accusata di aver acquisito illegalmente i dati di circa 50 milioni di elettori americani per influenzare il risultato delle elezioni 2016. Come hanno fatto? Tramite l’app “This is your digital life”, messa a punto da un ricercatore dell’Università di Cambridge. L’app, utilizzabile tramite Facebook login, prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte e, come era ancora possibile anni fa, poteva raccogliere anche i dati dei contatti di chi la utilizzava. Secondo il New York Times ha registrato le “tracce social” di milioni di persone. Il problema si è posto quando questi dati sono stati condivisi con Cambridge Analytica, società di consulenza specializzata nell’analisi dei dati e nella scienza comportamentale, violando di fatto le condizioni di uso del social americano. Quanto raccolto è servito a creare processi di microtargeting con il quale inviare contenuti elettorali ad hoc per ogni tipo di cittadino, ricostruendone la personalità tramite l’uso dei propri dati personali attraverso bias, emozioni e credenze. La domanda è: ha funzionato? Non lo sappiamo esattamente, quello che è certo è che lo scandalo ha costituito uno spartiacque ed è stato il primo faro acceso su questo tipo di “industria”. Ma oggi, al di là delle suggestioni giornalistiche, qualche risposta dal mondo scientifico la abbiamo.

Cosa sappiamo del reale impatto della propaganda on-line

Nel 2016, l’anno delle interferenze di Cambridge Analytica sulla campagna elettorale americana, l’Oxford Dictionary ha designato il termine post-verità come parola dell’anno. Questa la definizione: "locuzione aggettivale che si applica a circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel modellare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali". A distanza di sette anni dobbiamo ammettere che stiamo vivendo quasi tutti nell’era della post-verità, una dinamica su cui la nostra dieta informativa, ormai prevalentemente a base di social, svolge un ruolo fondamentale. "Internet rompe la filiera delle informazioni, che non sono più prodotte in maniera gerarchica dalle redazioni, ma possono essere prodotte e diffuse da chiunque. A questa esplosione di informazione l’essere umano ha reagito con l’utilizzo di bias cognitivi: si selezionano persone e contenuti affini alla mia visione del mondo e si scartano gli altri. L’informazione e la narrativa si muovono all’interno di questi ambienti definiti ‘echo chambers’, in cui si cerca sostanzialmente una conferma delle proprie credenze, della propria visione del mondo e il senso di appartenenza a una comunità" spiega Walter Quattrociocchi professore di Data Science all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society, uno dei più grandi esperti italiani sul tema.

Ma quanto influisce la pubblicità personalizzata sull’esito delle elezioni? Un recente studio accademico, pubblicato su Nature, ne ridimensiona la portata. L’esperimento è stato condotto su 2 milioni di elettori moderati (e persuadibili), nel corso delle elezioni americane del 2020. Gli elettori sono stati esposti a 8 mesi di pubblicità mirata sui social media per votare Biden contro Donald Trump. I ricercatori non hanno riscontrato grosse influenze sulle intenzioni di voto e hanno presupposto che gli effetti delle campagne elettorali online potrebbero essere modesti.

"Sui social è cambiato il business model, si è passati dall’informazione all’intrattenimento, perché questi strumenti sono pensati primariamente per l’intrattenimento. Tramite gli algoritmi il mondo social viene segmentato in echo chambers e i contenuti proposti sono spesso affini alla propria visione del mondo; la funzione è più quella di rinforzo che quella di persuasione. In realtà nessuno è in grado di governare questo ‘Mare Magnum’, le evidenze scientifiche che abbiamo finora ci suggeriscono che, anche sé i troll e inserzioni personalizzate proliferano, il rumore di fondo è più forte e il loro impatto non è di certo epocale. Hanno prevalentemente una funzione di rinforzo cognitivo". Le tecniche di psicometria utilizzate tra l'altro, non sono ancora così sofisticate spiega Walter Quattrociocchi che aggiunge: "Spesso questo spauracchio è utilizzato dai politici che non capiscono il perché l’elettore si allontana, anche quando i motivi potrebbero essere svariati senza ricorrere per forza a troll e propaganda online. Poi non si spiega perché, se queste tecniche fossero realmente influenti, continui ad aumentare strutturalmente l’astensionismo".

La lotta alle Fake News serve davvero?

Forse un altro puzzle per capire meglio su dove ci stiamo muovendo è dato da un saggio del sociologo inglese Colin Crouch che, nel 2003, coniò il termine di “postdemocrazia”. Un quadro, riassumendo estremamente in cui “le elezioni di fatto esistono e possono cambiare i governi”, ma dove “il dibattito elettorale pubblico è uno spettacolo strettamente controllato, gestito da squadre rivali di spin doctor, professionisti esperti nelle tecniche di persuasione, che scelgono solo una piccola gamma di temi da affrontare durante i dibattiti”. Tradotto: l’industria pubblicitaria ha inglobato completamente la comunicazione politica e il marketing, sempre più aggressivo, tende a orientare anche la gerarchia delle notizie sulle quali si discuterà sui social, come confermato anche da Quattrociocchi: "Per verificare l’impatto dell’utilizzo privato di troll e pubblicità per orientare l’opinione pubblica, abbiamo fatto poco tempo fa uno studio sul cambiamento climatico in rete. I risultati? Sono stati abbastanza brutali: a pochissimi interessava realmente del tema. Il dibattito cresceva esponenzialmente solo se l’argomento veniva sollevato strumentalmente da qualche politico (spesso di destra) come fonte di polemica elettorale: a quel punto il topic entrava di prepotenza nel flusso social e nelle varie echo chambers, ma solitamente si tratta di una risposta a uno stimolo già presente nel dibattito pubblico".

Va da sé che anche la cosiddetta lotta alle fake news, in un ambiente segmentato in appartenenze tribali, caratterizzato dalla post- verità e nel quale il marketing politico crea il dibattito è un compito spesso infruttuoso, o sicuramente meno utile di capire con che medium abbiamo a che fare quando ci colleghiamo con un social.

"Bisogna uscire dal mito della lotta alle fake news e del vero/falso, e abbracciare la complessità. Ma non perché non esista più il 'vero', ma semplicemente perché le informazioni vengono assimilate secondo schemi identitari, spesso e volentieri a prescindere dalla verità e della falsità. Insegnare come funziona questo ‘Mare Magnum’ che oggi sono la rete e i social e può realmente permettere alle persone di orientarsi e scegliere" puntualizza Quattrocciocchi. "Viviamo oggi in una proliferazione di narrazioni che vengono fruite secondo logiche tribali e che confermano credenze, valori e pregiudizi che abbiamo della realtà - conclude - Essere consapevoli che ci muoviamo all’interno di ‘bolle’ dove possono sicuramente entrare anche contenuti propagandistici o di persuasione, è il primo passo verso una maggiore consapevolezza" .

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