Domenica, 14 Luglio 2024
Le indagini

"Così è stata fermata l'inchiesta sugli sprechi del Covid"

L'Agenzia delle dogane rimuove il funzionario che scoprì il traffico delle mascherine non a norma: "Decide la politica, ci dobbiamo sterilizzare". Ma interviene la Procura: contro di lui, accuse infondate. Il ruolo dell'ex direttore Marcello Minenna. Ecco come è andata

Non sapremo mai quanti medici, quanti infermieri, quanti italiani si sono ammalati di covid, durante le prime ondate della pandemia, per aver usato mascherine non a norma: dispositivi importati dalla Cina da società italiane faidaté senza alcuna certificazione, o addirittura con certificazioni sanitarie palesemente fasulle. Un funzionario dell'ufficio antifrode dell'Agenzia delle dogane di Roma, Miguel Martina, 61 anni, aveva scoperto il colossale traffico per centinaia di milioni di euro esentasse e stava per andare a fondo. Ma nel mese di maggio 2020 – nel pieno della corsa alle forniture strapagate dal governo di Giuseppe Conte – l'agenzia allora diretta dal supermanager di Stato, Marcello Minenna, 51 anni, gli ha bloccato gli accessi a tutti i sistemi informatici necessari per le indagini.

L'INCONTRO CHE HA FERMATO L'INCHIESTA: LO VUOLE LA POLITICA - ASCOLTA L'AUDIO

Lo 007 è stato quindi sottoposto a procedimento disciplinare e, su indicazione di Minenna, denunciato alla Procura per accesso abusivo alle banche dati istituzionali. Martina rischiava fino a otto anni di carcere. Ma, ora che il Tribunale di Roma ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura, emergono retroscena sorprendenti sul periodo più oscuro nella gestione della pandemia.

Marcello Minenna (foto Ansa)-3

Nel provvedimento che cestina l'inchiesta dell'Agenzia delle dogane su uno dei propri investigatori più preparati, il procuratore aggiunto di Roma, Antonello Racanelli, e la pm Antonia Giammaria, scrivono che “nessuna censura di rilevanza penale possa essere mossa all'indagato: al contrario emerge un danno nei suoi confronti, se non altro dal punto di vista lavorativo, essendo stato privato di tutti gli accessi ai sistemi informatici dell'agenzia e quindi impossibilitato a svolgere qualsiasi incarico operativo”. Una conclusione pienamente accolta dalla giudice per le indagini preliminari, Rosalba Liso, che ha archiviato l'indagine. Per l'Agenzia delle dogane, il cui compito è anche garantire che le merci importate in Italia siano certificate e sicure per i cittadini, sarebbe stato insomma un abbaglio. Ma come è potuto accadere?

Punito senza prove

Miguel Martina, il funzionario denunciato e allontanato dal suo lavoro con accuse che secondo i magistrati sono infondate, non stava indagando soltanto sull'importazione di mascherine in esenzione di Iva e dazi doganali. La Procura di Roma gli aveva affidato anche una delicata inchiesta su oltre un miliardo e mezzo di evasione fiscale attraverso il commercio illegale di carburante. Proprio nel 2019 Martina aveva inoltre fatto arrestare due faccendieri che, in cambio di favori nell'importazione di alcol e tabacchi, avevano tentato di corromperlo offrendogli fino a due milioni di euro. E per questo era stato premiato con una lettera di encomio. Eppure nel giro di poche settimane, secondo i vertici dell'agenzia, era diventato lo 007 infedele da fermare a tutti i costi.

Il nuovo corso si manifesta all'improvviso il 14 aprile 2020 durante un incontro nella sede della direzione interregionale di Roma, con il direttore dell'ufficio antifrode appena nominato. È il suo primo giorno nel nuovo incarico e vuol vedere proprio Martina. Sono le settimane in cui imprenditori senza scrupoli si lanciano nell'affare delle protezioni individuali e le forniture di mascherine all'ingrosso vengono fatte pagare allo Stato cifre folli: tra 0,60 e 1,20 euro l'una. La conversazione è registrata e sarà depositata agli atti dall'avvocato Eugenio Pini, scomparso di recente: “Dobbiamo eseguire, eseguire gli ordini, mettiamola in questi termini, io devo eseguire gli ordini – dice il nuovo direttore dell'antifrode –. Io ne sono convinto, diciamo che in questo momento c'è la necessità politica [che] impone che, come si dice, 'ste mascherine, 'sti Dpi devono arrivare”.

La denuncia dell'Agenzia delle dogane basata su accuse infondate

Miguel Martina cerca di far comprendere l'importanza delle indagini in corso: “Però – dice infatti al suo nuovo capo – quando io penso che invece ai medici vengono date le merde e si ammalano e muoiono, perché io ho consentito di andare a dare le merde, purtroppo, non mi troverai d'accordo. Sarà pure che la politica vuol fare vedere che sdogana due milioni di mascherine, ma se io so che due milioni di mascherine sono di merda, se mi permetti, io faccio il mio dovere. Non è che s'è detto che non devo controllare e poi per che cosa? Perché ho controllato? Perché ho scoperto una cosa? ...Io ho fatto esattamente quello che dovevo fare”.

L'antifrode sterilizzata

Ma il nuovo direttore dell'antifrode insiste: “Secondo me non è tanto quello che hai scoperto. È che probabilmente c'è stato qualche pregiudizio, che si è pensato che potevi arrecare... Sei e non sei un fesso, sei una persona già avvertita, mirata. Io sono l'ultima ruota del carro... Diciamo che da questo punto di vista ci siamo sterilizzati. Diciamo così: ci siamo sterilizzati... Evitiamo... Sterilizziamoci a vicenda... È diventata politica. Qui non siamo né io, né te, né forse solo Minenna, non so neanche, ma un'altra cosa c'è. Se uno è scocciato, vuol dire che qualcosa l'ha scocciato, qualcun altro l'ha scocciato, sì, qualcun altro più in alto di lui, o più potente. Non so se più in alto, ma più potente, sicuramente, e quindi in questo momento è una questione di Stato”.

“È diventato un affare di Stato?”, chiede con ironia il funzionario. “Bravo – risponde il nuovo direttore dell'antifrode – è diventato un affare di Stato. Quindi gli affari di Stato ci stritolano tutti quanti. Non facciamoci stritolare... Non ci dobbiamo scocozzare... Questa è una cosa più grande di noi. Lasciamo perdere”.

Un evento dell'Agenzia delle dogane a Roma (foto Ansa)

Miguel Martina però non lascerà perdere. E il 10 maggio 2020 l'Agenzia delle dogane gli revoca tutti gli accessi ai servizi informatici indispensabili per le indagini. Lo accusano di aver interrogato le banche dati fiscali e societarie per scopi personali. Forse le parole del nuovo direttore dell'antifrode sono soltanto una coincidenza. Ma a questo punto il funzionario non può più lavorare. Gli accertamenti su di lui proseguono. Il 21 ottobre Marcello Minenna scrive al direttore centrale responsabile dei controlli: “Sembrerebbe che il numero di accessi registrati e dei soggetti interrogati non sia in linea con le deleghe attribuite”. E “qualora dovessero emergere fattispecie di reato”, il direttore generale chiede che Miguel Martina sia denunciato all'autorità giudiziaria.

La polizia scopre la verità

Il 26 novembre il funzionario viene interrogato dal direttore centrale e dal capo dell'audit interna. Una delle prime domande, nel verbale depositato agli atti, è proprio sulle indagini della Procura di Roma: “Sono state svolte attività di polizia giudiziaria che sono state delegate dall'autorità giudiziaria?”. Ma il funzionario è vincolato al segreto istruttorio: “Non posso rispondere su questo fatto”, ripete più volte, secondo quanto riporta il verbale, segnalando anche che sia il direttore generale sia il direttore centrale erano stati già informati su quello che poteva riferire. Il suo silenzio viene però interpretato come reticenza. E il 15 dicembre 2020, mentre l'Italia è ancora alle prese con la terza ondata, la Procura di Roma riceve le sette pagine di denuncia firmata dal capo della Direzione antifrode e controlli.

L'arrivo in Italia di una fornitura di mascherine dalla Cina (foto Ansa)

Il pubblico ministero delega le indagini alla polizia postale. E gli investigatori del Centro nazionale anticrimine informatico concludono che “gli accessi effettuati dal funzionario doganale al predetto portale telematico e mai disconosciuti dallo stesso, trovano riscontro con quanto dichiarato davanti alla polizia giudiziaria e contestualmente appaiono coerenti” con l'attività di Miguel Martina, richiesta dalla Procura nell'ambito di due delicate indagini che stava seguendo. La questione riguarda poco meno di quattrocento nomi sui quali il funzionario, durante l'interrogatorio davanti al magistrato, dà tutte le spiegazioni richieste.

"Minenna voleva sapere"

Il racconto dello 007 è confermato da Gianfranco Brosco, 65 anni, suo diretto superiore fino al 13 aprile 2020, quando viene sostituito dal dirigente che a Martina dice di essersi sterilizzato. Anche Brosco viene convocato dall'audit dell'Agenzia delle dogane: “Mi chiesero quale fosse l'oggetto dell'indagine e il pubblico ministero titolare – rivela il dirigente al magistrato –. A tale domanda risposi che le indagini riguardavano il settore dei carburanti, ma che non potevo riferire il nome del magistrato inquirente. Inoltre, mi chiesero se ero a conoscenza se questi accessi avessero riguardato anche alcuni dipendenti dell'amministrazione delle dogane. Risposi che non potevo dare indicazioni perché vi era l'indagine in corso. Ricordo che a questa domanda rimasi perplesso, non ritenendola pertinente. Mi venne anche chiesto se l'indagine fosse conclusa, ma non risposi”.

Un funzionario dell'Agenzia delle dogane (foto archivio Ansa)

La testimonianza entra nei particolari: “Ricordo distintamente – si spiega meglio Brosco – di aver avuto l'impressione, che rimase tale non avendo avuto conferme di ciò, che il direttore generale Minenna e il dottor [...] volessero conoscere nel dettaglio l'attività posta in essere da Miguel Martina nell'ambito delle indagini e, dunque, anche il contenuto degli accessi”. Il dirigente dell'agenzia aggiunge altro: “Nel maggio 2020, mi chiamò il dottor [...] chiedendomi di togliere l'accesso alle banche dati a Martina e che su questa richiesta mi avrebbe chiamato il direttore Minenna – rivela Brosco –. Risposi che avrei atteso la telefonata del direttore, anche per capire le motivazioni. Tale telefonata non arrivò mai e, una settimana dopo, mi richiamò [...] dicendomi che avrebbero provveduto direttamente dalla Direzione centrale delle dogane a togliere le credenziali di accesso a Martina. Questa procedura, in 36 anni di carriera presso l'Agenzia delle dogane, non mi è mai capitato di osservarla. Io ero un direttore di vertice e fui di fatto scavalcato. Rimane il fatto che nell'aprile 2020 Minenna mi comunicò che l'interim che avevo tenuto dell'ufficio antifrode sarebbe stato assegnato al dottor [...]”. Le ultime parole dell'interrogatorio di Gianfranco Brosco riguardano ancora il direttore generale: “[...] mi confidò che il direttore Minenna era furibondo verso Martina, non precisandomi però il motivo”.

Roberto Alesse nuovo direttore

Il 10 gennaio scorso il governo nomina Roberto Alesse alla direzione generale dell'Agenzia delle dogane. E nel giro di pochi giorni Marcello Minenna trova un nuovo approdo. Da ex membro della giunta 5Stelle di Virginia Raggi a Roma, a supermanager gradito a Beppe Grillo, Minenna ora è assessore all'Ambiente nella corte del governatore di centrodestra della Calabria, Roberto Occhiuto. Gli abbiamo chiesto un commento. Ma non ha risposto. Gli altri colleghi, compreso il dirigente che ha detto di essersi sterilizzato, lavorano ancora nell'agenzia.

Miguel Martina oggi è invece parte offesa in due inchieste della Procura di Roma per calunnia e rivelazione di segreti d'ufficio. Tenuto lontano dalle indagini, nel frattempo si è laureato in Scienze politiche all'Università di Urbino. Titolo della tesi: “Effetti collaterali dell'emergenza Covid-19: le deroghe per l'acquisto delle mascherine e dei banchi a rotelle”. Una voragine nello Stato che ha risucchiato miliardi: “L'Agenzia delle dogane e dei monopoli, che è l'autorità di controllo sulla sicurezza dei prodotti che entrano nel mercato europeo e nazionale – scrive Martina, analizzando le notizie pubblicate in quel periodo – è caduta essa stessa nella trappola e ha acquistato per i propri dipendenti un lotto di mascherine non a norma da imprese non solo amministrate da soggetti non identificabili, schermati da società anonime, ma addirittura con sedi e conti correnti in paradisi fiscali”. Almeno questa volta nessuno l'ha fermato e la commissione di laurea l'ha premiato con un 110 e lode.

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