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Mercoledì, 8 Febbraio 2023
Il caso / Milano

Cristina Mazzotti rapita e uccisa: quattro uomini a processo 48 anni dopo

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio. La ricostruzione

Quasi 48 anni dopo, la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro uomini accusati del sequestro e dell'omicidio di Cristina Mazzotti, la ragazza allora 18enne e studentessa del liceo Carducci di Milano che fu rapita e uccisa nel 1975. Sul banco degli imputati, dopo che le indagini sono stati riaperte nei mesi scorsi, rischiano di finire il boss della 'ndrangheta Giuseppe Morabito, oggi 78enne e considerato tra gli "ideatori" del sequestro, Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò e Antonio Talia, anche loro considerati vicini alla 'ndrangheta.

Il rapimento - il primo con vittima una donna nella stagione dei sequestri per estorsione - avvenne all'esterno della villa di famiglia a Eupilio, nel Comasco, la sera del primo luglio 1975. Al padre Helios, broker nel settore dei cereali, i rapitori chiesero cinque miliardi di lire come riscatto. Lui ne trovò poco più di un miliardo e, a metà luglio, i sequestratori si dichiararono d'accordo sulla cifra. Il padre pagò il riscatto nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto dello stesso 1975, notte a cui risale, secondo gli investigatori, anche la morte della ragazza.

Il corpo venne ritrovato in una discarica del Novarese, a Galliate, il primo settembre 1975. Il primo arrestato della banda fu scoperto mentre tentava di riciclare in una banca svizzera parte del riscatto. Dopo vennero individuati altri fiancheggiatori, quasi tutti personaggi sbandati con un passato difficile, tra cui due donne. Ma, finora, nessun mandante.

I quattro indagati, in concorso con 13 persone, già condannate in passato, secondo la procura "presero parte attiva e portarono a compimento la fase esecutiva del sequestro", che finì con la morte della ragazza, segregata in una "buca" a Castelletto Ticino e a cui vennero somministrate "dosi massicce di tranquillanti". Morabito avrebbe fornito anche un'auto che servì da "civetta" per segnalare l'arrivo della Mini Minor - con cui stava rincasando la giovane - e "per fare da staffetta verso il luogo della prigionia". 

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