Marco Vannini, al via il nuovo processo. Federico Ciontoli: "Quella notte ho creduto a mio padre"

In aula le dichiarazioni spontanee del figlio di Antonio Ciontoli: "Ho chiamato i soccorsi pensando a uno spavento". Marina Vannini: "Parole vergognose, nemmeno una parola per Marco"

Marco Vannini

Ha preso il via questa mattina il processo d'Appello Bis per l'omicidio di Marco Vannini, il ragazzo ucciso da un colpo di pistola nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli, sul litorale romano. Lo scorso 7 febbraio i giudici della Suprema Corta hanno infatti accolto la richiesta delle parti civili e del sostituto procuratore generale che al termine della requisitoria aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza d'appello per la famiglia Ciontoli e disporre un nuovo processo per il riconoscimento dell'omicidio volontario con dolo eventuale per la morte del giovane.

Caso Vannini, Federico Ciontoli: "Ho chiamato i soccorsi pensando a uno spavento"

Al processo è intervento il figlio di Antonio Ciontoli, Federico, che ha reso ai giudici una dichiarazione spontanea ripercorrendo i tragici fatti di quella notte. "È stato fino ad oggi ripetutamente detto - ha detto Ciontoli -, solo sulla base di supposizioni, e questo è presente addirittura in alcuni atti processuali e non solo detto nei luoghi di spettacolo, che anche a costo di far morire Marco, io avrei nascosto quello che era successo. La verità è che io ho chiamato i soccorsi pensando che si trattasse di uno spavento, figuriamoci se non l'avrei fatto sapendo che era partito un proiettile".

"Se avessi voluto nascondere qualcosa - ha aggiunto -, perché avrei chiamato subito l'ambulanza di mia spontanea volontà dicendo che Marco non respirava e perché avrei detto a mia madre che non mi credevano e di fare venire i soccorsi immediatamente? Vi prego: non cadete in simili suggestioni che sono totalmente contraddette dalla realtà". 

"Ho creduto a mio padre"

"La prima cosa che mi è interessata quella sera è che qualcuno che sapesse cosa fare potesse intervenire visto che, anche se mio padre diceva di poterci pensare lui, a me dopo un po' non sembrò così". "Mio padre diceva che Marco si era spaventato per uno scherzo, e io gli credetti - ha detto ancora Federico Ciontoli - perché non c'era nessuna ragione per non farlo".

E ancora. "Non c'era niente che mi spinse a non credere in quello che mio padre chiamò 'colpo d'aria', del cui significato non mi interessai più di tanto essendo stato solo uno scherzo. In più, gli credetti perché mio padre si comportava proprio come se stesse gestendo uno spavento, ossia alzando le gambe e rassicurando. Il tipo di scherzo che aveva causato lo spavento, in quel momento non era una preoccupazione per me".

"Ho avuto paura che qualcuno mi sparasse in testa"

Federico Ciontoli ha poi aggiunto: "Sono qui non per paura di essere condannato, ma perché la verità è quello che ho sempre raccontato. Per anni sono sceso per strada con la certezza che qualche giornalista mi sbarrasse la strada, mi pedinasse o bloccasse la portiera dell'auto per non farmi partire e forzatamente cercasse di estorcere un'intervista, come ormai avveniva abitualmente".

"Ma questo non era niente - ha spiegato ancora in aula - rispetto al fatto che per tre interminabili anni sono uscito ogni giorno da casa per andare a lavorare e ho camminato perseguitato dall'immagine di qualcuno che potesse venire e spararmi alla testa spinto da quello che si diceva su di me in televisione. Non che questo non possa avvenire oggi, o che io non lo pensi più oggi, ma oggi ho paura, ho più paura perché ho raggiunto una certezza che rimarrebbe anche se io non esistessi più. Anche se quello che veniamo a sapere, che vediamo, che sentiamo spesso non è la verità, ma una costruzione di fronte alla verità ogni costruzione crolla".

Marina Vannini: "Dichiarazioni vergognose, neanche una parola per Marco"

Quella di Federico Ciontoli in aula "è stata una dichiarazione vergognosa, nemmeno una parola per Marco". Così Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, dopo la dichiarazione spontanea di Federico, figlio di Antonio Ciontoli, nel corso del processo d'Appello Bis.  "Ancora - ha sottolineato la donna - non riescono a capire che è morto un ragazzo di 20 anni. Continuano a girare il coltello nella ferita".

L'iter processuale

Per l'omicidio del giovane, appena ventenne, i giudici della corte d'Assise d'Appello di Roma avevano condannato a 5 anni il padre della sua fidanzata, Antonio Ciontoli, contro i 14 che gli erano stati inflitti in primo grado derubricando il reato da omicidio volontario a colposo. in Appello erano state confermate le condanne a tre anni per i due figli di Ciontoli, Martina e Federico, e per la moglie Maria Pezzillo.

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Marco Vannini, il nuovo audio con le richieste di soccorso: "Fa male, portami il telefono"

Solo pochi giorni fa la trasmissione "Quarto Grado" ha pubblicato un audio che documenterebbe le richieste di soccorso di Marco. Si tratta una elaborazione effettuata da un team esperti italiani e statunitensi che hanno "pulito" la registrazione audio della telefonata al 118 effettuata da Antonio Ciontoli per ricostruire le frasi del 20enne in fin di vita. "Ti prego basta mi fa male, portami il telefono". Sarebbero queste le ultime parole pronunciate dal giovane la sera del 17 maggio poche ore prima di morire. 

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