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Martedì, 7 Dicembre 2021
La ricostruzione

Viviana e Gioele: il perché dell'assenza di impronte sul traliccio, madre e figlio insieme nel bosco fino all'ultimo

I riscontri dei periti nelle 495 pagine che racchiudono un anno e tre mesi d'inchiesta. Dall'analisi dei semi ricostruito il percorso finale di mamma e figlio. Il pm: "Fatto tutto il possibile"

Un anno e tre mesi di sopralluoghi, perizie, intercettazioni e interrogatori per ricostruire cosa è accaduto a Viviana e Gioele quel tragico 3 agosto 2020. Quella macchia di terra tra l'autostrada e il mare rivoltata come un calzino alla ricerca di ogni indizio utile che potesse parlare, raccontare come e quando è avvenuta la tragedia.

Da un lato il racconto di chi indirettamente è stato coinvolto in quella sequenza di avvenimenti, iniziata nella galleria Pizzo Turda e conclusasi nel modo peggiore dopo quasi venti giorni, dall'altro le analisi di esperti e consulenti di tutta Italia. La Procura di Patti ha avuto per mesi i riflettori di un'intera nazione puntati addosso, tutti volevano sapere, chiudere il caso con la ricostruzione più logica possibile. Con questo obiettivo il procuratore Angelo Cavallo ha coordinato uomini e mezzi arrivando poi a mettere la parola fine con la richiesta di archiviazione delle indagini, accolta dal gip poco più di dieci giorni fa.

Un verdetto sintetizzato nelle 495 pagine dove lo stesso giudice Eugenio Aliquò definisce "poderoso" il lavoro svolto dalla Procura. La parola fine corrisponde all'ipotesi omicidio-suicidio, rimasta la più probabile vista l'esclusione di un qualsiasi coinvolgimento di terzi. Una verità diametralmente opposta a quella della famiglia Mondello che fin dall'inizio aveva scartato la possibilità che la donna potesse aver ucciso il bimbo per poi suicidarsi lanciandosi dal traliccio.

Mesi di controanalisi e richieste sfociate nella ricostruzione finale a cui sono giunti i consulenti di parte ad inizio anno. Secondo il team di esperti, coordinato dal criminologo Carmelo Lavorino e dal medico legale Antonio Della Valle, Viviana e Gioele sono caduti o sono lanciati intenzionalmente dentro un invaso (pozzo o cisterna) con mezzo metro di acqua sul fondo e morti in seguito ad asfissia.

Il procuratore Cavallo: "Fatto tutto il possibile, mai avuta sicurezza di trovare mamma e figlio ancora vivi"

A indagini chiuse il procuratore Cavallo, titolare dell'inchiesta, torna sul lavoro svolto. "Fatto tutto il possibile - spiega Cavallo a MessinaToday-  siamo arrivati a conclusioni tranquillizzanti. Non ho mai detto che eravamo sicuri di trovare mamma e figlio ancora vivi anche se mi è stata attribuita questa frase. La prima fase delle indagini ci ha visto puntare l'attenzione sulla famiglia, ma la polizia non ha bloccato nessuno, solo chiesto di mostrare la casa e alcuni oggetti personali. Ci sono state varie segnalazioni di avvistamenti ma non è stata una pista che abbiamo percorso. Dopo i fotogrammi che immortalavano Viviana e Gioele a Sant'Agata di Militello - luogo in cui la donna era giunta per acquistare delle scarpe al piccolo, ndr - abbiamo avuto la conferma che tutto si era svolto in quella zona".

Cavallo fa riferimento anche al giorno in cui sono stati ritrovati i resti di Gioele, scoperti dall'ex carabiniere Giuseppe Di Bello durante la giornata di ricerche organizzata dalla famiglia Mondello. "Quella zona è stata pattugliata anche dai Cacciatori di Sicilia, c'è sempre un fattore di casualità che può decidere l'esito. Di Bello è un conoscitore dei luoghi, quel giorno si è distaccato dal gruppo seguendo il ragionamento, poi rivelatosi sbagliato,  secondo il quale il bambino si sarebbe diretto verso le luci del paese giù dalla collina. Eppure è riuscito a trovare i primi resti. Successivamente i vigili del fuoco hanno dovuto avanzare strisciando e utilizzare le motoseghe per addentrarsi nel bosco. Non era facile poter avvistare i corpi, per battere interamente quelle zone ci sarebbero volute centinaia di persone. Hanno lavorato quattro dei cinque cani molecolari disponibili in Italia, ma bastava il cambio di direzione del vento per portarli fuori strada. Si è trattato di una ricerca esclusivamente visiva in centinaia di ettari".

Il corpo di Viviana ripreso dai droni già il 4 agosto

Sulla macchina delle ricerche si è detto tanto. E le obiezioni degli avvocati di parte Claudio Mondello e Pietro Venuti sono culminate con la denuncia presentata contro i vigili del fuoco da Daniele Mondello. Il riferimento non può che essere ai filmati dei droni che già il giorno dopo la scomparsa avevano immortalato il cadavere di Viviana ai piedi del traliccio. Immagini saltate fuori in ritardo perché acquisite di propria iniziativa dalla Procura solo dopo il ritrovamento del corpo della 43enne. Un'omissione su cui adesso saranno gli inquirenti a doversi pronunciare posto il fatto che il coordinamento dei soccorsi obbediva ad un piano provinciale la cui regia spettava alla Prefettura. 

"Le squadre dei Vigili del Fuoco - si legge nella sentenza di archiviazione -  muniti di drone avevano percorso l’area per l’intera giornata (si ricordi, in un periodo di caldo estremo), azionando il drone medesimo e contemporaneamente visionando nel monitor le immagini trasmesse dalla telecamera 'in tempo reale'; le riprese dall’alto e le immagini non ingrandite avevano impedito all’operatore, evidentemente, di accorgersi 'in diretta' del corpo di Viviana situato ai piedi del traliccio; successivamente, ma solo al termine dell’intera giornata di ricerche, ad un’ora molto tarda, quelle stesse immagini erano state visionate dal medesimo operatore, ormai stanco, il quale, purtroppo, non si era accorto di quel dato così importante".

L'assenza di impronte sul traliccio

Il traliccio da cui, secondo quanto stabilito dalle indagini, Viviana si è lanciata non riportava impronte della donna. Colpa, così come messo nero su bianco dagli investigatori, del materiale ferroso di cui la torre è costituita e degli eventi climatici. "La superficie del traliccio, composta da un particolare tipo di metallo ferroso, fortemente zigrinato, non appare in alcun modo idonea alla 'apposizione' di impronte digitali, nel senso che esse non rimangono impresse, nonostante un soggetto vi abbia apposto le dita (come, per esempio, nel caso di una persona che si arrampica sul traliccio medesimo). Anche l’assenza di materiale biologico tipo sangue si spiega facilmente con un’ovvia considerazione: la povera Viviana è salita sul traliccio fisicamente integra, senza aver riportato ferite di alcun tipo Appare ovvio come l’alternarsi di elevate temperature e di intense precipitazioni atmosferiche, nell’arco di diversi giorni, possano aver fatto disperdere le eventuali tracce residue, sempre che esse fossero presenti e fossero rimaste impresse sin dall’inizio. Ad ogni buon fine, a conclusione dell’attività, si è proceduto ad una prova empirica, apponendo un dito nel profilo basso del traliccio lato nord est, accertando che nessuna impronta papillare poteva essere lasciata".

Il sasso sporco di sangue e il ciuffo di capelli vicino ai resti del bimbo

Come è noto, accanto al cadavere di Viviana è stata rinvenuta una pietra intrisa di sangue. Le ferite riportate al capo dalla donna sono compatibili, così dicono le analisi dei consulenti della Procura, con l'urto contro la superficie libera del masso. Tuttavia, non è stato possibile appurare con certezza a chi appartenga quella traccia ematica. Ma secondo la famiglia le lesioni riscontrate sul cranio di Viviana non possono essere state provocate dall'impatto con la roccia poiché evidenziate nella parte posteriore del capo.

Vicino ai resti di Gioele sono stati rinvenuti diversi reperti. Tra questi c'è anche un ciuffo di peli di cui è stata esclusa l'origine animale. Si tratta quindi di capelli umani, un reperto finito sotto la lente d'ingrandimento dei legali Mondello e Venuti che nel loro memoriale hanno chiesto ulteriori accertamenti. Ma la mancanza di materiale genetico - così come appreso dagli investigatori - non ha consentito di portare a termine le operazioni finalizzate a ricavarne il Dna. 

L'indizio dai semi di Erica: Viviana e Gioele insieme nel bosco

Dall'analisi dei reperti la Procura ha ricostruito il probabile percorso compiuto da Viviana e Gioele subito dopo aver abbandonato l'autostrada. Nelle scarpe della donna sono state rinvenute tracce di semi di Erica Arborea, pianta presente nel bosco dove successivamente sono stati rinvenuti i resti del bimbo. 

"In particolare, Viviana e Gioele, subito dopo il sinistro stradale, sarebbero usciti dalla galleria autostradale, in direzione Palermo; i due soggetti avrebbero utilizzato il varco presente nel guard -rail per abbandonare la sede autostradale; avrebbero scavalcato un muretto, alto circa un metro, che corre parallelo al guard - rail medesimo; Viviana e Gioele avrebbero poi superato il versante soprastante le gallerie autostradali, ossia la volta delle gallerie stesse (dunque abbandonando la macro - area A); successivamente, Viviana e Gioele avrebbero svoltato a sinistra (a est), e proseguito verso nord (verso il mare) [...] i due avrebbero oltrepassato un cancello rudimentale ed avrebbero percorso una trazzera in terra battuta, antistante l’allevamento, sempre proseguendo verso nord (verso il mare) (macro - area B); Viviana, sempre proseguendo verso nord ed il mare, sarebbe giunta nel bosco di Sughera ed Erica Arborea di Pizzo Turda (macroarea C), luogo ove poi sono stati rinvenuti i resti, assai sparsi di Gioele; nei sandaletti di Giole risultano assenti tracce caratterizzanti l’area del bosco di Pizzo Turda, ragione per cui appare plausibile che, in questo ultimo tratto, Viviana abbia preso in braccio Gioele e camminato soltanto lei; la donna, dopo aver sostato all’interno del bosco di Pizzo Turda, evidentemente insieme al bambino, avrebbe abbandonato il bosco, probabilmente utilizzando un’apertura nella recinzione che delimita l’area del bosco stesso e si sarebbe spostata in direzione nord est, verso il traliccio Enel N 59; Viviana, infine, avrebbe raggiunto il traliccio Enel n. 59".

Sulle mani di Viviana solo il Dna di Gioele

Nessuno, durante la permanenza nel bosco, è entrato in contatto con Viviana ad eccezione di Gioele. A questa conclusione sono arrivati gli inquirenti dopo le analisi su eventuali tracce biologiche sul corpo della donna. In particolare, "gli accertamenti genetici effettuati sulle unghie dell’anulare, medio ed indice della mano destra di Parisi Viviana hanno permesso di ottenere lo stesso profilo genetico riconducibile di Gioele Mondello: dunque, in pratica, sotto le unghie della mano destra di Parisi Viviana è stato rilevato materiale genetico appartenente al figlio Gioele; tale dato appare significativo per le considerazioni che si svolgeranno in seguito, in ordine alla morte del bambino".

"Gli accertamenti genetici hanno escluso la presenza di DNA di soggetti terzi sulle unghie della mano destra e sinistra di Parisi Viviana; dal momento che nessun materiale genetico appartenenti a soggetti terzi è stato riscontrato sotto le unghie della donna, deve escludersi che costei, nel corso di una ipotetica difesa o reazione contro un’aggressione ad opera di terzi, abbia utilizzato le unghie e trattenuto sotto di esse frammenti di pelle o altri tessuti, comunque riconducibili all’aggressore. Gli accertamenti genetici hanno escluso la presenza di DNA di soggetti terzi, in pratica, su tutti gli indumenti indossati da Parisi Viviana (canotta, pantaloncino jeans, slip, scarpa destra e sinistra)".

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