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Martedì, 20 Febbraio 2024

Marianna Ciarlante

Giornalista

Venezia 79, che fine ha fatto la magia del cinema?

Che belli i tempi in cui alla Mostra del Cinema di Venezia si sognava di grandi amori, si parlava con gli alieni, si andava nello spazio, ci si innamorava di esseri non umani, si cantava, si rendevano possibili mondi impossibili e si usciva dalle sale del Lido con il cuore emozionato e gli occhi sognanti. Che belli i tempi in cui i film non erano solo lo specchio del caos della società conteporanea ma il tentativo di immaginarne una versione migliore, più colorata, più magica.

Nella sua 79esima edizione, il Festival del Cinema di Venezia mostra di essere un po' invecchiato, come se avesse assunto un atteggiamento più cinico nei confronti della vita, un volto più aggrottato del solito, un carattere più spigoloso. Sembra quasi che i film di Venezia 79 abbiano scelto di rinunciare al potere salvifico della fantasia per ancorarsi a un racconto troppo concreto di una realtà fatta di drammi, insoddisfazioni, paure. Ciò che colpisce guardando i film proposti quest'anno al festival veneziano è la predominanza di alcune tematiche che sembrano tornare in ognuna delle pellicole e mostrano quanto l'arte, in questo caso il cinema, non sia altro che lo specchio di una società contemporanea che sembra essersi arresa alla sua decadenza.

E così, sullo schermo, c'è un costante rimando alla paura della morte, tema che apre questa edizione del festival con White Noise di Noah Baumbach che lo esplora in profondità e lo rende quasi il manifesto di questo festival. Si parla anche del timore della solitudine, che la propria vita non abbia un senso, che non si venga ricordati dopo la morte e lo si fa in tantissimi titoli di Venezia 79, dall'appena citato White Noise a Bardo di Alejandro Inarritu, da The Banshee of Inisherin di Martin Mc Donagh ad Amanda di Carolina Cavalli.

E poi c'è il tema delle transizioni di genere, altro argomento dominante di Venezia 79 affrontato da diverse pellicole come Monica di Andrea Pallaoro con l'attrice trans Trace Lynette nei panni di una donna che un tempo era un uomo o L'immensità di Emanuele Crialese che narra la storia della sua infanzia prima del suo cambio di genere. C'è spazio anche per il racconto dell'omosessualità e delle sue discriminazioni come accade con Il singore delle formiche di Gianni Amelio e per la riflessione sul senso di colpa, tutto femminile, del vivere una vita senza avere figli, come avviene in Les Enfants Des Autres.

Ogni storia di Venezia 79 non fa che mostrare il totale senso di smarrimento interiore dell'uomo contemporaneo che, in quest'epoca dominata da guerre, pandemie e crisi di identità non riesce a trovare pace. Ma siamo davvero diventati così negativi, così depressi, così arrendevoli? Se il cinema è una finestra sul nostro stato d'animo, siamo davvero arrivati a questo punto di non ritorno? Forse gli eventi vissuti in questi anni hanno avuto un impatto molto più profondo su di noi di quanto potessimo pensare ma se c'è qualcosa che ha il potere di risollevare gli animi ed ergerli più in alto della mera realtà è l'arte, in ogni sua forma. E così il cinema dovrebbe darci una spinta a immaginare e desiderare che le cose possano andare meglio di così e se quest'anno, la settima arte, sembra proprio non sia riuscita a farlo, ci auguriamo che il prossimo, torni a farci sognare come ai vecchi tempi. 

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