Martedì, 27 Luglio 2021
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Lo chiamano per un'emergenza, quando arriva a casa trova il figlio morto nella culla

Pete Keach, paramedico di 36 anni, era in ambulanza quando ha ricevuto una chiamata via radio: "Un bambino di 21 mesi era in arresto cardiaco. L'indirizzo era quello di casa mia"

Foto Herald Sun

Non riesce a darsi pace, Pete Keach, un giovane paramedico di Rye, Australia. Sono passati ormai quattro anni da quando la sua vita è cambiata per sempre, ma il dolore per la perdita del suo piccolo Sam è ancora intatto, come ha raccontato lui stesso ai media australiani. 

Quella sera, poco dopo cena, Pete ha ricevuto una chiamata sul suo cercapersone ed è uscito per un'emergenza. Si trovava in ambulanza a circa un’ora da casa, quando ha ricevuto una seconda chiamata di emergenza via radio: un bimbo di 21 mesi era in arresto cardiaco.

La chiamata proveniva dalla stessa zona in cui abitava con la moglie Georgie, 37 anni, e il piccolo Sam. Pete racconta di aver pensato subito al peggio: "Ho provato a chiamare a casa, poi ho telefonato a mia moglie sul cellulare, ma era occupato, così ho chiamato io stesso lo '000' (l’equivalente del 118 in Italia) per chiedere l’indirizzo da cui era arrivata la chiamata".  

E’ stato un suo collega a dargli la tremenda notizia. "Ha fatto una pausa, poi mi ha detto: sì Pete, è il tuo indirizzo". L’uomo si è precipitato a casa, "quando ho girato l’angolo ho visto le luci delle ambulanze che illuminavano la mia strada come un albero di Natale. Suonerà un po’ come un cliché ma era una notte buia e piovosa. Mi sono fatto largo tra i miei colleghi. Ho trovato Sam nella sua stanza con la madre. Ci siamo seduti lì, l’ho preso tra le braccia e l’ho baciato. A lui non sono mai piaciute troppo le coccole ma ora che era senza vita non poteva più ritrarsi come faceva sempre".

Sam era morto nella sua culla, poco dopo essersi addormentato, a causa della "sindrome della morte improvvisa del lattante", una malattia che non ha ancora trovato spiegazione presso la comunità scientifica. La madre, Georgie, lo aveva trovato con il volto rivolto verso il cuscino quando ormai non c'era più nulla da fare.

"Forse anche se fossi stato a casa non avrei potuto salvare la vita a mio figlio", ammette Pete. "La cosa più dolorosa è stata sapere che Georgie aveva dovuto affrontare tutto questo senza di me". 

Da quel momento, la coppia ha cercato di andare avanti e sono nate due bellissime bimbe, le piccole Anna e Lucy. Pete e Georgie hanno anche iniziato una raccolta fondi per sostenere la ricerca contro la sids.

"Superare la morte di mio figlio è impossibile – ha concluso Pete – Immaginavo di vederlo crescere, di condividere gli stessi hobby, di vederlo andare a scuola quest'anno. Quello che ci resta da fare è dare una mano agli altri". 

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