Lunedì, 30 Novembre 2020

Coronavirus, il medico cinese: "L'Italia chiuda tutto, è l'unico modo per fermare l'epidemia"

Secondo Qiu Yunqing, infettivologo cinese giunto in Italia per aiutare il personale sanitario nella battaglia contro il coronavirus, il nostro Paese dovrebbe adottare misure ancora più restrittive

Foto di repertorio

"Anche in Italia bisognerebbe chiudere tutto, fabbriche e negozi, un mese di distanziamento sociale rigido, e il contagio si fermerebbe". Ad affermarlo, in una intervista rilasciata a Repubblica, è  il professor Qiu Yunqing, infettivologo cinese di 57 anni, vicedirettore dell'ospedale universitario della regione di Zhejiang, e medico al vertice della delegazione di tredici esperti che ha appena visitato alcuni ospedali del nord Italia.

Per l'infettivologo servirebbe "un vero blocco collettivo delle attività, come si è fatto in Cina. Con rifornimenti alimentari per quartieri, o blocchi di palazzi. Serve il controllo rigido della diffusione del contagio, altrimenti non finiranno mai le persone da curare, ed è così che gli ospedali vanno in tilt. Non vi sono altre misure, lo dico perché noi l'abbiamo sperimentato. Ci tengo che il messaggio passi al vostro Paese".

Riguardo ai medici e agli ospedali, continua, "i livelli di protezione sono sicuramente inferiori ai nostri. Parlo di maschere, di tute protettive in Tyvek. Le maschere generiche non bastano, l'impressione è che gli operatori non siano abbastanza tutelati. Forse per mancanza di risorse effettive, o, all'inizio, di mancata comprensione del problema. Come è successo a Wuhan, nel primo periodo c'è stata una situazione simile: non si sapeva cosa fosse, questo virus, e non c'era la possibilità di avere risorse".

"Una malattia come questa, molto contagiosa, richiede tute pesanti, quindi il lavoro è fisicamente ancora più faticoso - sottolinea l'infettivologo - Non si può reggere un turno di 8 ore, bisogna a scendere a 4/6 ore. Quindi ci vuole più gente, un terzo in più del solito". Mancano poi "le postazioni di terapia intensiva attrezzata. Lì ho visto delle criticità - osserva - Poi, le strutture di degenza sono spesso vecchie, e questo complica molto. Non è una critica, noi abbiamo creato ospedali nuovi, ma anche gli altri nostri ospedali erano recenti, costruiti ai tempi della Sars, quindi con criteri nuovi su organizzazione di spazi e lavoro. Difficile farlo in strutture datate".

Fonte: La Repubblica →
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