Coronavirus, parla l’esperta: “Siamo tutti in una nuova realtà chiamata Coronaville: ecco come viverla al meglio”

Intervista alla psicoterapeuta Francesca N. Vasta che ci ha aiutato a comprendere meglio come e quanto l’isolamento dettato dall’emergenza sanitaria stia cambiando (o abbia già cambiato) le nostre vite: ecco i suoi consigli

Non c’è un aspetto, uno solo, che non sia stato stravolto dall’emergenza sanitaria causata da Sars-Cov-2 ("Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2"), ormai entrato nel quotidiano di un linguaggio che ha reso drammaticamente  familiare il nome di ‘coronavirus’. Piegati all’ambiguità violenta di un virus microscopico simile proprio a una minuscola corona, i giganti macrosistemi economici, finanziari, politici sono stati costretti al mutamento radicale di  meccanismi che si credevano intoccabili, e con loro, insieme a loro e, forse, anche ancor prima di loro, le vite di ogni singolo individuo, anziano, adulto, adolescente o bambino che sia, catapultato in una quotidianità sconvolta dal nemico invisibile.

Sospese le relazioni sociali, vietati gli assembramenti di persone, guai ad abbracciarsi, toccarsi, anche solo lambirsi: ognuno ha il compito di restare in casa al sicuro per proteggere se stesso e l’altro da un contagio tanto pericoloso quanto subdolo; chi può lavora dagli ambienti domestici che, quando non sono dotati di spazi ampi, vanno condivisi con figli privati di scuola e amici, con mogli e mariti, eventuali parenti e animali domestici: tutto a scapito di un’intimità violata e della libertà di scegliere se uscire e quando farlo, e a favore di un’inedita routine che, anche alla luce delle ultime notizie, non vede una data di scadenza.

Ecco, allora, perché accudire il proprio aspetto psichico ed emotivo diventa determinante in questo momento così lontano da ogni ordinarietà, e i consigli di un’esperta possono diventare preziosi alleati con cui confrontarsi in una dimensione tanto eccezionale. La psicoterapeuta individuale e di gruppo, Francesca N. Vasta, docente a contratto presso l’Università Cattolica di Roma, Didatta e supervisore della Scuola di Specializzazione in psicoterapia COIRAG, Formatrice per Enti pubblici e privati, ha risposto alle nostre domande: dalle conseguenze che il nostro aspetto emotivo subirà da tutto questo stravolgimento all’approccio ideale per vivere al meglio l’isolamento, le risposte agli interrogativi che tutti ci siamo posti almeno una volta durante la nostra personalissima quarantena.

L’emergenza Coronavirus sta mettendo a dura prova lo stato psicologico degli italiani chiamati a modificare drasticamente le proprie abitudini di vita in un lasso di tempo brevissimo. Cosa comporta tutto questo stravolgimento per il nostro aspetto emotivo?

Rispondo facendo un parallelo con ciò che è accaduto e sta accadendo. È come se ci fossimo tutti ritrovati in una nuova e sconosciuta realtà, in luogo “spazio-temporale” che chiamerei Coronaville. Perché dare un nome alle cose, come ci insegna il grande pensatore Zygmunt Bauman, è importante non solo come  dato tecnico, ma  ci aiuta a rappresentare un processo culturale e intellettuale.

La Cina ci sembrava distante, quello che si viveva lì ci  toccava da lontano. Non eravamo pronti a cogliere i segnali che hanno portato a questa realtà dato che non avevamo nel nostro patrimonio antropologico -personale e collettivo - un codice simbolico necessario a comprendere la portata di ciò che stava succedendo. La Coronaville italiana sta fronteggiando una sfida per comprendere una realtà a noi prima sconosciuta che oggi ci obbliga a ripensare e potenziare valori quali: solidarietà, impegno civile, rispetto delle regole, altruismo. Potremmo provare a immaginare le reazioni psichiche di difesa della popolazione di fronte al nemico invisibile, il virus, collocandole su una curva gaussiana: da una parte estrema la “negazione”, una parte di individui che non riesce ad accettare questa nuova realtà e la legge come un falso allarme, come qualcosa che può capitare solo ad alcuni, ma non a loro. La negazione è un meccanismo primitivo di difesa presente sin dall’infanzia e corrisponde a eliminare inconsciamente una realtà sgradita. Nell’attualità, però, questo meccanismo ha delle potenti implicazioni non solo a livello personale ma sociale perché espone gli altri al grave rischio che corre chi la mette in atto.

All’altro estremo della curva troviamo un funzionamento psichico opposto, l’iper controllo: l’ossessiva ricerca di informazioni per essere preparati a tutto, la rincorsa spasmodica  all’acquisto massiccio di più beni contemporaneamente, per esempio il cibo,  le “ormai introvabili” mascherine, le vitamine, soprattutto quelle ritenute immunostimolanti ecc.; così come, la clausura fobica per cui non è possibile neppure affacciarsi dalla finestra per la paura del contagio. Ottimisticamente, mi auguro che tra questi due estremi si collochi la maggior parte della popolazione che sta utilizzando il buon senso, segue le indicazioni che ci vengono date dal governo e dalla protezione civile, rispetta le regole, esce solo per comprare i beni di prima necessità, si affida alle fonti ufficiali di informazione. Quest’ultimo punto non è da trascurare in una cultura “iper-informata” come la nostra, basti pensare che lo ha ben espresso l’Ordine nazionale degli Psicologi nel proprio “Vademecum psicologico CORONAVIRUS per i cittadini”.

Inoltre, proprio cercando di collocare le riflessioni in maniera utile rispetto al nostro contesto sociale e antropologico, ritengo importante pensare al nostro rapporto con il tempo. In questo momento chi è proiettato nel passato rimpiangendo le cose a cui ha dovuto rinunciare è più esposto allo scoraggiamento e alla tristezza; d’altra parte, chi si proietta solo nel futuro rischia di sperimentare  delusione e ansia. Infatti, sappiamo che dobbiamo saper aspettare, tollerare la frustrazione, essere prudenti e vedere come evolveranno le cose. Dunque a Coronaville sta e starà meglio chi vive il momento presente. Le filosofie orientali ci dicono che il momento presente è l’unico momento che esiste davvero. Vivere il momento presente nella sua pienezza vuol dire essere consapevoli di ciò che stiamo provando nel qui ed ora, possiamo permetterci di essere tristi, preoccupati, annoiati nel presente. Questo non significa smettere di organizzare e gestire al meglio il nostro quotidiano. Una cosa è certa: il tempo scorre e sta a noi non sprecarlo.

Non uscire dalle proprie case a meno che non sia estremamente necessario è l’obbligo che tutti sono chiamati a rispettare: come si fa a vivere al meglio l’isolamento? Penso soprattutto a quanti vivono da soli, alle persone che sono più abituate ad uscire per cercare compagnia e situazioni di socialità e che ora, da un giorno all’altro, si ritrovano a non poter condividere nulla. 

Proprio così: bisogna limitare all’essenziale le proprie uscite. Siamo tutti cittadini di Coronaville in questo momento, come tali abbiamo degli obblighi e dobbiamo attenerci alle indicazioni fornite dal governo e rispettarle.  Riguardo al vivere la condizione di isolamento, non credo che sia possibile fornire una ricetta generale, bisogna ricordare come ogni persona possieda un proprio modo di reagire alle avversità. Penso che ciascuno di noi debba mettere a fuoco e utilizzare al meglio le proprie risorse per affrontare questo momento.

A livello individuale nello spazio delle nostre case abbiamo la possibilità di riuscire a fare delle cose per noi, le cose che diciamo sempre  di non riuscire a fare per mancanza di tempo. Proviamo a utilizzare i dispositivi digitali per connetterci e curare i legami anche nella distanza.  Dedichiamo del tempo specifico a questo scopo.  La vita a Coronaville ci sta già insegnando quanto sia importante la parola: l’affetto e la vicinanza che passa attraverso le parole. Parole scritte e parole pronunciate, se sinceramente autentiche, sono il vero sollievo per chi vive una condizione isolata. È molto bello quello che ha detto Papa Francesco circa il valore dei piccoli gesti concreti che in questo momento possiamo riscoprire e che possono renderci comunità: una carezza, un abbraccio e, dove questo per via della distanza non è possibile, bisogna farlo virtualmente anche attraverso una telefonata. A livello sociale, riferendoci al momento critico che stiamo vivendo dobbiamo ricordare che il termine crisi di derivazione greca (κρίσις) è tradotto anche con “scelta” e “capacità di giudizio”: dovremmo, quindi, cercare di vivere questo momento come la possibilità di essere parte di una coralità sociale che opera per il bene comune.

Voglio ricordare che noi esseri umani siamo biologicamente predisposti a cooperare. Esistono delle motivazioni umane innate, lo studioso Giovanni Liotti ha ipotizzato tra i Sistemi Motivazionali Interpersonali quello cooperativo: si tratta di un “bisogno innato” di cooperazione tra pari in vista di un obiettivo comune. Questo sistema necessita di un’attivazione “interpersonale”, in quanto esprime quel bisogno fondamentale dell’uomo dell’“essere con l’altro” in una posizione paritaria e cooperativa, né di dipendenza, né di comando, caratterizzata dalla condivisione degli scopi e dalla corresponsabilità delle azioni.

La chiusura delle scuole ha inevitabilmente portato i bambini ad adattarsi all’eccezionalità della situazione: come si spiega loro quanto sta accadendo senza trasmettere le nostre ansie e paure? Come vivono la quotidianità in casa?

I bambini sono eccezionali e hanno delle notevoli risorse creative. Naturalmente trovo molto difficile generalizzare, ci provo. La regola dovrebbe essere: sincerità. Certamente però la comunicazione va sintonizzata con il grado evolutivo del bambino e la sua capacità di metabolizzare le informazioni. Parafrasando un famoso psicoanalista, Donald Winnicott, che affermava che non esiste un bambino senza la madre, non si parla di bambini ma di bambini nel loro ambiente familiare. A livello di esperienza emotiva, molto dipende da come le famiglie stanno vivendo questo momento e di quale clima si fa esperienza. Ai genitori va ricordato che è una grande opportunità quella di avere tempo da condividere con i propri figli. Cerchiamo di utilizzarlo al meglio, consapevoli anche della fatica che questo impegno comporta. Esiste un altro lato della medaglia che non va dimenticato. I genitori che si trovano a dover lavorare da casa con i bambini delle scuole elementari  e i giovani delle medie, specialmente quelli con più figli di diverse età, si trovano a dover gestire la didattica a distanza: compiti online, le piattaforme, le lezioni, tutto questo carico insieme credo che possa generare situazioni di frustrazione. Pertanto bisogna arrivare fin dove si può evitando troppo stress.

Gli anziani sono annoverati tra le persone più a rischio contagio da Coronavirus. Immaginiamo siano tra le categorie più vulnerabili alle paure del momento che però, salvo contatti telefonici o videochiamate, non possono essere espresse e accolte dai famigliari che magari vivono lontani come si farebbe in qualsiasi altro momento. Come possiamo rassicurarli?

Chi ha parenti, amici, genitori anziani lontani che in questo momento più di tutti sono confinati a casa e non possono uscire nemmeno per fare la spesa, può fare molto. Può far sentire in tanti modi la propria presenza. Il  problema, forse, è che molti di noi non sono “alfabetizzati” al sostegno emotivo, intendo quel tipo di vicinanza che non coincide con l’offrire sostegno di tipo materiale e concreto e che non di meno può essere di grande aiuto perché risponde al bisogno fondamentale dell’uomo di sentirsi in relazione con gli altri e di poter condividere i propri stati d’animo. I gesti concreti, i gesti virtuali d’amore e vicinanza, le parole, devono essere la regola in questo momento. Abbiamo tutti bisogno di sentirci ascoltati, amati, pensati dai nostri affetti, questo credo che rassicuri molto.

In questi giorni il colpo più forte è accusato soprattutto da infermieri, medici e tutto il personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali italiani per contenere l’emergenza sanitaria: che effetti psicologici potrebbero svilupparsi?

Mi permetto due considerazioni. Per diversi anni ho lavorato con la collega psicoterapeuta Raffaella Girelli in un reparto di terapia intensiva neonatale, una parte del nostro lavoro era proprio quella rivolta al personale sanitario. Da quell’esperienza ho imparato molto: soprattutto che nelle unità intensive bisogna investire e “in abbondanza”. Ho toccato con mano la sofferenza generata dal lavorare in condizioni critiche, non si può pensare che ad un medico o ad un infermiere che fa un doppio turno (per mancanza di personale) e  lavora in unità di terapia intensiva non si riconoscano gratificazioni in termini economici e di tempo libero.

In secondo luogo credo che bisognerà pensare a come prenderci cura del personale sanitario che in questo tempo vive in trincea e non si ferma mai. Credo che ci potremo trovare di fronte a tanti casi di disturbo post traumatico da stress e che ci potrà essere bisogno di organizzare percorsi di sostegno e riabilitazione.  Oltre alle cure, il personale medico sanitario si ritrova a gestire i momenti terminali di quei pazienti che purtroppo non ce la fanno, con l’aggravante – essendo in terapia intensiva – che sono deprivati della vicinanza dei loro cari. Questo non bisogna dimenticarlo.

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(Nella foto, Francesca N. Vasta, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente a contratto presso l’Università Cattolica di Roma, Didatta e supervisore della Scuola di Specializzazione in psicoterapia COIRAG, Formatrice per Enti pubblici e privati)

Vogliamo pensare anche all’isolamento dei positivi, alle telefonate ai malati: cosa si può dire loro per alleviare l’estenuante aggravio di stanchezza emotiva, anche qui, senza trasmettere le nostre paure?

Anche in questo caso non è possibile fornire una ricetta della “telefonata efficace”. Le situazioni sono ognuna diversa così come il legame parente-malato in questione. Quello che nella mia esperienza ho visto è dare sollievo e presentare al parente del malato terminale la possibilità di esprimere i propri sentimenti di affetto e di trasmettere il valore del legame fin qui vissuto insieme alla persona cara.  C'è una toccante poesia di Borges che esprime quello che intendo dire “Non sai bene se la vita è viaggio, se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno dopo giorno e non te ne accorgi se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso. In certi momenti il senso non conta. Contano i legami".

Com’è cambiato, se è cambiato, il vostro lavoro di psicologi in questo momento tanto particolare?

Innanzitutto, come ho prima segnalato, il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi  ha messo a disposizione dei cittadini un breve vademecum che si trova in rete. Tantissimi sono i colleghi che hanno espresso il loro utile parere sulle pagine di molti quotidiani o sono stati intervistati da piattaforme online. Esiste un settore della psicologia chiamato psicologia dell’emergenza che può fare molto in questo momento. Ciò che mi spaventa di più è che tutti gli psicologi o psicoterapeuti che non hanno una preparazione specifica rispetto a quanto sta accadendo possano, con le migliori intenzioni, improvvisarsi psicologi dell’emergenza o di gruppo, e questa è una cosa molto pericolosa. Dico questo rispetto soprattutto ai gruppi, alle aziende. Bisogna tener presente che, in questo momento, in tante aziende, società, open space, studi associati e tutte altre categorie che lavorano in gruppo, se c’è stato un membro del gruppo di lavoro che ha sviluppato il virus, questo evento ha scatenato tutta una serie di paure. Anche in quest’ambito credo che gli psicologi saranno chiamati ad intervenire, ma con le dovute competenze specifiche.

A livello di psicoterapia individuale posso dire che è cambiato molto, anzitutto il contesto del nostro intervento. Dagli studi professionali siamo passati alle terapie on line. Mi ha sorpreso la profonda capacità dei pazienti di adattarsi a questa situazione. Inutile dire che nel 99% delle sedute uno spazio temporale risulta dedicato a parlare di quello che stanno vivendo. Aggiungo che nella comunità professionale alla quale appartengo c’è un grande desiderio di confronto per favorire la creazione di un pensiero comune rispetto all’attuale pratica psicoterapeutica in rete.

Quando questo periodo finirà, ci ritroveremo diversi? Quanto cambiano ‘dentro’, a livello individuale e collettivo, eventi di questo genere?

Adesso l’unica cosa a cui dobbiamo pensare non è al futuro, ma a come vivere nel quotidiano, al fatto che dobbiamo attraversare questa situazione non sapendo bene per quanto tempo ed è inutile proiettarci in un futuro ancora ignoto. Certamente mi auguro che ci ritroveremo diversi, mi auguro che tutto questo insegni moltissimo su diversi piani. A livello politico, per esempio, che non si devono e non si possono fare i tagli alla sanità o non investire sull’educazione civica e l’educazione socio-affettiva scolastica. Per noi, che ci ritroveremo a scegliere la classe politica di domani, a pensare quanto in questo momento o in momenti simili sia fondamentale avere figure di riferimento stabili e preparate anche a gestire le situazioni di emergenza: Statisti (con la “S” maiuscola) che sappiano mettere da parte in situazioni come queste le tribune politiche per unirsi in una coralità senza colori di partito, ma pronta a impegnarsi per il bene del paese. A livello antropologico, a pensare a riti sostitutivi: ricordiamoci che in questo momento nessuno può celebrare un matrimonio, una cerimonia di altro tipo, un funerale. Tutto questo andrebbe approfondito in un discorso delicato che adesso non abbiamo il tempo di fare. A livello individuale, l’esperienza comune si tradurrà in un bagaglio per ciascuno, cosa metteremo dentro il nostro bagaglio dipenderà molto dalla nostra capacità di apprendere dall’esperienza. A livello gruppale, vorrei sottolineare, come persona e come psicoterapeuta di gruppo, anche qui un augurio che si valorizzi il nostro senso di gruppo e il valore del nostro welfare che - bisogna ricordare - ci rende tutti più uniti e più simili in questo momento.  Speriamo che ne esca rafforzato anche Il senso civico rispetto all’ adempiere ai nostri doveri di cittadini.

Proprio oggi leggevo che nelle grandi metropoli statunitensi in questo momento c’è la fila non solo nei supermercati ma nelle armerie.  Perché comprare un’arma in questo momento? Purtroppo le politiche sanitarie private creano delle disparità tali da rendere ancora più deboli i più poveri. La possibilità di comprare armi in un momento di pandemia è un ulteriore grave rischio per la sicurezza della popolazione di una Coronaville lontana.

Vuole aggiungere qualcosa?

Si, vorrei riportare per tutti i lettori l’invito a leggere la favola del colibrì che ci aiuti a sognare e a infondere la speranza che tutti possiamo fare la differenza.

Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all'avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà.

Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l'incendio stava per arrivare anche lì.

Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d'acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento.

Il colibrì, però, non si perse d'animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d'acqua che lasciava cadere sulle fiamme.

La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: "Cosa stai facendo?".

L'uccellino gli rispose: "Cerco di spegnere l'incendio!".

Il leone si mise a ridere: "Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?" e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l'uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un'altra goccia d'acqua.

A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d'acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme.

Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d'animale si prodigarono insieme per spegnere l'incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell'antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell'aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco.

A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli.

Con l'arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l'incendio poteva dirsi ormai domato.

Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco.

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Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: "Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d'acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D'ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte e la fame solo un brutto ricordo".

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