Ilaria Alpi, il segreto svelato: "Uccisa per il traffico d'armi"

Le rivelazioni dagli atti desecretati dal governo: i servizi segreti italiani avevano ben chiaro, già due mesi dopo l'omicidio, il movente dell'agguato e dell'esecuzione della giornalista Rai e del collega Milan Hrovatin

ROMA - Nella morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio (Somalia) il 20 marzo 1994, il traffico d'armi è sempre stato l'indiziato numero uno, sin da subito. A mettere l'ipotesi nero su bianco è stato il Sisde (Servizio di informazione per la sicurezza della Repubblica).

I documenti paiono confermare i sospetti della famiglia della giornalista del Tg3. "L'impressione è che nella fase iniziale delle indagini si sarebbe potuto fare molto di più, c'erano delle piste da seguire: il traffico di armi, ma anche di rifiuti tossici. Non so perché non si sono seguite. E' tutto ancora da fare", sono state le prime parole di Domenico D'Amati, legale della famiglia.

L'informativa fa parte dei faldoni desecretati dal governo che l'Ansa ha potuto consultare. In quell'informativa, trasmessa pochi mesi dopo al ministero dell'Interno e alla procura di Roma, si delinea subito il filo d'Arianna che attraversa la vicenda Alpi-Hrovatin e la fitta coltre di misteri che da vent'anni la circonda. In particolare, il servizio segreto interno ha indicato, sulla base di non meglio precisate "fonti fiduciarie", quattro somali come probabili mandanti dell'omicidio: il colonnello Mohamed Sheikh Osman (trafficante d'armi del clan Murasade), Said Omar Mugne (amministratore della Somalfish), Mohamed Ali Abukar e Mohmaed Samatar. Fatale, per i due reporter, sarebbe stato il viaggio al porto di Bosaso, dove sarebbero saliti a bordo della motonave '21 ottobre', vascello della Somalfish, e avrebbero documentato una partita d'armi marchiata Cccp. Secondo invece un'informativa del Sismi risalente alla fine del 1996 si sottolineava che, secondo ambienti dell'Olp, il mandante dell'omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin sarebbe stato il generale Aidid, signore della guerra somalo.

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Come si evince da un memorandum compilato dal Sisde nel 2002 per il Copaco (il Comitato parlamentare di controllo per i servizi segreti), il 6 maggio 1996, infatti, il Sismi aveva trasmesso al sostituto procuratore Ionta un'informativa secondo la quale il mandante dell'omicidio sarebbe il generale Aidid, l'utilizzatore finale del traffico d'armi, poi 'stornato' in Yemen per i reduci afghani. Nel dossier ampio spazio è dedicato alla figura di Giancarlo Marocchino. Factotum a Mogadiscio, legato per via della moglie somala al presidente ad interim Ali Mahdi e primo ad essere intervenuto sul luogo dell'omicidio. Secondo fonti del Sisde, Marocchino avrebbe potuto essere implicato nel delitto, forse come mandante o mediatore tra mandanti ed esecutori del duplice omicidio. Il servizio di intelligence estero ha smentito però un suo ruolo diretto nell'affaire Alpi-Hrovatin, ma non ne ha escluso uno «indiretto». Ovvero "la complicità da parte del capo della sicurezza di Marocchino agli esecutori del duplice omicidio, all'insaputa dello stesso Marocchino". Questa informativa è stata trasmessa agli organi inquirenti già il 29 dicembre del 1994. Sempre secondo il Sismi, Marocchino sarebbe stato implicato nel traffico d'armi, usando per lo scopo alcune navi della cooperazione Italia-Somalia, ma lui ha sempre negato ogni addebito e i processi che si sono svolti non lo hanno toccato.

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