Migranti, l'accusa di Don Zerai: "Complice orrori chi dà mano libera alla Libia"

Mussie Zerai, sacerdote di origine eritrea candidato Nobel per la Pace, fondatore dell'agenzia Habeisha in prima linea nella attività di salvataggio dei migranti, lancia un appello alla comunità internazionale perché nessuno possa dire "Non sapevo"

"Il blocco per le navi delle Ong a 97 miglia dalle coste africane, ordinato dal Governo di Tripoli con il nulla osta ed anzi il plauso dell'Italia e dell'Unione Europea, chiude il cerchio di quella che appare quasi una guerra contro i migranti nel Mediterraneo". L'accusa di Mussie Zerai, il sacerdote di origine eritrea candidato Nobel per la Pace, fondatore dell'agenzia Habeisha e in prima linea nella attività di salvataggio dei migranti, che ora lancia un appello alla comunità internazionale.

 "Chiunque sia artefice delle politiche di respingimento dei migranti e chiusura totale, chiunque la sostenga si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne. Domani sicuramente di fronte alla Storia ma oggi anche di fronte a una corte di giustizia".

Secondo Zerai, indagato alcuni giorni fa dalla procura di Trapani nell'ambito delle indagini sulle attività di salvataggio dei migranti, "la decisione di dare 'mano libera' alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il Processo di Rabat (2006) e proseguita con il Processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa".

"Tutto ciò - aggiunge Zerai - a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni-lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo".

Una sorte orrenda, come denunciano da anni, in decine di rapporti, la missione Onu in Libia, l'Unhcr, l'Oim, l'Oxfam, Ong come Amnesty, Human Rigts Watch, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, numerose associazioni umanitarie, diplomatici, giornalisti, volontari. Rapporti che parlano di uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri sistematici, lavoro forzato, maltrattamenti e violenze di ogni genere come diffusa pratica quotidiana.

"Chiunque sia artefice di questa politica di respingimento e chiusura totale e chiunque la sostenga - continua il parroco candidato al Nobel per la Pace nel 2015  - si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne anche di fronte a una corte di giustizia".

L'Agenzia Habeshia fa appello alla comunità internazionale e alla società civile dell'intera Europa perché contestino le scelte effettuate dalle istituzioni politiche dell'Unione e dei singoli Stati e le inducano a un radicale ripensamento, revocando tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza, oggi diverso da Paese a Paese, per arrivare a un programma unico con quote obbligatorie, condiviso, accettato e applicato da tutti gli Stati Ue.

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