Martedì, 13 Aprile 2021
Italia

In pensione con la Quota 100, a chi conviene la riforma (e chi ci perde)

La riforma del sistema previdenziale potrebbe avere più di un effetto controverso: se accompagnato dalla revoca dell'ape sociale

Pensioni e quota 100: la novità più attesa dagli italiani è senza ombra di dubbio l'abolizione della Legge Fornero, un impegno preso dai partiti che formano la maggioranza di governo e che probabilmente si tradurrà in una riforma del sistema previdenziale.

Probabilmente perché ancora, il Governo di fatto si è appena insediato, il progetto di mandare gli italiani in pensione con la famigerata "quota 100" è ancora sulla carta e ci si aspetta diverse correzioni di tiro dovendo bilanciare le proposte elettorale con le reali disponibilità di cassa. Lo abbiamo già visto con la flat tax e il reddito di cittadinanza che saranno declinati in due fasi.

Pensioni e Quota 100: le ultime notizie

Come anticipato dal portale specializzato PensioniOggi la proposta della riforma delle pensioni che potrebbe essere attuata dal governo gialloverde (o giallo blu come preferisce definirsi la nuova Lega di Salvini non più padanocentrica) consiste nell'introduzione di una quota 100 che può essere soddisfatta:

  • con 64 anni di età e 36 anni di contributi con un tetto a 2 o 3 anni di contributi figurativi;
  • un pensionamento a 41 anni e 5 mesi di contributi (i 5 mesi sono causati dalla speranza di vita che scatterebbe dal 2019) a prescindere dall'età anagrafica.

Decadrebbe tuttavia l'ape sociale che attualmente offre uno scivolo pensionistico alle categorie socialmente più deboli che hanno beneficiato dell'accordo tra Governo e parti sindacali del settembre 2016.

Sono queste le categorie che più ci perdono se la Riforma andasse in porto così come è stata ipotizzata.

Ad esempio una lavoratrice del settore privato che trovandosi senza lavoro non può più rioccuparsi in quanto ormai troppo anziana, col regime attuale dell'ape sociale potrebbe accedere con 63 anni all'assegno ponte che la accompagna alla pensione di vecchiaia.

Senza l'ape sociale - ipotizzando 37 anni di contributi - dovrebbe attendere i 67 anni per andare in pensione di vecchiaia. Con la quota 100 all'età di 64 anni.

PensioniOggi prova ad ipotizzare altre soluzioni

Antonia è una lavoratrice del settore pubblico madre di un figlio invalida civile all'80% nata nel 1956 con 29 anni di contributi frutto di carriere miste (25 anni nel pubblico impiego, 3 nel settore privato e uno nella gestione separata dell'Inps). Se l'ape sociale fosse prorogato potrebbe chiedere l'assegno ponte nel 2019 a 63 anni e 29 di contributi godendo dello sconto di un anno per un figlio e potendo unire la contribuzione mista tra più casse previdenziali con il cumulo. Se la misura fosse abolita Antonia dovrebbe, invece, attendere i 67 anni per la pensione di vecchiaia. Nessun beneficio da quota 100.

La “quota 100” conviene a chi ha tanti anni di contributi

Francesco invece è un lavoratore del settore privato nato nel febbraio 1956 ancora in costanza di attività lavorativa con 37 anni di contributi. A regime attuale non può contare sull'ape sociale in quanto non rientra in alcun profilo di tutela previsto dalla legge. Quindi andrebbe in pensione all'età di 67 anni nel 2023 con 42 anni di contributi (al netto della speranza di vita). Con la quota 100 Francesco potrebbe, invece, pensionarsi già nel 2020 all'età di 64 anni con 39 anni di contributi.

A rimetterci sono coloro che hanno lunghi periodi di disoccupazione indennizzata e integrazioni salariali alle spalle.

Mauro, ad esempio, è un lavoratore classe 1960 con 40 anni di contributi frutto di 5 anni di riscatto di laurea e 35 di lavoro effettivo. A regole attuali andrebbe in pensione tra 3 anni al raggiungimento di 43 anni e 3 mesi di contributi (al netto degli adeguamenti alla speranza di vita). Se la riforma andasse in porto Mauro potrebbe pensionarsi già il prossimo anno con 41 anni e 5 mesi di contributi.

Alberto, invece, è un lavoratore precoce classe 1960, cioè ha lavorato almeno 12 mesi prima del 19° anno ed ha perso il lavoro andando quattro anni in mobilità e maturando al termine della stessa un totale di 41 anni e 10 mesi di contributi. Il prossimo anno andrebbe in pensione con il requisito precoci studiato dal Governo Renzi nel 2017. Se la Riforma stabilisse il vincolo di non più di due anni di figurativi anche per questo canale di uscita Alberto risulterebbe danneggiato perchè dovrebbe versare i volontari per coprire gli anni "non utili" oppure attendere l'età di 64 anni per centrare la quota 100 nel 2024; se il tetto ai figurativi non fosse introdotto per Alberto, invece, non cambierebbe sostanzialmente nulla rispetto alla situazione attuale.

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