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Venerdì, 24 Maggio 2024
L'intervista / Città del Vaticano

"Il Vaticano ha paura di questa serie": parla il fratello di Emanuela Orlandi e accusa i tre papi

I manifesti con il volto della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983 tappezzano tutta Italia da giorni. Il motivo? Una serie uscita ora su Netflix fa riaccendere i riflettori sul caso Emanuela Orlandi, ancora oggi pieno di dubbi. Il fratello Pietro Orlandi racconta a Today.it i dettagli inediti della vicenda

"Quando incontrai per la prima volta la produzione, ormai tre anni fa, nessuno sapeva niente. Era proprio Netflix che lo vietava. Mi chiama una persona interna al Vaticano e mi dice: ‘Ma Pietro, ma per caso stai partecipando a un documentario sulla storia di Emanuela?’. Io negai e chiesi perché. ‘Perché in Vaticano gira questa voce…c’è un po’ di allarme, hanno paura di qualcosa’". A parlare a Today.it è Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, a soli 15 anni. Un caso ancora avvolto nel mistero, che oggi torna al centro del dibattito pubblico per via dell’uscita - il 20 ottobre scorso - di una docu-serie su Netflix dal titolo "Vatican girl".

La ragazza vaticana, ma anche la ragazza (rapita dal) Vaticano: è proprio questa la tesi portata avanti nelle quattro puntate. "Mentre in Italia cercavano di mettere la storia a tacere - ci spiega Pietro - ora andrà in onda in tutto il mondo. In 160 Paesi in contemporanea. E questa secondo me sarà davvero la svolta".

Non si sa se questa nuova attenzione mediatica riuscirà addirittura a far riaprire l’inchiesta giudiziaria, archiviata da anni: "Difficile - dichiara Pietro Orlandi - finché non trovo un magistrato che si vuole mettere di punta e ricominciare da capo per arrivare a capire. Finora non c’è stato. Qualcuno ci ha provato, come Capaldo. Che però poi è stato estromesso dal caso… Ci vuole qualcuno libero e indipendente. Sai quante volte mi sono sentito dire: 'C'è il Vaticano di mezzo, io non mi impiccio'. Nel mondo della politica, dei media, della magistratura, addirittura nel mondo della criminalità mi hanno ripetuto questa frase. Perché ricorda: il Vaticano fa comodo a tutti e tutti fanno comodo al Vaticano".

"Un prelato ci ha provato": le novità sulla pista sessuale

La vera rivelazione del documentario è quella della compagna di scuola di Emanuela, che parla per la prima volta e racconta di un prelato che si era avvicinato a Emanuela Orlandi pochi giorni prima della sua sparizione. "Questa ragazza l’avevo conosciuta quando era piccola - racconta Pietro - Anche nelle ricerca delle amicizie non me le ricordavo, poi ho ritrovato una sua cartolina. Una persona molto chiusa e timorosa. L’ho convinta perché è una cosa molto importante. Raccontò che mentre stava nei giardini vaticani, nella nostra solita tranquillità, una persona molto vicino al Papa ci ‘aveva provato’. Con un riferimento alla sfera sessuale".

Gli inquirenti non l’hanno mai ascoltata perché, secondo il fratello della ragazza scomparsa, "probabilmente gli inquirenti hanno sempre fatto riferimento alla lista di amicizie del Vaticano o della scuola di musica. Ce ne erano talmente tante! E questa amica dei tempi delle elementari era rimasta fuori…E credo che Emanuela scelse proprio lei per fare questa confessione proprio perché non apparteneva all’ambiente vaticano". Di sicuro, Emanuela non ha mai fatto riferimento a questo episodio con la sua famiglia, "Non avrebbe mai potuto - afferma Pietro -. Mio padre l’avrebbe presa per pazza! Calcola che mio nonno entrò in Vaticano nel 1920, mio padre è nato là dentro. Lì si forgia l’ambiente vaticano, che è in un certo modo. Non avrebbe mai avuto il coraggio".

Dunque la pista della pedofilia acquista con questi dettagli una nuova importanza. "Emanuela doveva sapere per forza chi era - dice indignato Pietro -. Una persona vicina al Papa non esisteva che non sapesse chi era, conoscevamo veramente tutti. L’amica testimone dice di non ricordarsi il nome… Forse ha paura a dirlo. Parliamo dell’83, quindi la pedofilia all’interno della Chiesa era veramente un tabù. Era tutto blindato. Anche se le cose già succedevano. Vi racconto un episodio di pochi anni fa, cinque o sei al massimo. Io incontrai un ex funzionario della gendarmeria vaticana che conoscevo molto bene. Mi disse: ‘Noi come gendarmeria, appena saputo della scomparsa di Emanuela, siamo andati subito con la sua foto in mano dai quei tre, quattro cardinali che sappiamo che con i ragazzini… le ragazzine… ’ Capite?!? Immagina, parliamo dell’83 e loro, con tutta tranquillità, sapevano benissimo quali era i cardinali… pedofili! Quel gendarme me l’ha detto chiaramente. Quel tentativo di approccio poteva anche servire forse per portare Emanuela da un’altra parte, o per ricattare qualcuno".

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E quando chiediamo dei nomi specifici il fratello di Emanuela non si tira indietro: "Beh, ci sono quei tre quattro cardinali che c’erano anche all’epoca. Ci sono persone, non ti dico di quella scena in particolare… Per esempio io sono convinto che il cardinale Giovanni Battista Re è a conoscenza di alcuni fatti. E l'essere a conoscenza, rimanendo in silenzio, non è che li allontana dalle responsabilità". Non è ancora chiaro, perché proprio Emanuela, e non un’altra qualsiasi ragazza. Pietro ha una sua teoria su questo: "Perché era una cittadina vaticana, e ce n’erano pochissime. È l’unica cittadina vaticana che sia stata mai rapita. Se te metti Emanuela in una situazione con una persona… E documenti quella scena, hai un ricatto molto forte, no?".

Il volto segnato da rughe d’espressione, ma gli occhi sempre vispi. Anche dopo ben 39 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, Pietro non ha mai smesso di cercare la verità. "Viva o morta la ritroverò, giuro che la ritroverò", dice. Nonostante i depistaggi, il muro di gomma del Vaticano, i tentativi da più parti di insabbiare la storia. Ha dedicato la sua vita a questa storia: "Mi manca tutto di lei - confessa -. Devo dire che eravamo legatissimi. Mi mancano anche le litigate, le prese in giro tra fratelli. Per me quando se ne è andata, rimane una giornata bruttissima. Faceva caldissimo, lei voleva che la accompagnassi a scuola di musica… E io quel giorno avevo un altro impegno e non la accompagnai. Mai avrei pensato di non rivederla mai più".

Ora non abita più in Vaticano, "ma Emanuela risulta ancora all’anagrafe vaticana come cittadina vaticana e come vivente. Io non ho voluto fare dichiarazioni di morte presunta". "Il Vaticano è un mondo diverso e a parte - continua - I giardini vaticani erano come i nostri giardini di casa. Abbiamo avuto un’infanzia felicissima. Che poi, è come un piccolo paese… Ci abitava una decina di famiglie di dipendenti. Abbiamo fatto cose da ingenui come giocare a guardie e ladri con i gendarmi che ci correvano dietro. Varcavo quel cancello e mi sentivo a casa. Ci sembrava il luogo più sicuro al mondo. Per noi il Papa e la Chiesa erano il punto di riferimento. C’era la fiducia più totale, per anni e anni. Se un Pontefice ti dice: ‘sto facendo quanto umanamente possibile’. Cosa devi fare? Non gli credi?! Solo dopo abbiamo smesso di fidarci". La sua famiglia è da generazioni credente, ma ora hanno "perso tutti la fiducia nella chiesa".

Ma come è cambiata la quotidianità di Pietro dopo la scomparsa della sorella? "Io lavoravo allo Ior, la famosa banca vaticana. Sembra assurdo, sembro il raccomandato dei raccomandati perché Giovanni Paolo II mi ha messo lì. Sei mesi dopo la scomparsa di Emanuela, io stavo veramente male, stavo iniziando a uscire di testa, e papa Wojtyla venne a casa nostra. Mi propose quel lavoro. Disse: ‘Vuoi diventare il banchiere del Papa?’. Avevo 24 anni. Mio padre tirò un sospiro di sollievo perché era preoccupato per il nostro futuro. L’unico che non voleva era Marcinkus. Poi qualche anno fa mi hanno pre pensionato. Pensavano di togliermi di torno, non capendo che da quel momento invece sarei stato più libero".

Quando gli chiediamo se questo sia mai stato un tentativo di "corruzione" per comprare il suo silenzio, lui controbatte che aveva "dei dubbi solo dell’insistenza dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus a non prendermi. Era lui che diceva ‘Ma il fratello di Emanuela… chissà cosa diranno? Questo è uno dei mille dubbi di questa storia… ".

C’è stato poi un momento più duro degli altri in questo lungo periodo: "Di momenti di illusione di aver ritrovato Emanuela viva ce ne sono stati tanti in questi 39 anni. Però, quello in cui noi eravamo veramente convinti di andare a riprendere mia sorella risale al 1993, cioè 10 anni dopo la scomparsa. Quella volta io, mia madre e mio padre ci recammo in Lussemburgo perché da segnalazioni attendibili e da foto che ci erano arrivate, sembrava che Emanuela fosse tenuta all’interno di un convento di suore di clausura. Quindi partimmo non con l’intenzione di andare a verificare ma di andare finalmente a riabbracciare Emanuela. Con noi c’era tutto il gruppo di inquirenti che indagava sulla scomparsa di mia sorella, tra cui: il giudice Adele Rando e il capo della squadra mobile di Roma Nicola Cavaliere. Furono proprio loro a portarci presso la questura di Lussemburgo. Gli stessi magistrati erano convinti che stavolta era fatta, che avevamo tutti insieme ritrovato Emanuela e noi ovviamente eravamo al settimo cielo per la gioia al punto che mentre mia madre era nella stanza dove c’era questa suora che avrebbe dovuto essere Emanuela, io insieme al dottor Cavaliere mi misi al telefono con tutti i giornalisti italiani dicendo loro 'preparatevi che torniamo in Italia con mia sorella'. Questo per dire che non avevamo dubbi, quella volta eravamo veramente convinti di averla ritrovata. E invece appena mia madre tornò dall’incontro capii subito dalla sua faccia disperata che quella suora purtroppo non era Emanuela. Da momento più felice della vita, si trasformò nel più triste".

Il silenzio assordante del Vaticano, per ben tre pontificati

Dall’83 a oggi si sono succeduti ben tre Papi e la verità ancora non è emersa. Ma ci sono state differenze negli atteggiamenti di Wojtyla, Ratzinger e Francesco? A dire di Pietro poche, visto il minimo comune denominatore del muro di gomma. "Wojtyla - afferma il fratello di Emanuela - è quello che per primo ha fatto calare il silenzio e l’omertà su questa storia. Nonostante sia stato lui a creare il caso mediatico. Perché quando dal balcone ha ricordato Emanuela, ha parlato di ‘responsabili’. Io fino a quel momento avevo paura di ritrovarmi Emanuela morta dietro un qualsiasi cespuglio. Fu proprio Wojtyla a parlare di Emanuela viva. In uno dei bollettini dell’angelus dove c’è una sorta di scaletta di ciò che farà il Papa, c’era scritto: ‘Sequestro di persona: il Papa si rivolgerà ai famigliari…’ Sono loro stessi a parlare di sequestro di persona!". In effetti, l’immagine di Giovanni Paolo II ne esce davvero male da questa serie. Ma, secondo Pietro Orlandi: "Meglio di come è nella realtà".

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Con Ratzinger le cose non cambiano. "Ratzinger ha fatto come Pilato - se ne è lavato completamente le mani. All’epoca stava quasi sempre a cena con Wojtyla, era cardinale e il suo braccio destro. Non poteva non sapere niente. Nel suo pontificato non ha mai accennato a questa storia. Sul finale però secondo me lui ha cercato di mettere un punto, quando l’ex magistrato che si occupava dell’inchiesta, Capaldo, ebbe nel 2012 un incontro con delle persone del Vaticano. Loro chiedevano un favore alla Procura: che De Pedis venisse tolto dai riferimenti con il Vaticano perché la cosa imbarazzava la Chiesa. E in cambio avrebbero dato una mano sul caso Orlandi".

Un momento molto basso, che ancora oggi non è mai stato raccontato con precisione. "Questi due emissari - incalza Pietro - Capaldo li incontrava sempre in procura ed era presente anche un’altra magistrata, la dottoressa Maisto (la magistrata è morta il 25 ottobre 2022 ndr). Gli emissari dissero che erano disposti a consegnare come ‘scambio’ un fascicolo, che conteneva alcuni dei nomi che erano stati coinvolti. L’esistenza di quel fascicolo c’è. A ribadirlo è anche il Corvo, l’informatore dell’inchiesta Vatileaks. Disse che sulla scrivania di Padre Georg, segretario di Ratzinger, c’era una cartellina con scritto ‘rapporto Emanuela Orlandi’. Quindi esiste un fascicolo. E probabilmente Giani, il comandante della gendarmeria era stato incaricato di preparare quel fascicolo. A Capaldo, che chiedeva solo notizie da dare a noi risposero: ‘Le faremo sapere…’".

Gli elementi della 'trattativa', dunque, erano questi: "La Chiesa avrebbe ridato i resti di Emanuela e in cambio la Procura avrebbe dovuto inventare una storia verosimile per togliere tutti i sospetti del Vaticano dal caso. La verità in pratica non doveva mai uscire per loro… Nel 2012 Capaldo fece una dichiarazione pubblica dicendo che c’erano persone in Vaticano a conoscenza dei fatti e disse che non riteneva necessario riaprire la tomba. Subito dopo Capaldo venne fatto fuori dal caso. Il Procuratore di Roma Pignatone si dissocia da quelle dichiarazioni, gli toglie l’inchiesta e la avoca a sé. Per quanto riguarda la tomba, la aprì. In pratica, fece tutto quello che chiedeva la Chiesa, senza niente in cambio per giunta. Archiviò tutto. E dov’è finito ora Pignatone?! Ha finito il mandato due anni fa in Procura di Roma e Papa Francesco lo ha promosso a presidente del Tribunale Vaticano", dice Pietro senza mezzi termini.

Poi, dopo Ratzinger, è stato il momento di Papa Francesco. "Io l’ho incontrato la prima volta - narra il fratello di Emanuela - una quindicina di giorni dopo la sua elezione. Nella parrocchia di Emanuela, tra l’altro: la parrocchia di Sant’Anna. Eravamo io e mia madre e lì ci disse quella famosa frase: ‘Emanuela sta in cielo’. E non aggiunse altro. Francesco ha alzato il muro più di altri e lui è a conoscenza dei fatti. Lo sostengo perché nel tempo c’è stato un incontro con Ratzinger, che aveva fatto fare da tre cardinali una sorta di Dossier delle situazioni particolari in Vaticano, riservato. Nessuno lo sa, ma non poteva certo mancare il caso Orlandi in quelle 300 pagine consegnate a mano da Ratzinger a Bergoglio".

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Abbiamo chiesto a Pietro Orlandi cosa direbbe a Papa Francesco, se potesse parlare direttamente con lui. Ecco la risposta: "Chiederei a Papa Francesco perché ci ha detto a me e mia madre che Emanuela è morta. Quando ad inchiesta aperta non si aveva la prova né della vita né della morte. Vorrei dirgli di liberarsi veramente la coscienza, perché se tu costruisci una casa sul fango, prima o poi crolla tutto. Perché sono convinto che se la verità su Emanuela dovesse venire fuori senza il vostro aiuto e nel vostro silenzio e dovesse venir fuori che c’è stata una vostra responsabilità e fino all’ultimo avete cercato di nascondere la verità… io vi assicuro che tutto il vostro mondo che va avanti da 2mila anni crollerebbe!".

"Papa Francesco ora racconta la verità su Emanuela Orlandi": l'appello di Pietro Orlandi

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