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Domenica, 4 Dicembre 2022
L'indagine

I 'Baroni del cibo': ecco le aziende che decidono cosa mettiamo a tavola e a quale prezzo

Il 40% delle sementi nelle mani di solo due multinazionali: Syngenta e Bayer. Anche fertilizzanti e materie prime sono concentrate in pochissime mani, con profitti da capogiro

Sempre più grandi nelle dimensioni, sempre più basate sull'uso del digitale. Una nuova ricerca, denominata I Baroni del cibo (Food Barons) evidenzia il dominio di un piccolo numero di giganti dell'alimentazione a livello globale, che sta aumentando grazie all'uso crescente dei "big data" e dell'intelligenza artificiale. Un cambio epocale registrato è quello geografico. Dopo anni di dominio delle aziende del Nord America ed europee, questo settore vede protagoniste Cina, Brasile e India. Non sono però mutati i metodi. Nel riordino della catena alimentare globale le aziende del Sud globale hanno adottato lo stesso modello delle loro controparti del Nord: quello basato sul sovra-sfruttamento delle risorse.

In particolare colpisce il ritmo e la portata dell'iper-industrializzazione del sistema agroalimentare cinese, capace di rivolgersi ad un colossale mercate nazionale e globale, come dimostra il gruppo cinese Syngenta, divenuto in breve tempo leader nel commercio di sementi e pesticidi. Quali sono i rischi? Lo spiegano gli specialisti dell'Etc Group, un ente di beneficenza pubblico con base in Canada che ha redatto il report: “Quando si permette a una manciata di aziende giganti di dominare in mercati non competitivi, con una scarsa supervisione normativa, esse possono usare il loro potere di mercato per estromettere i concorrenti, aumentare i prezzi, dirottare l'agenda della ricerca e sviluppo, monopolizzare le tecnologie (anche quelle difettose e inefficaci) e massimizzare i profitti”. Questi ultimi, nonostante la recente pandemia e la crisi alimentare odierna, sono aumentati al punto da creare un giro d'affari da quasi 10 trilioni di dollari. Vediamo insieme chi lo gestisce.

Le regine delle sementi

Specializzato nell'indagare i rapporti tra questioni socioeconomiche, ecologia e tecnologia, l'Etc group ha analizzato 11 settori alimentari, classificando le più grandi società che dominano ogni anello della catena del cibo a livello industriale e commerciale. Nel campo delle sementi, primo fondamentale anello della catena, resiste in cima la tedesca Bayer (23% del mercato globale). La seguono la statunitense Corteva Agriscience (17%) e la ChemChina/Syngenta (7%). La lista vede poi la Basf, il gruppo francese Limagrain/Vilmorin&Cie e la KWS. In coda la danese DLF seeds e due giapponesi: Sakata Seeds e Kanelo.

La scalata cinese

Altro dato significativo riguarda l'agrochimica : appena due aziende controllano oltre il 40% di questo mercato globale. Si tratta di Syngenta Group e Bayer. Fino a 25 anni fa la stessa percentuale era controllata da 10 aziende. Syngenta è diventata di proprietà del governo cinese attraverso le società SinoChem e ChemChina. Nel 2020 il gruppo controllava circa un quarto del mercato globale dei prodotti chimici per l'agricoltura. Il fatturato, pari a 15 miliardi di dollari, ha surclassato quello degli storici leader dell'agrochimica come Bayer e BASF. Dopo le prime due posizioni troviamo la tedesca Basf e la statunitense Corteva. A seguire ad un certo margine di distanza c'è la Upl basata in India e la Fmc negli Usa. Sempre dalla Repubblica Popolare Cinese arrivano altre 10 aziende agrochimiche nell'alveo di quelle dominanti. Tra queste c'è la Sinofert, che si piazza al settimo posto nella classifica delle imprese produttrici di fertilizzanti sintetici. 

Oligopolio estremo

Non gira meglio in termini di concorrenza nell'ambito del commercio delle materie prime agricole. La concentrazione è tale che nel 2020 sono stati solo dieci i commercianti a dominare un mercato del valore di mezzo trilione di dollari. A salire nella scala gerarchica anche qui troviamo aziende cinesi, come la Cofco, società statale specializzata in olio, zucchero e cotone, divenuta il secondo più grande commerciante di materie prime agricole al mondo con vendite di poco superiori ai 100 miliardi di dollari. In questo ambito rimane in testa la statunitense Cargill, presente in 70 nazioni e che nel 2020 ha raggiunto i 134 miliardi di dollari. In tutti gli ambiti si tratta di una concentrazione impressionante che gli autori del report non esitano a definire un “oligopolio estremo”.

Tecnologia digitale e controllo rurale

Questo dominio diventa sempre più difficile da scalfire anche grazie alle innovazioni tecnologiche. I giganti dell'agrobusiness si stanno infiltrando rapidamente nel mondo rurale, sfruttando al meglio le risorse messe a disposizione dall'intelligenza artificiale. Il rapporto sottolinea i tentativi concertati di imporre l'agricoltura digitale, tramite irroratori a drone, seminatrici robotizzate e operazioni di alimentazione animale automatizzata, fino ad arrivare a sistemi di riconoscimento facciale per il bestiame. I Big Data delle aziende agricole possono includere anche informazioni meteorologiche e previsioni sui raccolti, informazioni sul mercato delle materie prime, unità di semi acquistate e piantate, nonché il dosaggio dei fertilizzanti e le misurazioni e la mappatura degli appezzamenti.

Tutti i dati vengono raccolti, archiviati e analizzati con l'aiuto di algoritmi per prendere decisioni automatizzate in azienda. La finalità evidenziata è di aumentare l'efficienza e la redditività grazia alla cosiddetta “agricoltura di precisione”, ma gli esperti dell'Etc leggono queste tecnologie come un cavallo di Troia per erodere l'indipendenza di imprenditori agricoli e dei loro lavoratori e lavoratrici. “La piattaforma digitale Field View di Bayer estrae 87,5 miliardi di punti dati da 180 milioni di acri (78,2 milioni di ettari) di terreni agricoli in 23 paesi e li incanala nel cloud e nei server AI di Microsoft e Amazon per generare nuove strategie aziendali”, si legge nel rapporto, che prosegue: “Questi sistemi spostano i lavoratori agricoli, erodono i diritti degli agricoltori e manipolano i consumatori”.

Cibi offshore

Il rapporto evidenzia anche nuove alleanze, come quella siglata tra il Medio oriente e l'olandese Louis Dreyfus che opera in più di 100 Paesi con 17.000 dipendenti. Posizionata al settimo posto nella classifica di commercianti di materie prime, la Dreyfus nel 2020 ha venduto una quota del 45% a una holding statale degli Emirati Arabi Uniti che gestisce un patrimonio di 110 miliardi di dollari. La vendita includeva un patto a lungo termine per la spedizione di prodotti alimentari agli Emirati Arabi Uniti. Secondo il report, questi Paesi, ricchi di liquidità grazie al petrolio, stanno creando interazioni con i giganti del food per far fronte ai cambiamenti climatici attraverso la produzione offshore di cibi. Un metodo, scrivono gli esperti dell'Etc, che ha “scarsa considerazione per la sostenibilità o il concetto di autosufficienza alimentare regionale".

Prezzi alle stelle e rischio carestie

Negli ultimi mesi i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti vertiginosamente, dopo le interruzioni causate dalla guerra in Ucraina e il continuo impatto della pandemia di Covid. I profitti dei principali commercianti di materie prime e di sostanze agrochimiche si sono impennati,  ma al tempo stesso è emersa la vulnerabilità di un sistema fondato su importazioni globali, fertilizzanti e pesticidi. “Dobbiamo ricordare che la disuguaglianza strutturale e la concentrazione aziendale guidano i prezzi dei generi alimentari elevati” , ha dichiarato Jim Thomas, Direttore della ricerca dell'Etc Group, evidenziando: “L'agroindustria non è riuscita a sfamare nemmeno un terzo delle persone sul pianeta, mentre lungo il percorso ha distrutto ecosistemi, economie e società. Man mano che la catena alimentare diventa più pesante, queste aziende diventano più esposte e vulnerabili. È tempo di rovesciare, definanziare e privare i baroni del cibo del loro potere".

Agricoltori esclusi dalla terra

I danni non si limitano al controllo di ciò che dovremmo seminare e mangiare, erodendo la varietà e la resilienza dell'alimentazione, ma ha un impatto anche sul mondo del lavoro. Secondo la ricerca le aziende dominanti hanno sfruttato il Covid per digitalizzare i processi e licenziare i lavoratori a causa dell'utilizzo della tecnologia robotica in un numero crescente di Paesi. "Abbiamo scoperto una vasta ristrutturazione digitale del sistema alimentare commerciale, che comprende IA, robot, droni e blockchain", ha affermato Thomas, aggiungendo: "Le preoccupazioni riguardano la manipolazione dei clienti, la sottrazione del processo decisionale agli agricoltori, la sostituzione e il controllo algoritmico dei lavoratori della catena alimentare e i costi climatici dell'uso dei dati".

Cocktail di erbicidi

La Cina riappare con prepotenza nel campo degli erbicidi, dove è riuscita ad inserirsi con successo negli ultimi 25 anni, grazie alla scadenza dei brevetti dei prodotti di successo creati dalle concorrenti statunitensi ed europee, come Monsanto e Bayer, che si sono fuse pochi anni fa. La creazione a partire dagli anni 2000 di sementi tolleranti agli erbicidi, create e commercializzate dalle medesime aziende, ha creato un cocktail agrochimico fatale, per cui acquistando un prodotto non si può prescindere dall'altro. Pechino fornisce oggi quasi la metà di tutte le esportazioni globali di erbicidi, tra cui il glifosato. In questo campo l'altra protagonista è l'India, capace di sfornare enormi quantità di prodotti agrochimici generici e mettendoli a disposizione di un mercato molto vasto. “Le esportazioni indiane di erbicidi (in gran parte glifosato) sono cresciute del 19% all'anno tra il 2003 e il 2015”, si legge nel report. Secondo gli analisti del settore, tra il 2017 e il 2023 sono scaduti e scadranno i brevetti di oltre 100 prodotti agrochimici, per un valore di 11 miliardi di dollari. L'ampliamento da parte dei due colossi asiatici ha quindi ancora ampi margini di manovra.

Manipolazioni genetiche

In Occidente le vecchie signore dell'agrochimica non restano a guardare. Se gli Ogm di prima generazione erano stati il loro cavallo di battaglia nella metà degli anni '90, parzialmente frenati in Europa da regole stringenti, ripropongono adesso l'ingegneria genetica sotto nuove sembianze. Stavolta la manipolazione del Dna delle piante viene presentata come panacea per combattere la crisi climatica, invocata per promuovere semi esclusivi, costosi e "high tech". Le aziende di biogenetica sostengono che l'uso di queste tecnologie consenta una maggiore efficienza, permettendo ai produttori di utilizzare meno risorse preziose come acqua, fertilizzanti e pesticidi. Si tratterebbe, però, secondo gli autori del rapporto, di strumenti che servono a gonfiare le casse di Big Food senza apportare miglioramenti significativi nelle coltivazioni né alle comunità agricole. All'orizzonte si profilano nuove forme di controllo e di dipendenza, sia degli agricoltori che dei consumatori.

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