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Domenica, 29 Maggio 2022
Alfonso Bianchi

Opinioni

Alfonso Bianchi

Giornalista Today

Le pagelle della diplomazia europea nel conflitto tra Russia e Ucraina

Nella diplomazia l'Europa si è mossa come al solito in ordine sparso, alternando tentativi di azioni comune a interventi diretti di capi di Stato e di governo, alcuni più incisivi, altro più deboli, altri completamente nulli o inutili. Abbiamo provato a dare dei voti quantomeno agli sforzi messi in campo per provare a evitare prima e a porre fine poi, all'invasione.

Emmanuel Macron 7

Fin dall'inizio della crisi, prima ancora dell'invasione, la Francia ha provato a essere in prima linea nella diplomazia, con il presidente Emmanuel Macron che è stato il primo a recarsi a Mosca per parlare direttamente con Vladimir Putin. Parigi è il Paese con maggiore autonomia energetica (dipende per un misero sei per cento dal gas russo) e dall'addio del Regno Unito aspira ad essere la forza trainante della Difesa europea. L'accoglienza riservata a Macron, che aveva presentato il suo viaggio come risolutivo, è stata piuttosto fredda da parte di Putin che, non solo lo ha tenuto a distanza (fisica e politica) ma ha anche ribadito che non parlava a nome dell'Europa. Insieme al tedesco Scholz ha poi provato l'ultimo disperato tentativo di evitare l'invasione, con una teleconferenza a tre, che è stata però inutile. Pochi giorni fa l'inquilino dell'Eliseo ha avuto un'altra lunga telefonata di oltre un'ora con Putin, l'unico che ha avuto con lui un contatto diretto dallo scoppio del conflitto. Il risultato è stato rappresentato benissimo dalle foto diffuse da Parigi che mostravano un Macron affranto per non dire disperato. Insomma non grandissimi risultati, ma almeno sembra averci provato in tutti i modi.

Olaf Scholz 6

La Germania è stato il secondo grande protagonista dei tentativi di trovare una soluzione diplomatica con Putin, dopotutto insieme alla Francia è stata la protagonista dei negoziati del cosiddetto “formato Normandia”, che portarono ai (purtroppo inutili) accordi di Minsk. Subito dopo Macron anche Olaf Scholz si è recato a Mosca, e come il collega francese ha ricevuto un'accoglienza tutt'altro che calorosa. A gennaio la giovane ministra degli Esteri, la Verde Annalena Baerbock, fu una delle prime a incontrare Sergei Lavrov, il potentissimo capo della diplomazia russa. Nonostante la sua inesperienza la politica tedesca non ha sfigurato di fronte a quello che è uno dei principali esperti di geopolitica mondiale, e considerato un vero osso duro nelle negoziazioni. Da subito ha minacciato di far saltare il progetto del Nord Stream 2, cosa che poi Berlino ha davvero fatto dopo l'invasione.

Mario Draghi 4

L'Italia è stata la grande delusione e ha dimostrato scarsissime capacità di intervenire per provare a trovare una mediazione con la Russia, fosse anche soltanto per difendere gli interessi nazionali. Mario Draghi ha avuto una telefonata con Putin a inizio febbraio, poi ha provato a far saltare l'incontro delle aziende europee con il presidente russo, ma nessuno lo ha ascltato. Lo stesso premier poi si è fatto “blastare” dall'ucraino Volodymyr Zelensky perché il giorno in cui avrebbero dovuto sentirsi telefonicamente, dopo l'attacco, il leader di Kiev inizialmente non ha potuto rispondere, e Draghi alla Camera ha riferito di non essere riuscito a richiamarlo. “La prossima volta sposterò la guerra per lui”, ha scritto su Twitter l'ucraino. La telefonata c'è stata poi solo il giorno dopo. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, pure non ha mostrato grandi capacità. Lavrov lo ha accusato di avere “una strana idea di diplomazia”, dopo che il rappresentate del governo italiano aveva detto di voler chiudere tutti i canali diplomatici fino a quando non ci sarebbe stata una de-escalation. Poi in tv ha definito Putin un “animale”, un commento che forse tocca la pancia degli italiani indignati per l'invasione, ma poco adatto alla persona che dovrebbe comunque trattare con una potenza straniera in guerra per convincerla a fermare un attacco.

Josep Borrell 6

Quello di Alto rappresentante per la Politica estera dell'Ue è un ruolo non semplice, si tratta di una sorta di ministro degli Esteri che però non è un ministro degli Esteri, ma più un mediatore tra i 27 rappresentanti delle diplomazie dei Paesi membri. Un bel casino. Lo spagnolo Josep Borrell non è certo il più carismatico che abbia mai ricoperto questo ruolo, né ha dimostrato particolari capacità di leadership, ma bisogna riconoscere che dopo una partenza piuttosto lenta, è riuscito a dare un'accelerazione al suo operato. Il giorno stesso in cui Putin annunciò di riconoscere le due repubbliche indipendentiste Donetsk e Lugansk, aveva presieduto un Consiglio in cui il massimo delle decisioni prese erano state cinque sanzioni a personalità della Crimea. Bruxelles sembrava essersi fatta prendere del tutto alla sprovvista. Da allora in poi ha però gestito le difficili trattative sulle sanzioni vere, facendo approvare in pochi giorni ben tre pacchetti, mentre nel 2014 dopo l'annessione della Crimea si dovette aspettare l'abbattimento del volo della Malaysia Airlines perché qualcuno fosse sanzionato. Ora, dopo l'approvazione di un quarto pacchetto di misure restrittive, sta rimettendo l'Europa in prima linea nella lotta, almeno economica, contro la Russia, insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito.

Ursula von der Leyen 6

La presidente della Commissione europea non ha avuto un ruolo di primo piano nei tentativi diplomatici con la Russia, e di fatto non era il suo ruolo, ma le va dato atto di essersi mossa in tempo a febbraio per trattate con Stati Uniti, Qatar, Egitto, Azerbaigian e Nigeria e assicurare l'arrivo in Europa di 120 navi cariche di Gnl, il Gas naturale liquefatto, e l'impegno alla consegna di altre 200. Questa è stata una mossa strategica e lungimirante che ha tolto le pressioni sull'Ue riguardo a una possibile rappresaglia russa e un taglio delle forniture. È stata lei poi a spingere per sanzioni più dure contro Mosca e a insistere per escludere alcune banche russe dal sistema Swift, ritenuta la mossa economica 'nucleare'.

Viktor Orban 6

Il premier ungherese non ha manco mai provato a dire qualcosa per provare fermare il conflitto, ma con una serie di mosse tattiche e di equilibrismi ha provato (come sempre) almeno a difendere gli interessi del suo Paese e a far passare la sua linea sui migranti. Diviso tra l'alleanza all'Unione europea e alla Nato, e la grande vicinanza alla Russia di Vladimir Putin, da una parte ha detto sì alle sanzioni contro Mosca, ma dall'altra non ha voluto immischiarsi in alcun modo nel conflitto e non ha nemmeno preso in considerazione di inviare armi o aiuti a Kiev. Pressato dall'Alleanza atlantica ha poi accettato di far passare truppe e armamenti sul suo territorio, ma ha vietato che andassero da lì direttamente in Ucraina. Trucchi e machiavellismi ce gli hanno permesso di mantenere buoni rapporti con tutti. Durante la discussione sull'accoglienza dei rifugiati ha spinto e ha fatto passare la linea per cui l'ingresso nei Paesi europei doveva essere assicurato solo agli ucraini, e non a africano o arabi presenti nel Paese. Una accoglienza a metà per cui i rifugiati non sono tutti uguali, e quelli bianchi e slavi valgono di più. Eticamente non la cosa più alta del mondo, ma per Budapest una vittoria. Almeno ha tutelato i propri interessi.

Boris Johnson 8

È nei momenti di crisi che da sempre Boris Johnson dà il meglio di sé. Quando sembrava ormai travolto dagli scandali per le feste al numero 10 di Downing street, ecco che la crisi lo ha riportato nel ruolo di leader carismatico. Ai britannici va dato atto di essere stati i primi, insieme agli americani, ad aver lanciato l'allarme sul rischio di una guerra. Mentre in Europa nelle cancellerie dormivano ancora, a dicembre Johnson già ordinava ai congiunti di tutto il personale diplomatico britannico a Kiev di lasciare immediatamente il Paese. Da allora non ha mai creduto alla storia delle esercitazioni militari e ha provato a spingere gli altri a fare altrettanto. La sua Segretaria di Stato agli Esteri, Liz Truss, non ha brillato per capacità diplomatiche in realtà, e la sua visita a Mosca è sembrata più una formalità che un viaggio per provare davvero a trovare una soluzione, ma quando si è trattato di imporre sanzioni il Paese ha scelto da subito la linea dura e alla fine è arrivato a colpire addirittura Roman Abramovic, che pareva essere intoccabile a Londra. Johnson è stato poi il leader che ha mostrato maggiore vicinanza a Zelensky, il primo a mandare armi, ancora prima dell'invasione, e quello che ha avuto contatti più costanti con Kiev. La parola d'ordine di Londra è: Putin must fail, Putin deve fallire nel suo tentativo di conquistare il Paese. Al momento sembra difficile che possa fallire, ma se lo farà i britannici si guadagneranno sicuramente un posto d'onore tra gli alleati dell'Ucraina.

Pedro Sánchez (e altri) N.P.

Il premier spagnolo, Pedro Sánchez , ma come lui quello portoghese, António Costa (ma anche altri come il cancelliere austriaco Karl Nehammer) sono assolutamente non pervenuti, non hanno provato neanche a intervenire in un conflitto che gli interessava relativamente e su cui, molto probabilmente, anche volendo non avrebbero avuto comunque modo di essere incisivi. Forse perché Spagna e Portogallo non sono sono lontanissimi, ma non hanno minimamente bisogno del gas russo, e anche da questo punto di vista non avevano grandi interessi in capo. Di mandare armi all'Ucraina non ci hanno nemmeno pensato.

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