Mercoledì, 17 Luglio 2024
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Leila Kaouissi, combattere l'anoressia grave su TikTok. I disturbi alimentari in mano all'algoritmo e al voyeurismo del pubblico

L'inizio della cura, il percorso psichiatrico, la ri-alimentazione, il tso. Tutto vissuto sotto l'occhio di mezzo milione di follower, come in un Truman Show. È la storia della tiktoker 18enne, tra le più seguite del momento. E, proprio come lei, sono in molti a parlare di Dca sulla piattaforma cinese, tra buone intenzioni, ipocrisia e fame d'attenzione. Ma a quale prezzo? Ne abbiamo parlato col dottor Leonardo Mendolicchio

Leila Kaouissi sta trascorrendo questi giorni di dicembre in un reparto di psichiatria, dove sta affrontando un nuovo capitolo di quella lotta alla anoressia che combatte da cinque anni. E su TikTok, dove ad osservarla nella sua battaglia ci sono mezzo milione di persone, le cui parole sono capaci spesso di rincuorarla ma talvolta anche di farla scoppiare in lacrime. In un video, Leila racconta il coraggio di tornare finalmente a mangiare un integratore. E i follower applaudono. In un altro, Leila rifiuta un ricovero. E loro la rimproverano. Proprio dieci giorni fa, una vera e propria shitstorm si è scatenata contro la 18enne di origine marocchina, che non ha trovato la forza di entrare in una struttura per disturbi del comportamento alimentare ed iniziare un percorso di cure, sebbene il personale medico fosse pronto ad accoglierla. Ad invitare tutti a rientrare nei margini ci ha pensato in quel caso la mamma Lisa Douhabi, spesso sua complice nei video, che ha chiesto di non riservare tanta cattiveria "ad una persona in pericolo di vita" perché "dovete sapere che è troppo sensibile". E perché Leila a staccarsi dai social proprio non riesce: rappresentano una "tempesta perfetta" per la sua malattia affamata d'attenzione.

Insomma, in quest'epoca in cui siamo tutti impegnati a raccontare il grande reality show della nostra vita sul grande set dei social network, viene da chiedersi se quello di Leila, condotto dall'algoritmo della piattaforma cinese ed osservato da una zelante platea di utenti, faccia davvero bene alla sua protagonista e al suo pubblico. E se la sua storia non sia l'occasione giusta per analizzare i lati meno nobili di quella filosofia dello "sharing is caring" ("la condivisione è cura"), che è ombrello di tante battaglie mediatiche intitolate alla salute mentale, ma in cui spesso l'amore dei follower diventa un alibi per il voyeurismo, come ci spiega il dottor Leonardo Mendolicchio, responsabile della U.O. Riabilitazione dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione presso Auxologico Piancavallo e del centro ambulatoriale di Piancavallo (che è peraltro la struttura in cui Leila sarebbe dovuta entrare, a quanto lei stessa ha raccontato) e che intervistiamo più avanti. 

@leilakaouissi0

♬ suono originale - Leila Kaouissi

La storia di Leila, dall'inizio

Ma prima - per capire la portata del fenomeno di cui Leila è simbolo - qualche numero e un breve racconto della sua storia dall'inizio, utile soprattutto per chi, non avendo TikTok, non conosce la filosofia della piattaforma. Piattaforma che si propone come l'anti-Instagram, ovvero come un luogo di racconto realistico, disinvolto e quindi opposto al mondo patinato e finto degli influencer di Meta. Qui infatti ai suoi follower (quelli che lei chiama "cuoricini" o "la mia seconda famiglia"), Leila racconta in modo crudo la sua battaglia ai disturbi alimentari, cominciata a 12 anni, quando ha lasciato la città di Rabat, in Marocco, di cui è originaria, per curarsi all'estero. Lo fa sull'attuale account giorno dopo giorno da inizio ottobre, dopo che, quest'estate, la famiglia l'avrebbe ritrovata per strada in gravi condizioni "sia fisiche che psicologiche" dopo che era sparita di casa. Lo farebbe senza alcuno scopo di trasformare questo racconto in guadagno, spiega a Today la mamma Lisa. 

A quel ritrovamento, confida ancora Leila, sono seguiti due giorni in rianimazione e più ricoveri, un tso (trattamento sanitario obbligatorio), ritorni a casa e poi ritorni in clinica, in un andirivieni che dura tutt'ora. E che lei testimonia via social, con ring light che la illumina il viso e sondino al naso: il percorso psichiatrico, la ri-alimentazione, la perdita del ciclo (e il ritorno, a novembre), la perdita dei capelli ("per questo indosso sempre un cappellino"), la fiducia nei medici ma la fatica di mangiare, la voglia di "tornare ad essere la Leila di un tempo" ma il tormento di una malattia che "rischia di farti perdere amici perché vuole essere la tua unica amica". Con lei spesso c'è la mamma, Lisa appunto, ex stilista sposata con un architetto, che nel frattempo ha aperto un proprio profilo da circa 30mila follower, perfettamente in linea con una tendenza che accomuna molti genitori di creator, che diventano anch'essi celebri di riflesso. Insieme, le due provano a gestire le decine di migliaia di visite al profilo della ragazza (ci sono video che arrivano anche al milione di visualizzazioni, ndr). 

Ed è stata proprio la mamma, giorni fa, a lanciare un appello in cerca di una struttura per il ricovero: "Aiutateci o sarà troppo tardi". È inizio dicembre. L'appello diventa virale, la struttura viene trovata ed annunciata in diretta con 30mila spettatori. Leila, almeno all'apparenza ed almeno a favore di smartphone, si dice pronta a partire ("Mi giocherò al massimo questa opportunità. Ce la farò per voi che avete creduto in me e per i miei genitori"). Poi però, qualche giorno dopo il grande annuncio, di annuncio ne arriva un altro: il coraggio di entrare in clinica non l'ha trovato. Non è stata pronta a dividersi dalla sua famiglia. La situazione precipita. I follower s'infuriano, parte una valanga di critiche. Parte la polemica. Leila decide allora di lasciare i social: "È troppo pesante ricevere così tante critiche. Posso assicurarvi che mi avete distrutta", dice tra le lacrime in un video oggettivamente straziante.

L'intervista a Lisa Douhabi, mamma di Leila: "Nessuno conosce l'inferno in cui viviamo, ma tutti giudicano. I social? A mia figlia non fanno male" 

Tre giorni dopo però torna online. È ricoverata in un reparto psichiatrico. E i social network sono un magnete da cui proprio non riesce a prendere le distanze. "Mi dicono di allontanarmi dai social, ma è la mia vita e sono libera di esprimermi come voglio. Non sto facendo niente di male, anzi mi sto impegnando molto", dice. Ed anzi chiede scusa, chiede "tantissimo scusa": "Magari mi avete scritto quei commenti per aprirmi gli occhi". 

@leilakaouissi0 Indila sempre nel cuore 💓 #perte#fyp#indila#parati#tiktokita#mama ♬ son original - Songstoryfy

@leilakaouissi0 Réponse à @Agnese Spataro ♬ Viva La Vida - Coldplay

@leilakaouissi0 Vi piace la zucca 🎃? #foodlover#zucca#perte#fypシ ♬ The Lion King: Circle Of Life - Geek Music

Un Truman Show condotto dall'algoritmo

"Quei commenti" a cui fa riferimento Leila sono della natura che riportiamo nelle immagini di seguito. E offrono la sensazione di un Truman Show, con decine di migliaia di follower che si caricano della presunzione di poter influenzare - invano - l'esito di un percorso clinico. "Leila da oggi hai perso la nostra fiducia e ti sta bene", scrive qualcuno. "Ci hai deluso". "Non puoi farci questo" è il leit motiv. Un'onda di risentimento che si autoalimenta grazie alla natura stessa della piattaforma e dei social network in generale.

Sui social infatti l'emotività è tra le monete più preziose. E le dinamiche algoritmiche di TikTok (e non solo di TikTok, ribadiamo) fanno sì che, cavalcando un argomento in trend, la piattaforma porti traffico al proprio profilo. Accade così che molti cavalchino l'argomento e che si crei un vortice di spettacolarizzazione del dolore di cui tutti sono protagonisti secondari: l'obiettivo è ufficialmente supportare Leila, ma spesso le reali intenzioni possono essere quelle di ottenere visibilità. Tra questi utenti, ci sono anche pagine di natura ambigua, che poi, una volta ottenuto il "bottino" di traffico desiderato, lo usano per sponsorizzare propri interessi. Leila questo lo sa: "Parlate di me solo per avere più like", dice ad alcuni. 

Un commento sotto il video di Leila_censored

Un altro commento sotto al proflo di Leila 3_censored

Gli account n sostegno di Leila

Disturbi alimentari: TikTok è un saltafila per le liste d'attesa? 

Tra coloro che si sono esposti sulla vicenda, ma stavolta in buona fede, c'è Maruska Albertazzi, giornalista attiva nella lotta ai disturbi alimentari, che ha sottolineato come, con la storia di Leila, il rischio è che passi l'idea che, nelle lunghissime liste d'attesa esistenti per chi soffre di disturbi alimentari, TikTok diventi un "saltafila" per i vip. A rispondere è proprio Mendolicchio, responsabile del Piancavallo, struttura in cui Leila aveva detto che sarebbe entrata, per poi sottrarsi. "Abbiamo fatto tanti ricoveri su pazienti gravi bypassando le liste d'attesa - chiarisce subito il dottore - È stata proprio una collega del territorio a segnalarci il caso di Leila, e sfido chiunque a contestare la gravità della sua situazione. Le persone che bazzicano i social devono sapere che esistono delle leggi e che vanno rispettate: la costituzione dice che i bisogni di salute sono prioritari rispetto a tutto il resto, liste d'attesa comprese. Leila non sarà né il primo né l'ultimo caso che, per un criterio di gravità, le scavalca. Peraltro lei era in lista c'era da tre mesi". 

"Chi soffre di disturbi alimentari ha un terribile bisogno di attenzione, ogni singolo sguardo diventa una droga"

Ma, al di là degli aspetti puramente burocratici ed una volta chiarita l'infondatezza delle accuse, che cosa pensa il dottore dell'esposizione di ragazze che si trovano in una situazione simile a quella di Leila? "Le ragazze che hanno un disturbo alimentare hanno un terribile bisogno di catturare lo guardo degli altri proprio perché si sentono inadeguate e schiacciate da un giudizio che le devasta", risponde Mendolicchio. "Ed ogni singolo sguardo di compiacenza e di affetto per loro è come se fosse una droga: è chiaro che i social diventano così una casa di risonanza potentissima. Ed è chiaro che lì l'esposizione può essere un problema. Quando però le ragazze si curano bene, questa fame di riconoscimento prende poi un piega molto più naturale e fisiologica".

Inaspettatamente una shitstorm - caso che è capitato a Leila - non è il pericolo principale. "Questo non mi preoccupa - sottolinea infatti Mendolicchio - Perché le ragazze che hanno un disturbo alimentare hanno, purtroppo o per fortuna, una corazza rispetto ad eventuali giudizi. L'anoressia le difende anche dalle contestazioni. Il vero dramma è semmai un altro, ovvero che, secondo me, la parola di Leila cade in un vuoto mostruoso. Lei pensa di dire qualcosa a qualcuno, ma questo qualcuno non c'è. Dall'altra parte infatti ci siamo noi che ci nutriamo in modo voyeuristico delle sofferenze degli altri. Noi che siamo una corte di famelici spettatori che, per quanto impietosita, in realtà gode di tutto questo. Dall'altra parte c'è un algoritmo che sfrutta economicamente questo bisogno voyeuristico delle persone e che fa i suoi comodi". 

Perché vietare alle ragazze ricoverate di postare?

Mendolicchio, ad esempio, vieta che le ragazze ricoverate postino sui social luoghi, fatti o persone che riguardano il ricovero stesso, oppure che postino momenti del proprio percorso, se non dopo averlo condiviso con l'equipe. "Ci deve essere un momento in cui le ragazze si disintossicano da questo meccanismo di riconoscimento che avviene attraverso i media e ricominciano a cercarlo in modo naturale attraverso la vita reale, tra medici, infermieri, genitori, pazienti", spiega. "Io non voglio che la cura diventi cura spettacolo: la cura è un momento in cui uno deve inevitabilmente faticare e soffrire. Poi, al di là di questa considerazione morale, mi interessa che questo sistema di gratificazione, che vive attraverso l'idea di catturare l'attenzione degli altri, torni ad essere dal vivo e non funzionale ai meccanismi un po' cortocircuitanti dei social". 

I Dca spopolano su TikTok. Tra ipocrisia e fame d'attenzione

Allargando ancora lo sguardo oltre il caso Leila, è possibile notare come su TikTok i Dca siano tra i temi più trattati, complice anche la giovane età di chi frequenta la piattaforma, popolata perlopiù da adolescenti e under 30. Ci sono creator che mettono la battaglia contro i Dca al centro del loro account, al centro del loro business. In questi ultimi casi, il leit motiv è proprio "sharing is caring", appunto, ovvero "parlo dei miei disturbi nella speranza che parlarne possa aiutare chi sta vivendo una situazione simile". Ma fa davvero bene a chi parla e a chi guarda? "No", risponde con convinzione Mendolicchio. "E lo dico io che faccio della comunicazione il mio mantra, io che con il programma Fame d'amore mi sono profondamente esposto rispetto all'importanza di parlare di disturbi alimentari. Ma un conto è fare una comunicazione meditata, ragionata e filtrata, altra questione è invece che ne parlino tutti: questo è un po' pericoloso".

"Io credo - spiega ancora - che la motivazione che queste ragazze adducono è in realtà una motivazione di facciata. La verità è, anzitutto, che questi sono temi che sui social tirano tantissimo. E che in giro c'è grossa fame di riconoscibilità. È su questo bisogna riflettere. Sul fatto che il riconoscimento sociale non passa più attraverso i circuiti classici dello studio e dell'abnegazione, ma attraverso i due milioni di follower". Quindi conclude con un aneddoto: "Tempo fa ho visitato una sedicenne che soffriva di disturbo bulimico. Accanto a lei, la mamma mi diceva che la ragazza aveva tutta una sua attività social sul tema. Beh, capisce bene che quando tutto questo diventa una piccola azienda, ciò impatta nell'equilibrio psichico. E fa la differenza". 

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