L’infermiera simbolo della lotta al coronavirus al Festival di Venezia: “E’ un sogno. Ma domani torno a lavoro”

Sul red carpet anche Alessia Bonari, l'infermiera di Grosseto protagonista della foto social che la mostrò segnata dai lividi sul volto durante il pieno dell’emergenza sanitaria

Alessia Bonari

La foto dell’infermiera di Grosseto Alessia Bonari con il volto duramente provato dalla fatica e segnato dai lividi della mascherina e delle lenti protettive necessari per proteggerla dal coronavirus, rimarrà nell’immaginario collettivo come simbolo iconico del periodo di piena emergenza sanitaria. Ieri, come emblema di speranza verso una graduale e definitiva uscita dal periodo più buio segnato dalla pandemia, quello stesso volto era illuminato da un sorriso radioso, tra i protagonisti assoluti della serata del Festival del Cinema di Venezia.

Alessia Bonari: l'infermiera di Grosseto al Festival di Venezia

“Sono felice di rappresentare qui, sempre e ovunque, la mia categoria. Sì è vero, tutto questo è un sogno. Ma domani torno a Milano. Al lavoro”, sono le parole registrate dal Messaggero dell’infermiera 23enne rimasta alla Mostra di Venezia per 48 ore, giusto il tempo di ricevere il premio 'Personaggio dell’anno' e andare via. Fasciata in un raffinatissimo abito nero, Alessia ha rivolto ai fotografi lo sguardo timido di chi ai flash non è abituata, dedita com’è a una quotidianità tanto lontana dai riflettori quanto indispensabile alla vita di una collettività che ha solo da dire grazie a chi, come lei, c’è stato e continuerà ad esserci.    

La foto di Alessia Bonari con i segni della mascherina: "Non vanificate i nostri sforzi"

A marzo scorso, nel picco dell’allarme sanitario che gettava nel panico l’Italia intera, Alessia Bonari lanciava su Instagram un appello che a colpi di like diffondeva la carica virale dell’impegno infaticabile di tutta la categoria del personale sanitario italiano. “Sono un'infermiera e in questo momento mi trovo ad affrontare questa emergenza sanitaria. Ho paura anche io, ma non di andare a fare la spesa, ho paura di andare a lavoro. Ho paura perché la mascherina potrebbe non aderire bene al viso, o potrei essermi toccata accidentalmente con i guanti sporchi, o magari le lenti non mi coprono nel tutto gli occhi e qualcosa potrebbe essere passato”, scriveva la 23enne di Grosseto in servizio a Milano, a corredo del primo piano del suo volto sconvolto dalla stanchezza e dai lividi della mascherina. "Sono stanca psicologicamente, e come me lo sono tutti i miei colleghi che da settimane si trovano nella mia stessa condizione, ma questo non ci impedirà di svolgere il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto”, si leggeva ancora, fino al messaggio definitivo: “Quello che chiedo a chiunque stia leggendo questo post è di non vanificare lo sforzo che stiamo facendo, di essere altruisti, di stare in casa e così proteggere chi è più fragile (…) Voi fate la vostra, ve lo chiedo per favore".

Sono i un'infermiera e in questo momento mi trovo ad affrontare questa emergenza sanitaria. Ho paura anche io, ma non di andare a fare la spesa, ho paura di andare a lavoro. Ho paura perché la mascherina potrebbe non aderire bene al viso, o potrei essermi toccata accidentalmente con i guanti sporchi, o magari le lenti non mi coprono nel tutto gli occhi e qualcosa potrebbe essere passato. Sono stanca fisicamente perché i dispositivi di protezione fanno male, il camice fa sudare e una volta vestita non posso più andare in bagno o bere per sei ore. Sono stanca psicologicamente, e come me lo sono tutti i miei colleghi che da settimane si trovano nella mia stessa condizione, ma questo non ci impedirà di svolgere il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto. Continuerò a curare e prendermi cura dei miei pazienti, perché sono fiera e innamorata del mio lavoro. Quello che chiedo a chiunque stia leggendo questo post è di non vanificare lo sforzo che stiamo facendo, di essere altruisti, di stare in casa e così proteggere chi è più fragile. Noi giovani non siamo immuni al coronavirus, anche noi ci possiamo ammalare, o peggio ancora possiamo far ammalare. Non mi posso permettere il lusso di tornarmene a casa mia in quarantena, devo andare a lavoro e fare la mia parte. Voi fate la vostra, ve lo chiedo per favore.

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