Mercoledì, 3 Marzo 2021

Il caso Veneto e il mistero del contagio che non si ferma

Il tasso di contagiosità arriva al 36% e la regione ha ormai superato stabilmente la Lombardia per numero di casi. Sotto accusa la variante inglese e il comportamento dei cittadini. Zona rossa a gennaio?

In Italia c'è una regione dove il tasso di contagiosità del coronavirus Sars-CoV-2 ha raggiunto il livello-monstre del 36%, ovvero tre volte quello nazionale. Il Veneto ieri ha registrato 2523 contagiati, il numero più alto d'Italia, e 33 morti: risulta la regione più colpita dal 5 dicembre e il fatto che il contagio non si fermi mentre anche territori come la Lombardia riescono attualmente a passarsela meglio resta un mistero senza spiegazioni. 

Il caso Veneto e il mistero del contagio che non si ferma

O meglio, una ce n'è: il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico Agostino Miozzo in un'intervista rilasciata a La Stampa rifiuta il collegamento con la variante inglese e punta invece il dito sulla zona gialla: "Non mi azzarderei a fare una correlazione di questo tipo, nonabbiamoancoraunarisposta certa, è una questione da approfondire. Il Veneto è sempre rimasto “giallo” e questo forse ha influito sulla circolazione del virus, ma non è stata l’unica regione a tenere tutto aperto, quindi non è una spiegazione sufficiente. Un altro fattore può essere il numero di tamponi che lì si fanno". In ogni caso, ricorda oggi proprio La Stampa, alla vigilia di Natale l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie ha individuato sul territorio tre campioni di pazienti positivi al Covid nella variante inglese.

Ad annunciarlo è stato il presidente Luca Zaia. Si tratta di due donne e un uomo, non collegati tra loro, della provincia di Treviso e Vicenza, ora isolati a casa con solo un po’ di febbre. Ma Zaia durante la conferenza stampa ha anche svelato che nel mese di novembre sono state trovate nella sua regione otto diverse varianti del Sar-Cov-2, due delle quali non ancora trovate in Italia quindi presumibilmente tipiche del territorio. 

«Ci chiedevamo perché oggi abbiamo poche terapie intensive in Veneto rispetto alla prima ondata e oggi abbiamo la risposta: è un virus diverso». A spiegarlo è Luciano Flor, direttore regionale della Sanità parlando dei risultati dello studio dell'Istituto Zooprofilattico. «Questa ondata è particolarmente epidemica», ha poi aggiunto Flor ribadendo che il virus attualmente in circolo nella sua regione non ha nulla a che vedere con le mutazioni e quindi i contagi della scorsa estate.

La regione continua in questa seconda ondata ad avere un numero molto alto di contagiati e un record registrato il 24 dicembre: 5010 nuovi positivi. La stessa Ricci tende a gettare acqua sul fuoco: "Sicuramente il virus è molto presente in Veneto, ma non a livelli drammatici. L’indice Rt è di poco sopra l’1 e bisogna lavorare perché vi torni sotto", dice oggi, ma ammette che "è successo l’opposto che in Lombardia. Nella prima fase il Veneto si è difeso bene e la popolazione è rimasta sostanzialmente intoccata. Questo paradossalmente ci svantaggia adesso, perché il virus magari in una variante più contagiosa trova le praterie. Va ricordato che qui la seconda ondata è partita in ritardo, per cui sta succedendo ora ciò che altrove è avvenuto un mese fa". E adesso? 

Cosa succede a gennaio: il ritorno della zona rossa e arancione e le regioni a rischio

La zona rossa in Veneto è destinata a tornare?

Adesso è molto probabile che la zona rossa in Veneto sia destinata a tornare anche dopo il 7 gennaio, quando scadranno le restrizioni di Natale 2020. Non lo vuole dire la stessa Ricci, non lo dice nemmeno Luca Zaia ma sembra questa l'unica soluzione possibile per la regione che fino a novembre è stata il modello del resto d'Italia per le sue capacità di tracciamento e per la sanità che ha retto all'urto dell'epidemia. Anzi, probabilmente sarà il caso Veneto a offrire il destro per ripensare anche il modello dei ventuno parametri che ha determinato il colore di tante regioni. Il Corriere della Sera spiega oggi che l'esperienza delle ultime settimane sta dimostrando come possano bastare anche pochissimi giorni di troppo in zona gialla per assistere alla nascita di nuovi focolai. Nel processo di valutazione complessivo sui diversi colori potrebbe, insomma, diminuire il peso specifico dei posti letto in intensiva che ha tenuto giallo il Veneto fino agli esiti di questi giorni. 

Di «terapie intensive dopate» per restare in area gialla ha parlato a lungo nelle scorse settimane il segretario regionale di Anaao, sindacato dei medici ospedalieri, Adriano Benazzato. Suo l’allarme sulle «braccia» che scarseggiano: medici, infermieri e operatori sono troppo pochi e allo stremo, «già a dicembre 2019 la Regione certificava che mancavano 149 anestesisti all’appello». Figure fra le poche titolate ad operare in terapia intensiva.

L’effetto domino, infatti, non si ferma qui. Se i 1.000 posti letto di terapia intensiva esistono davvero con tanto di spazi e attrezzature già pronte, ciò che scarseggia sono le risorse umane. L’upgrade a letti, respiratori e monitor è stato fatto in maniera impeccabile ma i bandi per nuove assunzioni di medici, infermieri e operatori vanno deserti. Con il risultato che l’attività ordinaria, non emergenziale e gli screening sono rinviati anche di parecchi mesi.

Per Domenico Crisarà, segretario Fimmg in Veneto, ai 21 parametri ce n’è uno da aggiungere: "La responsabilità dei cittadini che in Veneto è mancata".

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