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Mercoledì, 8 Febbraio 2023
Le regole di Cosa nostra

Cosa c'è nello "statuto" scritto della mafia e quel boss che voleva fare l'autista dei magistrati

Dal blitz portato a termine dai carabinieri a Palermo emerge anche l'esistenza di un codice, citato durante un summit, "scritto dai padri costituenti". Ecco le regole dei boss

"C'è lo statuto scritto dai padri costituenti". Non si riferiva certo alla Costituzione, il boss Pietro Badagliacca, ma al codice di Cosa nostra. Ed è a questo documento (che richiama alla memoria il foglio con le regole mafiose ritrovato quasi 16 anni fa nel covo del "barone" di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, al momento del suo arresto) e ai "principi" fondamentali dell'organizzazione che si richiamava durante un acceso summit. Nel vertice si sarebbe discusso anche dell'estromissione di un altro arrestato dai carabinieri, il vecchio "Ninì", ovvero Antonino Anello. Ne nasceva quasi un discorso di politica mafiosa, in cui il più giovane Gioacchino Badagliacca, rivendicava il regime a suo dire "democratico" vigente nell'organizzazione e i suoi presunti fini "solidaristici": "Un uomo d'onore è una persona integra dentro, non ho mai creduto nella Cosa nostra a scopo di lucro, ho sempre creduto, dal profondo del cuore, a nobili principi e sono pronto a morire per la mia dignità".

Il boss che voleva fare l'autista ai magistrati

Un retroscena del blitz messo a segno ieri a Palermo dai carabinieri contro il clan di Rocca Mezzomonreale, che mescola bene e male e, di fatto, rovescia tutti i valori. Tanto che una delle "colpe" contestate all'anziano Ninì Anello era quella di aver ipotizzato in gioventù - oggi ha 82 anni, quindi almeno una sessantina di anni fa - di partecipare ad un concorso per autisti giudiziari: "Deve fare il concorso per portare la macchina al magistrato - diceva Gioacchino Badagliacca, ferreo sostenitore della necessità di estromettere il mafioso - deve saltare o no? T'immagini l'amico nostro autista al magistrato?".

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"Sono affiliato dal 22 maggio 2017"

Dall'ordinanza del gip Lirio Conti, che ha accolto le tesi del procuratore aggiunto Paolo Guido e dei sostituti Dario Scaletta, Federica La Chioma e Bruno Brucoli, che coordinano l'inchiesta, emerge anche la data di affiliazione a Cosa nostra di Gioacchino Badagliacca, perché è lui stesso, durante la riunione, a dirla: 22 maggio 2017 (data in cui peraltro venne ammazzato in via D'Ossuna il boss Giuseppe Dainotti), mentre lo zio Pietro si vantava di essere stato rappresentante del clan sin dall'11 ottobre 1982. La facilità con cui gli indagati parlavano dimostra che non sospettavano minimamente di essere intercettati.

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"Non l'ho allontanato perché potrebbe pentirsi"

Gioacchino Badagliacca portava avanti la sua causa per allontanare Anello ricordando anche un'altra sua colpa: "Succede un furto da mio parrinu nelle cose loro... Siamo usciti folli tutti perché si sono portati furgoni di cose... Non gli ha dato le chiavi al fratello ra n'ammurata?". Grave poi che "Ninì" avesse presenziato alla sua combinazione: "Ninì - diceva ancora Badagliacca - è stato presente alla mia combinazione, questa è una cosa grave, perché tu non lo dovevi permettere", rimproverava allo zio Pietro. Che a sua volta replicava: "Non lo puoi mettere fuori, va tenuto sempre distante... L'hanno conosciuto prima ai Pagliarelli a tutti i banni, non gliel'ho presentato a nessuno... Fu presente alla tua combinazione perché mi portaste là da lui e giustamente chi mi è venuto a prendere quando mi avete mandato a prendere a me, fu a casa di Ninì... Era una cosa ristretta perché non ci possiamo muovere, eravamo in un casotto", giustificando così il fatto di non aver invitato neppure Pasquale e Michele Saitta, gli insospettabili imprenditori che sarebbero stati - secondo la Procura - affiliati riservati. E poi aggiungeva: "Dice: 'Ma perché l'hai tenuto? Se non ci fosse stato il fatto vostro (dei Saitta, ndr), perché non lo voglio scannaliare, chissà questo esce folle (si pente, ndr)."

La linea "democratica" di Cosa nostra e lo statuto

Pietro Badagliacca rimproverava a sua volta il nipote Gioacchino, rimarcando le gerarchie: "Tanto per cominciare abbassa la voce, la devo alzare io la voce" e l'altro difendeva invece la presunta linea "democratica" di Cosa nostra: "Tu mi devi dire che devi alzare tu solo la voce, a me così mi hanno insegnato: siamo la stessa cosa!", ma lo zio chiosava: "La stessa cosa così, c'è un principale!". Ed è proprio a questo punto che Pietro Badagliacca faceva riferimento allo "statuto" di Cosa nostra, "un documento scritto in cui - spiegano gli investigatori - sarebbero stati annotati dai 'padri costituenti di Cosa nostra', i principi e le regole cardine dell'organizzazione, rimasti evidentemente invariati nel corso degli anni". L'indagato diceva infatti: "C'è lo statuto scritto, che hanno scritto i padri costituenti!".

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Il codice trovato nel covo di Salvatore Lo Piccolo

Gli inquirenti ritengono si tratti del foglio ritrovato nel covo di Salvatore Lo Piccolo, quando venne arrestato a novembre del 2007. Un "foglio dattiloscritto che  - secondo il tribunale - è la carta costituzionale di Cosa nostra, poche decine di righe bastano per sancire un progetto di continuità con l'associazione degli anni '70 e '80 descritta da Tommaso Buscetta e cristallizzata nella sentenza che ha concluso il primo Maxiprocesso alla mafia siciliana", rimarcando che "quel foglio è solo una faccia, quella che si ripete nel tempo, l'altra cambia espressione a seconda del momento".

"Sono pronto a morire per la mia dignità"

Da qui lo sfogo di Gioacchino Badagliacca e l'esposizione della sua visione: "Qualcuno dice;: 'No, è un principio!', per me sempre un interesse è. Ognuno poi le cose le vede a propria... Qua ognuno di noialtri abbiamo una dignità, ci sono cristiani pure per dire che sono combinati per dire, per me la figura di un uomo d'onore, è un uomo d'onore! Una persona integra dentro, non ho mai creduto io nella Cosa nostra a scopo di lucro, io ho sempre pensato per nobili principi, per me questo è quello che è Cosa nostra, c'ho sempre creduto dal profondo del mio cuore e mi sono fatto 10 anni di carcere, ognuno di noi abbiamo una dignità, l'onore lo può perdere perché una sorella esce folle, una madre esce folle, una moglie esce folle, dico uno può rimediare ma sempre una macchia resta, ma la dignità non la può levare nessuno, chi è che non ce l'ha non la può togliere a nessuno, sono pronto a morire per la mia dignità".

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