Fine vita ed eutanasia, si avvicina uno snodo cruciale: "Ma la politica rimane indifferente"

Il 27 luglio ultima tappa del processo a Massa contro i due disobbedienti civili Marco Cappato e Mina Welby, per l’aiuto al suicidio offerto a Davide Trentini. Nonostante il reiterato richiamo della Corte costituzionale a legiferare in materia, la politica è inerte

Mina Welby, Filomena Gallo segretario nazionale dell'associazione Luca Coscioni, Marco Cappato durante la manifestazione "liberi fino alla fine" a favore dell'eutanasia, Roma, 19 settembre 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Fine vita, le prossime settimane possono essere decisive per il presente e il futuro del dibattito pubblico sul delicato argomento. Si terrà il 27 luglio alle ore 12:00 l'ultima tappa del processo a Massa contro i due “disobbedienti civili” Marco Cappato e Mina Welby, per l’aiuto al suicidio offerto a Davide Trentini, 53 enne, da 30 malato di sclerosi multipla, che nell'aprile del 2017 decise di metter fine alle insopportabili sofferenze in Svizzera, dove ricorse al suicidio assistito. Nell’occasione, Mina Welby fornì aiuto per completare la documentazione necessaria accompagnandolo poi fisicamente, mentre Marco Cappato lo sostenne economicamente, raccogliendo i soldi che gli mancavano attraverso l’associazione Soccorso Civile di cui fanno parte entrambi insieme a Gustavo Fraticelli. Il giorno successivo il decesso di Davide, Mina Welby e Marco Cappato, rispettivamente co-Presidente e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni si presentarono presso la Stazione dei carabinieri di Massa per autodenunciarsi.  

Siamo di fronte a uno snodo forse decisivo. L'evoluzione del processo Trentini potrebbe modificare la situazione del fine vita in Italia, in quanto il processo di Massa ha un valore ulteriore rispetto al precedente che ha coinvolto Marco Cappato, processato e poi assolto per l'aiuto fornito a Fabiano Antoniani, “Dj Fabo”. Infatti, la rivoluzionaria sentenza della Corte Costituzionale dello scorso novembre ha legalizzato l’accesso al suicidio assistito alla presenza di  quattro “Criteri oggettivi,  in particolare non è punibile “chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente 1-tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, 2-affetto da una patologia irreversibile 3-fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma 4- pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Sono tre i requisiti certamente posseduti da Davide Trentini (patologia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili e capacità di intendere e volere), quella che rimane da dimostrare è la quarta condizione prevista.

Così nel corso dell’udienza di ieri la difesa coordinata dall’Avv.Filomena Gallo (segretario dell’Associazione Luca Coscioni) ha chiesto, per verificare i requisiti scriminanti indicati dalla Consulta, l’audizione di un consulente tecnico di parte, il Dott. Mario Riccio, l'anestesista di Piergiorgio Welby, marito di Mina. 

“Davide Trentini dipendeva da due principali forme di sostegno vitale – ha spiegato Riccio - farmacologico e meccanico. Ormai la sua dipendenza dalla terapia farmacologica era pressoché totale, i dolori generalizzati erano divenuti di difficile controllo, così come gli spasmi muscolari e le continue “scosse” tipiche della malattia, nonostante assumesse una importante terapia antispastica e antidolorifica.Per questo nell’ultimo anno dovette ricorrere alle cure specifiche di un terapista del dolore, tra queste anche il farmaco Fentanil –analgesico oppioide di sintesi che rilascia un composto cento volte più potente della morfina. Pertanto, la sua sopravvivenza dipendeva da un sottile equilibrio nel dosaggio dei farmaci: una riduzione avrebbe determinato una condizione di sofferenza e di scompenso cardiaco che ne avrebbe accelerato il decorso clinico fino alla morte, un incremento –in particolare della componente antalgica (Fentanil)- ne avrebbe causato il decesso in tempi brevi se non immediati”. “In questo quadro - ha concluso - si inserisce anche una difficile evacuazione delle feci, tanto che nell’ultimo anno era necessario sottoporlo a regolari manovre manuali per prevenire le formazioni di fecalomi e la conseguente occlusione intestinale meccanica, condizioni ovviamente incompatibili con la sopravvivenza”. 

“Abbiamo chiesto una consulenza tecnica medica sulla vicenda clinica di Davide Trentini per fornire alla Corte un quadro ancora più preciso e dettagliato della sua situazione clinica”, ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato, coordinatrice del collegio difensivo di Cappato e Welby e Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, “Una fotografia che già emergeva chiaramente dalla documentazione agli atti, ma che abbiamo ritenuto andasse ulteriormente approfondita da un’analisi tecnica per dimostrare i presupposti della piena assoluzione degli imputati. Riteniamo che solo in questo modo possa emergere, nella più completa evidenza, la situazione di effettiva dipendenza che legava Davide Trentini ai trattamenti medici - farmacologici e meccanici - di sostegno vitale”

“Il diritto a scegliere di essere aiutati a morire dovrebbe essere garantito a tutte le persone irreversibilmente malate sottoposte a sofferenze insopportabili, non soltanto ai pazienti che sono collegati a macchinari – dichiara Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni -. Con Mina Welby abbiamo sollecitato l'intervento della giustizia italiana per l'aiuto che abbiamo fornito a Davide Trentini affinché questo diritto sia finalmente riconosciuto nonostante il silenzio del Parlamento. Se oggi questo processo -per il quale rischiamo la condanna a una pena minima di 5 anni di carcere e una massima di 12- si tiene ancora sulla base del codice penale del 1930, questa è la conseguenza della scelta dei capi partito - da Salvini a Zingaretti, da Meloni a Crimi, passando per Berlusconi, Renzi e gli altri- che continuano a impedire alla Camera dei Deputati di discutere la nostra legge di iniziativa popolare depositata ormai quasi 7 anni fa, nonostante il reiterato richiamo da parte della Corte costituzionale a legiferare sulla materia. Nonostante la loro ostilità e indifferenza, con Gustavo Fraticelli noi andiamo avanti con la disobbedienza civile rispondendo alle richieste di chi ci contatta attraverso il sito www.soseutanasia.it".

La sentenza di Massa è chiamata a fare chiarezza su un caso singolo, ma sarà significativa anche per altri casi che seguiranno. Nel nostro Paese la discussione è ripartita dopo la sentenza della Consulta dello scorso anno sulla vicenda di Dj Fabo, aiutato dal radicale Marco Cappato a raggiungere la Svizzera per poter ottenere l'eutanasia. Fu una sentenza storica: per la prima volta c'era stata un'apertura vera al suicidio assistito, stabilendo una volta per tutte che non è punibile chi agevola il suicidio nei casi come quelli di Fabiano, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: condizioni di vita non compatibili con la sua dignità secondo Dj Fabo, che a fatica e con l'aiuto di chi gli voleva bene è riuscito ad andare fino in fondo. Lui, come tanti altri, avrebbe voluto che fosse possibile farlo in Italia. Forse in futuro lo sarà, ma la strada è ancora molto lunga. Ci sono svariate proposte di legge sul fine vita ferme in Parlamento dall'inizio dell'attuale legislatura (alla Camera e al Senato). Da quando a metà anni Ottanta se n'è iniziato a parlare anche in ambito politico gli ostacoli sono stati numerosi. La prima proposta di legge del deputato Loris Fortuna risale al 1984. A ogni legislatura si assiste alla medesima sequenza di avvenimenti: provvedimenti depositati senza arrivare mai a risultati concreti. Serve una legge, una buona legge. Sono 72 (8% del totale) i parlamentari - di tutti i gruppi tranne Fdi e Lega - che chiedono una legge per l’eutanasia legale insieme alla Corte costituzionale: 52 deputati (8%) e 20 senatori (6%). Nell'attesa (che chissà quanto durerà) associazioni e attivisti scelgono la disobbedienza civile.

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Gli italiani chiedono maggiore libertà di ricerca e autodeterminazione. Secondo un'indagine commissionata qualche mese fa dalla 'Associazione Luca Coscioni' a SWG, il testamento biologico è conosciuto dall’83% degli intervistati, ma il 71% ignora le procedure per il rilascio delle Disposizioni anticipate di Trattamento. Per l’84% la causa di questa difficoltà è da legare alla scarsa informazione resa disponibile da parte delle istituzioni. La metà rileva l’assenza di un’adeguata tutela e disciplina giuridica relativamente al fine vita. Sono la stragrande maggioranza i favorevoli a una legge che regolamenti l'eutanasia anche a seguito della storica sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato/Dj Fabo: il 56% degli italiani è assolutamente a favore di una legge, con un ulteriore 37%, a sostegno di una regolamentazione dell’accesso a determinate condizioni fisiche e di salute. A chiedere l'eutanasia legale è quindi il 93% dei cittadini, un dato mai registrato prima d'ora.

Eutanasia, l'ultimo appello di Maria Sole: "Una legge per morire in pace"

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