Lunedì, 21 Giugno 2021
l'intervista su today

Amore Criminale, dietro le quinte con Matilde D'Errico: "Centinaia di richieste d'aiuto dopo ogni puntata, così salviamo tante donne"

Ideatrice e autrice del format di Rai 3 che racconta storie di donne vittime della violenza maschile, conduce sulla stessa rete 'Sopravvissute', dove affronta il tema della dipendenza affettiva e degli abusi psicologici. Una missione più che un lavoro, come spiega a Today: "E' un vero servizio"

Matilde D'Errico al montaggio di 'Amore Criminale', foto @Instagram

Combattere la violenza sulle donne e sensibilizzare le persone su un tema così delicato e ancora drammaticamente attuale, per Matilde D'Errico da lavoro si è trasformato presto in missione. Ideatrice e autrice di 'Amore Criminale' - scritto nel 2006 e in onda su Rai 3 in seconda serata dall'anno dopo, "quando nella televisione c'era la bella abitudine di sperimentare" - dal 2018 conduce sempre sulla stessa rete 'Sopravvisute', format in cui racconta storie di dipendenza affettiva e approfondisce un altro risvolto delle relazioni tossiche, molto più diffuso di quanto si pensi, quello della violenza psicologica. "Ci sono tante donne intrappolate e nemmeno lo sanno" spiega a Today, raccontando di ricevere centinaia di richieste d'aiuto dopo ogni puntata. E aggiunge: "Sono proprio tante quelle che indirizziamo in un percorso giusto, che va dal suggerire una psicoterapia a un gruppo di aiuto sulla dipendenza affettiva, un centro antiviolenza o anche dei testi da leggere. Il nostro è un vero servizio".

'Amore criminale' nasce da una sua idea, nel 2007. Quest'anno va in onda la tredicesima edizione. Un format necessario, oltre che di successo?
"E' un format necessario perché la violenza sulle donne è ancora molto diffusa. Siamo andati in onda la prima volta nel 2007, il programma l'ho scritto nel 2006, quando non esisteva ancora la legge sullo stalking. Da subito ho voluto dare alla trasmissione una caratteristica di denuncia sociale molto forte. Ho sempre associato al programma delle campagne di sensibilizzazione importanti e ho voluto trasformare negli anni Amore Criminale in qualcosa che fosse un vero e proprio progetto culturale. Abbiamo fatto centinaia di incontri nelle scuole, prima della pandemia, usando la trasmissione in una chiave pedagogica. Quindi sì, è necessario parlarne e parlarne anche nei toni giusti". 

E' un programma che non si ferma al video.
"No, va molto oltre ormai. Non è più solo un format televisivo, è un vero e proprio punto di riferimento per le donne. Ci scrivono in centinaia dopo ogni puntata, per dirci che si sono riconosciute in una storia o per chiederci aiuto. Molte sono donne che non hanno ancora denunciato e la nostra redazione fa un grande lavoro di sevizio. Per ogni richiesta d'aiuto che arriva le mettiamo in contatto con il centro antiviolenza più vicino". 

Per questo è stato importante anche il passaggio dalla seconda alla prima serata?
"Certo, perché ha reso il programma più visibile e gli ha permesso di raggiungere molte più persone nel suo messaggio sociale. Siamo nati in seconda serata, come si faceva un tempo quando nella televisione c'era questa bella abitudine, che ormai si sta perdendo sempre di più, di sperimentare. Ci siamo fatti le ossa in seconda serata per qualche anno e poi siamo passati in prima". 

Il ruolo della conduttrice quanto conta?
"Il ruolo della conduttrice è molto importante perché in questo caso sposa una causa, non è solo un volto che racconta delle storie. Cerco di scegliere delle donne che per sensibilità sono pronte a sposare questo progetto culturale. E' un ruolo delicato. Ho sempre scelto donne molto diverse tra loro, per età, per formazione, proprio perché volevo rappresentassero l'universo femminile che è eterogeneo, e ho voluto sempre attrici. Anche Camila Raznovich è stata usata in funzione attoriale. In Amore Criminale la conduttrice recita un copione blindato, essendo molto delicata la materia che trattiamo". 

La conduzione di Asia Argento è stata quella più breve, una sola stagione. Come mai?
"Ormai i direttori di rete cambiano spesso. La direzione di rete che subentrò allora mi chiese di pensare ad un altro volto". 

Come avviene la scelta delle storie?
"C'è una squadra di redazione, formata da me, che mi porto dietro da tantissimi anni, dove ci sono ovviamente anche innesti nuovi, e c'è un lavoro di scelta che risponde innanzitutto a dei criteri narrativi. Stiamo comunque facendo televisione, le storie devono avere uno sviluppo narrativo importante. Cerchiamo poi di scegliere storie che rappresentino tutta l'Italia, in modo di non alimentare una serie di pregiudizi duri a morire. Per esempio si pensa che la violenza sulle donne avvenga solo in alcune aree geografiche, in particolare il sud. Quindi cerchiamo di scegliere storie che vadano dalla Valle d'Aosta alla Sicilia e anche vittime di età diversa e storia familiare diversa, proprio per raccontare quanto è trasversale. Accade a donne più giovani, donne più mature, di tutte le professioni". 

Ce n'è stata una che l'ha toccata più delle altre in tutti questi anni?
"Dopo 15 anni di trasmissione non c'è una sola storia che mi ha toccato più delle altre, sono veramente tante. Un pezzo di cuore c'è in ognuna di queste donne alle quali come autrice do un volto e una voce in ogni puntata. Se devo andare a scavare, sicuramente le storie delle più giovani. Ricordo una ragazza di 19 anni uccisa a Sora dal fidanzato 26enne. Adriana Tamburrini. Ma ricordo tutte. Si entra talmente dentro quando si raccontano queste storie, dallo studio degli atti giudiziari al contatto stretto con le famiglie delle vittime, che ti restano addosso".

L'hanno cambiata?
"Certi vissuti te li porti dietro e ti fanno pensare. Questa trasmissione mi ha reso molto consapevole di quelle che sono le dinamiche della violenza, della sua origine. Ho studiato tanto e continuo a farlo. L'idea di fare un lavoro utile mi fa felice. Ne salviamo davvero tante di donne".

I familiari delle vittime come affrontano questo nuovo excursus di un dramma vissuto anni prima e che ha stravolto le loro vite? Forse è la parte più delicata nella costruzione della puntata...
"Certo, è la parte più delicata. Mentre nelle costruzioni di fiction si tratta di scrittura, ripresa e montaggio, con attori che rappresentano i personaggi reali, nelle nostre interviste si mette il dito in una materia incandescente. Le reazioni sono molto diverse. Molte di queste persone vivono la possibilità di poter raccontare quello che è successo quasi in chiave risarcitoria. Poter dire la loro verità, poter dire quello che è successo e che spesso nemmeno nelle aule di tribunale riescono a dire, è liberatorio". 

Dal 2018 conduce 'Sopravvissute', in cui racconta storie di dipendenza affettiva. Ne è mai stata vittima?
"Fortunatamente no, però sentivo l'urgenza di completare il lavoro fatto con Amore Criminale per dare speranza e dire alle donne che dalle dinamiche di violenza si può uscire. Portando in studio le sopravvissute questo messaggio passa. E poi volevo parlare di dipendenza affettiva, di violenza psicologica, di abuso narcisistico. Sopravvissute nasce perché ritenevo importante e urgente far conoscere quest'altro risvolto della violenza".

Altrettanto pericolosa.
"Assolutamente. La violenza psicologica non lascia segni evidenti esterni, ma lascia ferite nell'anima molto pesanti".

La dipendenza affettiva è principalmente femminile?
"La dipendenza affettiva intanto è una dipendenza vera e propria, come può essere quella dalla droga, dall'alcol, dal gioco. Rientra in quelle che vengono chiamate le nuove dipendenze. Non è semplicemente soffrire per amore, ma ha delle caratteristiche ben precise. E' sempre il segnale che si sta vivendo un rapporto tossico e che si sta proiettando sull'altro una fame d'amore, un bisogno d'amore che con una buona psicoterapia ci si dovrebbe lavorare. Spesso, ma non è automatico, una dipendente affettiva incontra un narcisista patologico sul suo cammino. Di dipendenza affettiva possono soffrire anche gli uomini naturalmente, ma noi ci concentriamo sul racconto femminile".

Accorgersi di aver superato il limite e di vivere una relazione non sana non è così scontato.
"E' difficilissimo. Una delle cose più difficili, per chi la subisce, è riconoscere la violenza psicologica, perché è sottile, subdola, a volte si svolge anche con meccanismi molto raffinati. Di solito chi esercita violenza psicologica è un manipolatore e non sempre ti accorgi di essere manipolata, anche perché c'è il legame affettivo che ti fa essere meno lucida, mentre un occhio esterno, che è più freddo e distaccato, se ne rende conto". 

Due programmi con lo stesso scopo, aiutare le donne.
"Anche Sopravvissute nasce con questo intento, sì. Sto ricevendo tantissime mail e messaggi. Dal giovedì notte e per tutto il venerdì, le donne che hanno visto la puntata mi cercano o scrivendo una mail alla redazione del programma, sopravvissute@rai.it, oppure attraverso i miei canali social. Mi raccontano le loro storie, mi chiedono se sono in una situazione di relazione tossica, chiedono aiuto. Sento che con Sopravvissute ho aperto un varco su un tema molto largo e diffuso".

Il programma va in onda il giovedì in seconda serata, subito dopo 'Amore Criminale'. Una full immersion nel tema della violenza sulle donne. Non se ne parla mai abbastanza?
"Non se ne parla mai abbastanza, no. Anzi, sono contenta che se ne comincia a parlare un po' di più, perché bisogna aiutare le donne a diventare più consapevoli. Il problema è dare un nome alle cose. Ci sono tante donne intrappolate in una relazione tossica e non lo sanno, che hanno a che fare con un narcisista patologico e non ne conoscono le dinamiche, che magari vivono violenza psicologica e non si rendono conto che è violenza, provano una grande sofferenza e non sanno da cosa dipende. Sopravvissute è uno strumento per renderle consapevoli e aiutarle. Dobbiamo farlo". 

Nelle storie di 'Sopravvissute' alla fine le donne si salvano. 
"Esatto. Guardi, anche se ne avessimo salvata una sola abbiamo raggiunto l'obiettivo. Ma io lo so che sono proprio tante quelle che indirizziamo bene in un percorso giusto, che va dal suggerire una psicoterapia a un gruppo di aiuto sulla dipendenza affettiva, suggerire un centro antiviolenza o anche dei testi da leggere. Spesso faccio anche quello. E' un vero servizio, molto utile".

Le ha mai risentite queste donne?
"Qualcuna sì. Non tutte, altrimenti sarei sommersa. Ne sono uscite e questa è una grande soddisfazione, ma non perché ci si sente utili o necessari, ma perché sai che sei uno strumento".

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