Martedì, 2 Marzo 2021
Così non va

Il flop dei tamponi rapidi dal medico di famiglia

Quasi ovunque sono utopia. Ci sono meritorie eccezioni e regioni che si sono date da fare per renderli possibili. Ma non sono la maggior parte, per usare un eufemismo. Ci sono situazioni paradossali e ci si è mossi con un ritardo abissale

Foto di repertorio (Ansa)

Chi davvero sperava nei tamponi rapidi dal proprio medico di famiglia è rimasto deluso. Quasi ovunque sono utopia. Non dappertutto, ci sono meritorie eccezioni e regioni che si sono date da fare per renderli possibili. Ma non sono la maggior parte, per usare un eufemismo. Non è il caso di dare la croce addosso a nessun medico di base ovviamente, la situazione era ed è logisticamente complessa e ci si è mossi con un ritardo abissale. Ma parlare di "flop" e raccontarne le cause può essere utile. Lo fa oggi Paolo Russo sulla Stampa.

Eppure da tempo è chiaro che la rapidità della diagnosi sarebbe la prima arma da mettere in campo per arginare la diffusione del virus.

Tamponi rapidi dal medico di base: storia di un flop

Oggi in Italia in teoria poco più di un assistito su tre ha può bussare alla porta del proprio dottore per farsi fare un tampoe rapido. Nella realtà in molti casi quel 38% di loro che ha dato la disponibilità a farli non è ancora passato dalle parole ai fatti. Mancano gli spazi. I medici spesso ancora oggi, 27 novembre, col picco della seconda ondata appena superato, brancolano nel buio e aspettano che la propria Asl gli indichi un luogo più sicuro del proprio studio dove “tamponare” i propri pazienti, senza rischiare di infettare chi è in sala d’attesa.

Non è andata bene insomma, e nonostante sia stato firmato circa un mese fa, resta solo sulla carta l’accordo tra la principale sigla di categoria, la Fimmg e la Sisac, l’organismo delle Regioni che regola la convenzione dei medici di base. 

Perché le cose sono andate male

La media nazionale è intorno al 38% di adesioni. Ma quante differenze sui test rapidi dal medico di famiglia tra le varie regioni! Perché se Valle d’Aosta e Trento dichiarano di aver fatto il pieno, con il 100% di adesioni, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Sardegna non sanno ancora su quanti dottori potranno contare: gli accordi territoriali con i diretti interessati li hanno firmati da poco.

Il Piemonte è fermo al 35%, la Lombardia al 25, la To- scana al 16 e le Marche a un misero 8% di dottori che hanno detto presente. Ma molti di quelli che hanno fatto il passo avanti lo hanno poi subito ritirato indietro, adducendo tutti la stessa motivazione: «Dovete fornirci locali adatti fuori dai nostri studi dove fare i test in sicurezza». E molte regioni si stanno facendo in quattro per trovarglieli.

Si poteva fare meglio? Forse sì. Sarebbe bastato mettere nero su bianco nel contratto firmato il mese scorso che i tamponi, retribuiti extra, si potevano fare in sicurezza fuori dalle 15 ore di apertura settimanali degli studi.

Ci sono poi situazioni paradossali: i tamponi rapidi, proprio quelli che saranno utilizzati dai medici di famiglia, sono arrivati nei magazzini dell’Asl a Prato, ma non è ancora possibile prenotarli. Venerdì scorso per poche ore è stato possibile prenotare 20 tamponi a medico, poi l’operazione è diventata a lungo impossibile. Probabilmente le scorte non erano state caricate sulla piattaforma, anche se la Regione ne aveva già a disposizione 50mila. E così il tutto è slittato ancora.

Fonte: La Stampa →
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