Venerdì, 16 Aprile 2021
dove ci si infetta di più

Il coronavirus e i nuovi dati sui contagi all'aperto: stiamo sbagliando tutto?

In Irlanda solo lo 0,1% dei casi noti è riconducibile ad un'infezione avvenuta all'esterno. Sul tema ci sono vari studi, non tutti attendibili, ma in generale è assodato che i luoghi chiusi ci espongono ad un rischio molto più elevato. Da qui la domanda: ha senso sconsigliare (o impedire) alla persone di frequentare parchi e spiagge anziché puntare sulla responsabilità individuale?

Foto di repertorio

Quanto incide la trasmissione del virus all’aperto nell’andamento dei contagi? A quanto pare molto poco. A dirlo, o meglio a suggerirlo, sono i dati riportati dal quotidiano Irish Times che ha chiesto all’Health Protection Surveillance Centre (HPSC), l’ente che monitora la situazione epidemiologica in Irlanda, informazioni dettagliate sull’origine dei focolai noti registrati nel Paese. I numeri ci dicono che dei 232.164 casi di SARS-COV-2 rilevati dall’inizio della pandemia al 24 marzo di quest'anno, solo 262 erano attribuibili ad una trasmissione avvenuta all'aperto. Si tratta dello 0,1% del totale. In sostanza solo una persona su mille si sarebbe infettata in un luogo non chiuso.

Nel dettaglio secondo l'HPSC sarebbero 42 i focolai associati ad "assembramenti" all'aperto, di cui 21 nei cantieri edili con 124 casi accertati e 20 riconducibili ad attività sportiva e fitness (131 contagi), ma lo stesso ente aggiunge anche che per alcuni di questi focolai non è possibile determinare con certezza "dove è avvenuta la trasmissione". Va inoltre sottolineato che nel 20% dei casi totali non si sa né in quali luoghi né con quali modalità sia avvenuto il contagio.

Le ricerche sulla trasmissione del coronavirus all'aperto

Uno studio realizzato in Cina all’inizio della pandemia aveva dato risultati analoghi: dall’analisi dei dati su 1.245 casi registrati tra il 4 gennaio e l'11 febbraio 2020 in 320 comuni si era scoperto che su 318 focolai con almeno 3 casi, nessuno era riconducibile ad un’infezione avvenuta all’esterno e solo 2 persone su 1.245 sarebbero state contagiate in un luogo non chiuso. Di contro la maggior parte dei focolai si erano sviluppati tra le mura domestiche (quasi l’80%). In un’altra indagine realizzata da ricercatori dell'Università della California e pubblicato sul Journal of Infectious Diseases viene tuttavia fatto presente che il dato potrebbe essere influenzato dalle restrizioni imposte dal governo cinese.  

Gli studiosi hanno passato in rassegna diverse ricerche condotte sui luoghi di contagio dall’inizio della pandemia ad agosto 2020. Tra queste c’è uno studio giapponese in cui viene evidenziato che le probabilità di trasmissione del virus in un ambiente chiuso sono 18,7 volte superiori rispetto ad un luogo all'aperto. I ricercatori californiani spiegano che l’eterogeneità nella qualità delle ricerche fin qui svolte e nelle definizioni stesse di ambiente esterno non permettono di determinare con precisione quanto e in che misura i luoghi outdoor siano sicuri.

Certo è che le segnalazioni di infezioni e talvolta di focolai che si sono sviluppati all’esterno rientrano tra le casistiche note. In generale, la durata e la frequenza dei contatti personali, l’assenza di mascherine e occasionali assembramenti in luoghi coperti, sono tutti i fattori associati alle infezioni registrate all’aperto. Gli studiosi concludono che le prove esistenti supportano sì la convinzione diffusa che il rischio di trasmissione di SARS-CoV-2 sia inferiore all'esterno, ma ci sono lacune significative nella comprensione del fenomeno.

Stiamo sbagliando a comunicare i rischi sul contagio?

È tuttavia assodato che i luoghi chiusi ci espongono ad una probabilità di infezione enormemente più elevata rispetto agli ambienti esterni. Zeynep Tufekci, sociologa e docente presso la School of Information and Library Science dell'Università del North Carolina, insiste da tempo sul fatto che la comunicazione sui rischi del contagio sia stata fuorviante. Perché insistere sull’importanza di restare a casa se i luoghi esterni - a patto di osservare le solite regole di buonsenso - sono più sicuri delle mura domestiche? Eppure, spiegava Tufekci a febbraio, "continuiamo a dire alle persone di indossare una mascherina e restare a casa. Non è quello che dovremmo fare a questo punto della pandemia". Questo modo di comunicare, basato su informazioni parzialmente fuorvianti, è "assolutamente controproducente", perché "se non ti fidi delle persone" loro "non si fideranno di te. E non c'è niente di più importante nella comunicazione sulla salute pubblica che conquistare la fiducia delle persone".

Tufekci cita a mo' di esempio le spiagge che, dice, sono "probabilmente il posto più sicuro in cui si ci si può trovare in una pandemia" e che pure sono state additate come luoghi a rischio contagio. Da qui la domanda: ha senso sconsigliare (o impedire) alla persone di frequentare parchi, spiagge e altri ambienti all'aperto? Secondo la sociologa le autorità dovrebbero smetterla di ragionare in termini paternalistici. "Non stiamo parlando di bambini piccoli, ma di adulti" che andrebbero messi al corrente dei rischi affinché, osserva Tufekci, siano in grado di decidere da soli se una situazione può essere o meno di pericolo.

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