Mercoledì, 21 Aprile 2021

Coronavirus, la vita stravolta nelle residenze per anziani: così Msf aiuta ospiti e operatori

L’organizzazione supporta nelle Marche diverse strutture per anziani, dove si trovano i soggetti più a rischio insieme agli operatori sanitari che li accudiscono. L’intervista a Barbara Maccagno, responsabile medico dei progetti Msf nella regione

Foto MSF/Vincenzo Livieri

Come altre ong, anche Medici Senza Frontiere sta lavorando in Italia per affrontare l’emergenza legata alla pandemia di Covid-19. Oltre ad essere attiva nel lodigiano, l’organizzazione medica sta supportando da settimane anche le Marche, in diverse strutture per anziani tra Fabriano, Jesi, Senigallia e Ancona. Il team messo in campo è composto da medici, infermieri ed esperti di igiene, tutti con alle spalle esperienze in missioni umanitarie nell’ambito della gestione di epidemie complesse. Uno scenario che difficilmente fino a pochi mesi fa chiunque avrebbe potuto immaginare in Italia. 

“Fin da subito la nostra strategia e la nostra attività di collaborazione sono state concordate con aziende sanitarie regionali e locali e una volta arrivati qui, circa tre settimane fa, abbiamo concordato un’attività di supporto soprattutto nelle residenze per anziani perché proprio in quel momento si stava iniziando a registrare un aumento dei casi in questo tipo di strutture”, spiega a Today Barbara Maccagno, responsabile medico dei progetti Msf nelle Marche. Non solo. Gli operatori stanno effettuando all’ospedale di Jesi Intitolato a Carlo Urbani (ex presidente di MSF che ha dedicato la sua vita allo studio e alla lotta contro epidemie come la Sars) un ciclo di formazione per i medici che saranno impegnati nell’assistenza dei pazienti positivi a domicilio o negli hotel Covid, dove verranno accolti i pazienti ancora in via di guarigione che necessitano di ulteriore assistenza.

Nelle strutture per anziani dove Msf è stata chiamata a operare vengono ospitate per lo più persone fragili, nella maggior parte dei casi non autosufficienti, all’interno di un sistema non ospedaliero pensato per accudire e supportare la persona dal punto di vista sanitario ma garantendo anche una qualità di vita quotidiana accettabile, ad esempio con attività quotidiane di socializzazione. Questo fa sì che siano previsti spazi comuni all’interno della struttura, creati per mangiare, stare insieme, passare del tempo ad esempio giocando a carte o guardando la televisione in compagnia. Il rischio di diffusione del contagio è molto elevato, considerato anche il contatto stretto con gli operatori.

Dottoressa, come siete intervenuti in queste strutture?

Quello che abbiamo cercato di fare fin dall’inizio, quando ci è stato chiesto un supporto dalle autorità locali per la gestione di queste strutture, è stato trovare il modo di adattare le attività e le procedure degli operatori. Abbiamo lavorato e stiamo continuando a lavorare con loro per cercare di rivedere le misure di igiene e il modo di comportarsi, di accudire gli ospiti, proteggendosi senza comunque evitare il contatto con l’anziano che ha bisogno di essere assistito.

Una quotidianità già ‘particolare’, quella all’interno delle strutture per anziani, stravolta dall’incubo del contagio.

Tutte le visite dei familiari nelle strutture sono state messe in stand by ormai da quasi cinque settimane. Si è creata una situazione davvero atipica e poi non in tutte le strutture si è potuto creare un meccanismo di contatto attraverso telefono o videochiamate, per fare in modo che i familiari potessero continuare a parlare con i loro cari. L’operatore sanitario ha dovuto modificare completamente il proprio ruolo e in più ha dovuto cercare di mediare e passare informazioni che potessero rassicurare i familiari degli ospiti sullo stato di stato di salute della persona, e questo ha creato sicuramente un forte stress sia nell’operatore sia nei familiari. È doloroso, ma non si poteva fare diversamente. Ogni struttura, con i mezzi che aveva a disposizione e con la preparazione che poteva elaborare, ha cercato in qualche modo di trovare la soluzione che potesse essere adeguata o comunque fattibile.

Le misure di contenimento e distanziamento sociale sembrano dare ora i primi frutti, ma il monito per tutti in questo momento è non abbassare ancora la guardia, considerando anche il rischio di una possibile ripartenza dell’epidemia. Cosa pensa a riguardo?

Dobbiamo guardare al futuro anche con una certa positività. Alla base c’è un comportamento sociale di rispetto e protezione che possiamo fare verso noi stessi e verso la comunità, che ci è stato trasmesso attraverso messaggi da parte del ministero della Salute e da altre organizzazioni. Se tutti noi facciamo la nostra parte cercando di proteggere noi stessi e la comunità, un modo per mitigare sicuramente la diffusione del virus c’è. Poi purtroppo nessuno è esperto di questa malattia e stiamo tutti imparando. Tutti insieme dobbiamo lavorare affinché questa pandemia finisca.

Parlando del coronavirus si tende spesso a far ricorso a terminologie che richiamano la guerra. Contesti che Medici Senza Frontiere conosce bene. Il paragone tra la guerra e la situazione che stiamo vivendo regge?

Secondo me no. La situazione di guerra è completamente diversa, molte cose non si possono prevedere. Qui si parla di guerra ma in realtà ci troviamo in una condizione diversa, in cui se si adottano delle misure corrette di comportamento e igiene si possono anticipare delle situazioni. Il valore aggiunto della nostra esperienza è l’aver lavorato spesso in contesti di epidemie. Abbiamo sviluppato una grande esperienza nelle attività che si possono condurre a livello di comunità, sulla decentralizzazione della presa in carico del paziente, una cosa che in Italia abbiamo purtroppo un po’ perso negli anni. La nostra sanità pubblica ha molti punti di forza, anche se la decentralizzazione del sistema sanitario si è forse fragilizzata col tempo, ma rimango fortemente positiva perché credo che adottando un comportamento di responsabilità civile supereremo questa pandemia.

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