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Sabato, 27 Novembre 2021
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Coronavirus, la ricerca della discordia: "I debolmente positivi non infettano"

Uno studio coordinato dal San Matteo di Pavia avrebbe appurato che a differenza di alcuni mesi fa quando la carica virale degli asintomatici era molto alta, ora i tamponi rilevano una bassa quantità virale da non permettere il contagio. Ma ci sono dubbi

Questa fase dell'epidemia è molto diversa da quella iniziale, e la positività di un tampone non è più un indicatore sufficiente, perché quel tampone può essere sì positivo, ma non contagioso. Questa è la sintesi dello studio- su 280 persone sottoposte a test sierologico- presentato dal responsabile della virologia del San Matteo di Pavia Fausto Baldanti. Lo studio lombardo avrebbe appurato come la carica virale degli asintomatici alcuni mesi fa era molto alta tanto da essere più contagiosi dei sintomatici. Ora invece "i presintomatici non ci sono e i tamponi che facciamo adesso hanno una quantità virale così bassa da non riuscire a contagiare altre persone".

Asintomatici non trasmettono il coronavirus, lo studio in Lombardia

In base a una ricerca eseguita su 280 soggetti guariti da coronavirus è stato riscontrato che avevano 'cariche' basse: più Cycle threshold (Ct, in termini scientifici il 'ciclo-soglia') ha un numero grande, meno RNA RiboNucleic Acid, cioè acido ribonucleico, c'è. Su questi 280 pazienti, il segnale di sopravvivenza del virus è meno del 3 per cento (corrispondente a 8 soggetti)".

Lo studio coordinato dal San Matteo di Pavia è stato presentato in una conferenza stampa convocata a Palazzo Lombardia. All'incontro con i giornalisti hanno partecipato anche il presidente della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo Pavia, Alessandro Venturi e il professor Giuseppe Remuzzi dell'IRCCS Istituto Mario Negri. L'indagine è stata effettuata in collaborazione con l'Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell'Emilia Romagna, l'ospedale civile di Piacenza, l'ospedale universitario 'Le Scotte' di Siena e l'IRCCS Policlinico di Milano.

La ricerca può avere importanti implicazioni per le strategie di sanità pubblica sia italiane che internazionali. Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha infatti sottolineato che "diventa fondamentale quantificare la positività. Dire positivo non basta più. Si parla di tamponi positivi che hanno una carica virale molto bassa, ed è molto difficile che pazienti con questo tipo di tamponi possano contagiare altre persone". "Dobbiamo dirlo - ha concluso Remuzzi - perché le persone quando sentono parlare del numero dei contagi in Lombardia, devono sapere che si fa riferimento a tamponi positivi con una carica virale che può anche non essere contagiosa".

"La domanda che possiamo farci è: se siamo clinicamente guariti e la sintomatologia è scomparsa - spiega il virologo Fausto Baldanti - che significato ha la positività del tampone? La risposta - ha proseguito - è che molti soggetti hanno una bassa carica di RNA virale". "Le indagini molecolari sono costruite in modo da identificare una porzione del genoma (cioè del codice genetico del virus): se si identifica questa porzione, non è detto che il genoma sia integro ossia infettante, oppure frazionato".

Ora i dati sierologici stanno accertando che la Lombardia ha messo in quarantena il doppio delle persone che hanno poi evidenziato la malattia.

Galli: "Su asintomatici non contagiosi non c'è controprova"

Lo studio sui "debolmente positivi" tuttavia solleva alcune preplessità. "Non c'è controprova" afferma Massimo Galli, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Ospedale Sacco di Milano, in un'intervista a La Repubblica.

"Mentre molti debolmente positivi non passano il contagio, non abbiamo la certezza che qualcuno di loro non possa trasmetterlo. Credo si debba fissare una 'linea del Piave': per operatori di ospedali e Rsa, i lavoratori a contatto col pubblico e quelli delle scuole, l'attività non dovrebbe riprendere prima della negatività del tampone".  

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