Domenica, 11 Aprile 2021
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Coronavirus, determinanti sono i primi giorni del contagio

Perché è così diverso l'effetto dell'infezione nei pazienti Covid? La debolezza immunitaria o lo sforzo intenso nei giorni dell'incubazione potrebbe aggravare l'infezione: l'ipotesi di una ricerca italiana sposta l'attenzione sulla prevenzione

Una persona si allena su una delle piste ciclabili che attraversano il parco Nord di Milano, 19 Marzo 2020. ANSA / MATTEO BAZZI

L'esito dell'infezione da Covid-19 si potrebbe definire già nei primi 10-15 giorni dal contagio. E può dipendere dall'esposizione virale, dalla debolezza immunitaria o da uno sforzo fisico intenso nei giorni dell'incubazione. Lo rivela il primo modello scientifico elaborato da tre ricercatori italiani pubblicato come pre-print sul sito dell'Istituto superiore di sanità.

L'ipotesi di lavoro, in fase di revisione, è stata pubblicata a cura di Paolo Maria Matricardi (Charité Universitätsmedizin Berlino), Roberto Walter Dal Negro (National Centre of Pharmacoeconomics and Pharmacoepidemiology Verona) e Roberto Nisini (Reparto Immunologia, Istituto Superiore di Sanità.

Secondo il modello, l'esito dell'infezione si decide nelle prime due settimane dal contagio e dipende dal bilancio tra la dose cumulativa di esposizione virale e l'efficacia della risposta immunitaria innata locale. Le componenti attive sono gli anticorpi IgA e IgM naturali (che si trovano nella saliva e nelle secrezioni delle mucose delle vie aeree superiori). Il virus può superare questo primo round se:

  • l'immunità innata è debole (questa condizione si realizza in molti anziani e nei soggetti privi di anticorpi per difetti genetici);
  • l'esposizione cumulativa al virus è enorme (per esempio tra medici e operatori sanitari che hanno curato molti pazienti gravi senza le opportune protezioni).
  • se si compie un esercizio fisico intenso o prolungato, con elevatissimi flussi e volumi respiratori, proprio nei giorni di incubazione immediatamente precedenti l'esordio della malattia, facilitando così la penetrazione diretta del virus nelle vie aeree inferiori e negli alveoli, riducendo fortemente l'impatto sulle mucose delle vie aeree, coperte da anticorpi neutralizzanti.

Se Sars-CoV-2 supera il blocco della immunità innata e si diffonde dalle vie aeree superiori agli alveoli già nelle prime fasi dell'infezione, "allora può replicarsi senza resistenza locale, causando polmonite e rilasciando elevate quantità di antigeni", spiegano i ricercatori.

La successiva risposta immunitaria adattativa è ritardata, intensa con anticorpi IgA, IgM e IgG ad alta affinità, ma non necessariamente diretta verso gli antigeni neutralizzanti e, incontrando grandi quantità di virus nel frattempo già replicato in moltissime copie, provoca grave infiammazione e innesca cascate di mediatori (complemento, coagulazione e tempesta di citochine) che portano a complicazioni che spesso richiedono terapia intensiva e, in alcuni pazienti, causano il decesso.

"Il modello potrà contribuire a meglio orientare provvedimenti mirati alla gestione della seconda fase della pandemia nel nostro Paese e a stimolare la ricerca traslazionale e clinica" spiegano i tre ricercatori italiani che hanno elaborato, sulla base delle evidenze scientifiche pubblicate fino ad oggi, il primo modello scientifico che spiega in modo coerente e unificante l'enorme diversità delle manifestazioni cliniche della Covid-19, che variano dalle forme asintomatiche alla morte, sottolinea l'Iss.

"Il modello è di per sé un importante passo avanti nella lotta al virus, perché mette insieme tutte le tessere di un enorme puzzle e offre ai medici, ai ricercatori, ma anche agli amministratori il primo 'navigatore' per meglio orientarsi nella prevenzione, diagnosi, sorveglianza e provvedimenti di salute pubblica".

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