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Sabato, 13 Aprile 2024
Immigrazione e diritti

Ius scholae: perché Lega e Fdi bocciano la nuova legge sulla cittadinanza

Il testo della proposta di legge prevede il diritto di cittadinanza per minori con cinque anni di studi scolastici. Se Forza Italia si dimostra dialogante, Meloni e Salvini fanno muro. Abbiamo provato a capire come stanno le cose e come funziona in Europa

Approda oggi alla Camera la proposta di legge per facilitare l'accesso dei minori nati da cittadini stranieri alla cittadinanza italiana. Nelle scorse ore la commissione Affari costituzionali della Camera ha dato infatti il via libera al testo di legge che si basa sul così detto "ius scholae", votando il mandato al relatore a riferire in Aula. La legge che oggi è in vigore in Italia si basa sullo "ius sanguinis", il diritto cioè alla cittadinanza italiana solo se si è figli di almeno un genitore italiano. Un bambino nato da genitori stranieri può diventare cittadino italiano, ma solo al compimento dei 18 anni e se ha risieduto in Italia ininterrottamente.

Ius scholae: cosa prevede la legge in discussione alla Camera

Il testo in discussione è stato presentato dal deputato Giuseppe Brescia del Movimento 5 Stelle ed è il risultato dell'unificazione di altre cinque proposte di legge sul tema. La proposta di legge (che ovviamente è suscettibile di modifiche) prevede la concessione della cittadinanza ai minori nati Italia o a chi "vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni", ma solo dopo aver frequentato le scuole per 5 anni. 

Ricapitolando: 

  • La cittadinanza verrebbe concessa ai minori nati in Italia o arrivati prima di avere compiuto 12 anni;
  • Il minore deve aver risieduto legalmente e senza interruzioni nel nostro Paese;
  • Deve aver frequentato regolarmente "uno o più cicli scolastici" per almeno cinque anni;

Lo "ius scholae" dunque lega lo status di cittadino all'istruzione ed è una proposta più "moderata" dello "ius soli" che invece prevede il diritto alla cittadinanza per qualunque minore sia nato nel territorio di uno Stato, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori.

Perché Fdi e Lega non vogliono lo ius scholae

Il Parlamento è spaccato: se M5s, Pd e gli altri partiti di centrosinistra sono favorevoli all'approvazione della legge, Lega e Fratelli d'Italia sono fermamente contrari, mentre Forza Italia finora ha mantenuto una posizione più "dialogante", tant'è che a marzo ha dato parere favorevole al testo in commissione Affari costituzionali alla Camera sebbene negli ultimi giorni il partito di Berlusconi sia apparso più tiepido. Di contro Salvini e Meloni non vogliono sentir parlare di modifiche alla legge sulla cittadinanza.

Il leader della Lega ha di recente ribadito che la cittadinanza va "maturata" al compimento del 18esimo anno di età parlando di scorciatoia "controproducente per gli stessi ragazzi" che "hanno tutti gli stessi diritti che hanno i nostri figli" e "quando compiono 18 anni saranno liberi di scegliere, come quando prendono la patente o quando facevano il servizio militare, che cittadinanza avere". Salvini ha motivato la contrarietà della Lega anche con un'altra argomentazione: "L'Italia - ha spiegato - già con la legge di oggi è tra i paesi al mondo che danno più cittadinanza". E oggi ha rincarato la dose: "Incredibile, vergognoso e irrispettoso per gli italiani. In un momento di crisi drammatica come questo, la sinistra mette in difficoltà maggioranza e governo insistendo su cittadinanza agli immigrati e cannabis anziché occuparsi di lavoro, tasse e stipendi".

Contrari alla proposta di legge anche i deputati e senatori di Fratelli d'Italia. Augusta Montaruli ed Emanuele Prisco, componenti della commissione Affari Costituzionali della Camera, hanno spiegato in una nota che il testo andrebbe bocciato perché "per avere uno ius scholae almeno la scuola, ovvero il completamento dei cicli scolastici, dovrebbe essere richiesta. Invece qui siamo davanti ad un inganno perché di scuola nella proposta avanzata non c'è quasi nulla, neppure quella dell'obbligo". Secondo Fdi dunque la concessione della cittadinanza andrebbe legata al competamento di un ciclo scolastico (e non alla semplice frequenza): "Cinque anni di un qualsiasi corso - dicono ancora i deputati - , senza peraltro alcuna verifica su aspetti fondamentali come la conoscenza della nostra lingua, non fanno l'integrazione" e siamo anzi di fronte "al tentativo della sinistra e del Movimento Cinque Stelle di creare elettori visto che di propri ne hanno sempre meno". 

Il sondaggio: 6 italiani su 10 favorevoli alla riforma

Cosa ne pensano invece gli italiani? Secondo un sondaggio presentato il 24 giugno da Action Aid e realizzato da Quorum/Youtrend sul tema c'è una forte ignoranza: il 62% degli italiani interpellati non sa in cosa consiste la legge sulla cittadinanza in esame alla Camera. Tuttavia, una volta conosciuti i dettagli della riforma, circa 6 italiani su 10 si sono detti a favore dello ius scholae. E c'è un dato indubbiamente interessante: il 48% degli elettori della Lega si è infatti dichiarato d'accordo con la proposta di legge, così come il 35% di chi si dichiara elettore di Fratelli d'Italia e il 58% degli intervistati di Forza Italia.  

Cittadinanza ai minori: come funziona in Ue

Ma all'Italia serve davvero una nuova legge sulla cittadinanza? E come funziona all'estero? Come ha già spiegato il nostro Alfonso Bianchi su EuropaToday, siamo tra i Paesi con le regole più severe, almeno in Ue. Iniziamo col dire che in nessuno Stato membro esiste uno ius soli 'puro' come quello degli Stati Uniti o del Canada, dove la cittadinanza è concessa a tutti i bambini nati nella nazione, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Molte nazioni però concedono la cittadinanza ai bambini nati da immigrati, anche se ad alcune condizioni. 

Uno dei requisiti più comuni ad esempio è che i genitori debbano risiedere nel Paese per un certo periodo di tempo prima della nascita del bambino. Quattro Stati hanno tali regole e la residenza dei genitori minima richiesta va dai 3 ai 10 anni: 10 anni in Belgio, 8 anni in Germania, 3 anni in Irlanda e Portogallo. In Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, esiste invece una sorta di "doppio ius soli", ovvero un figlio nato nel territorio dello Stato acquisisce la cittadinanza del Paese di nascita se anche uno dei due genitori è nato anche nel territorio di quello Stato, indipendentemente dal suo passaporto. 

Infine va detto che l'Italia ha regole piuttosto severe anche per quanto riguarda la "naturalizzazione". Nel nostro Paese la cittadinanza viene infatti concessa agli stranieri solo dopo 10 anni di residenza nel territorio dello Stato, contro una media che nei Paesi dell'Unione europea è di quasi sette anni. 

L’Italia è tra i Paesi europei che concede più cittadinanze (ma c'è un motivo)

Ma se abbiamo leggi così restrittive com'è possibile che l'Italia sia tra i Paesi che concede più cittadinanze? L'osservazione di Salvini non è falsa, ma va contestualizzata. Vediamo perché. In effetti i dati Eurostat parlano chiaro: nel 2020 in Italia hanno ottenuto la cittadinanza 131.800 persone, contro le 126.300 della Spagna, mentre in Germania le cittadinanze concesse sono state 111.200, in Francia 86.500 e in Svezia 80.200. Nell'anno precedente, il 2019, con 132mila acquisizioni di cittadinanza l'Italia è stata seconda solo alla Germania (circa 132mila), seguita da Francia (109mila) e Spagna (99mila). In generale si può dire che negli ultimi anni il nostro è stato uno dei Paesi europei che ha concesso più cittadinanze.

Se prendiamo la serie storica dell'Eurostat (grafico in basso) ci accorgiamo però che almeno dal 1998 al 2012, in Francia, Germania, Regno Unito e in misura minore anche Spagna la quota di coloro che ogni anno hanno ottenuto la cittadinanza è stata significativamente più alta. Il motivo è banale: in Italia i flussi migratori sono diventati rilevanti solo a partire dagli anni '80 e soprattutto '90, laddove altri Paesi europei il fenomeno migratorio è iniziato prima ed è stato più costante e "diluito" nel tempo (benché non meno significativo in numeri assoluti, anzi).

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In sostanza nell'ultimo decennio sempre più stranieri hanno maturato i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana (ovvero i 10 anni di residenza) com'era fisiologico che fosse, mentre negli altri grandi Stati europei questo fenomeno è in atto almeno dalla fine degli anni '90 e continua ancora oggi. Basti pensare che nel 1998 in Italia avevano ottenuto la cittadinanza circa 12mila stranieri, contro i 106mila della Germania e i 123mila della Francia. Le leggi in vigore oggi in Italia, giuste o sbagliate che siano, restano comunque piuttosto severe. 

Ius scholae: l'intervista di Giuseppe Brescia a Today
 

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